Rotta balcanica: paramilitari e spari, continua la violenza contro i migranti

Pochi giorni fa, un giovane migrante è stato gravemente ferito da un colpo di pistola mentre si trovava in Croazia, non lontano dal confine con la Slovenia. A colpirlo è stato il proiettile sparato da un agente di polizia croato. Negli stessi giorni, in Slovenia si sono formate delle milizie di paramilitari per controllare il confine del paese, mentre in Bosnia Erzegovina crescono le forme di insofferenza verso i migranti. Un clima pesante, segnato da continue violenze ed intolleranza verso le persone che percorrono la ormai nota rotta balcanica.

Lo sparo

Il fatto è accaduto nella serata di sabato 16 novembre, nella zona del monte ​Tuhobić, ​sull’altopiano del Gorski Kotar. Verso le 17 una pattuglia di polizia ha intercettato una quindicina di migranti provenienti dalla Bosnia e diretti in Slovenia. Poi lo sparo, che ha ferito in modo grave uno dei componenti del gruppo. Il ragazzo è stato trasportato all’ospedale di Fiume. Secondo le informazioni trapelate dall’ospedale e raccolte da Reuters avrebbe subìto un intervento chirurgico urgente ed è ricoverato in terapia intensiva. La vittima ha riportato ferite allo stomaco e al torace ed è ancora in pericolo di vita.

Sull’accaduto si è subito espresso il ministro dell’Interno croato Davor Božinović: “L’uomo è stato ferito mentre la polizia stava proteggendo il confine” ha commentato. “Gli agenti di polizia stavano impedendo il passaggio di un gruppo che probabilmente voleva raggiungere la Slovenia”, ha spiegato. Secondo quanto dichiarato dalla stessa polizia, l’agente avrebbe sparato un colpo di pistola in aria per chiamare in aiuto i suoi colleghi, ma in quel momento sarebbe inciampato, facendo fuoco ad altezza d’uomo e colpendo il migrante. Le autorità croate hanno promesso di indagare per fare chiarezza.

Violenze documentate

Le violenze da parte della polizia croata sui migranti sono state però ben documentate negli ultimi anni. Sono centinaia le testimonianze dirette di persone che hanno cercato di varcare il confine con la Croazia e sono state respinte violentemente verso la Bosnia. I testimoni parlano quasi sempre di percosse con bastoni, insulti e umiliazioni da parte degli agenti. La polizia alle volte sequestra vestiti e cibo a chi trova nei boschi e spesso distrugge anche i telefonini per scoraggiare nuovi tentativi di sconfinamento.

L’utilizzo di armi da fuoco durante controlli e respingimenti non è però un caso isolato. Secondo Border Violence Monitoring Network (BVMN), il collettivo di associazioni che più di ogni altri ha raccolto testimonianze sui respingimenti, in quasi un quinto dei casi la polizia usa armi da fuoco.

Secondo l’ICS-Ufficio Rifugiati di Trieste, che ha commentato il ferimento del migrante in Croazia in una nota, si tratta di “un gesto di barbarie inaudito di cui la Repubblica di Croazia deve rispondere a livello europeo”. Ricordando il probabile accesso dello stato balcanico nell’area Schengen nel 2020, l’ICS scrive che “quanto sta avvenendo da mesi nei confronti dei migranti seviziati e respinti in Bosnia Erzegovina è in totale contrasto con il diritto dell’Unione Europea”.

Da parte croata le autorità da mesi negano o minimizzano i comportamenti violenti dei propri agenti di polizia. Pochi giorni fa al Parlamento europeo alcuni europarlamentari croati, guidati da Karlo Ressler, hanno risposto alle accuse sostenendo siano solo falsità e che non ci siano prove. Il deputato Tomislav Sokol ha aggiunto che “queste Ong stanno operando per il loro personale tornaconto politico”.

Le polemiche in Bosnia

Nelle stesse ore in cui si apprendeva dell’incidente sul Gorski Kotar, hanno fatto discutere le parole di Hajrudin Havić, direttore dell’ospedale di Bihać, in Bosnia, da dove vengono molti dei migranti che tentano di arrivare in Unione europea. Havić si è lamentato che i migranti occupano troppo spazio nel suo ospedale, anche nell’obitorio.

Non è raro, infatti che chi tenta di oltrepassare il confine, si ferisca in modo serio o perda la vita. “Preferirei non accettare migranti nell’ospedale, così potrei accettare più persone locali. Il nostro compito è servire i cittadini bosniaci”, ha sostenuto il direttore dell’ospedale.

Milizie in Slovenia

Il clima di tensione e di xenofobia non sembra risparmiare neanche la Slovenia, territorio di passaggio per molti gruppi di migranti diretti in Italia, Austria o Germania. Qui da qualche settimana a monitorare i confini ci sono anche delle milizie di paramilitari, chiamate Štajerska e Krajnska Varda.

“È un dovere di tutti noi garantire la sicurezza nel nostro paese”, ha dichiarato il loro fondatore Andrej Šiško, leader di una formazione politica di estrema destra. Ufficialmente il ruolo del gruppo non è intercettare i migranti, ma segnalarne la presenza alle forze dell’ordine. La polizia slovena ha fatto sapere di monitorare la situazione al confine con la Croazia, ma che per il momento non ha riscontrato nessuna attività criminale.

Anche senza l’intervento dei paramilitari, i respingimenti di migranti dalla Slovenia alla Croazia nei primi 10 mesi del 2019 sono stati 6.500. Le persone riammesse dalla Croazia in Bosnia più di 11.000. Il timore, anche alla luce degli ultimi episodi, è che senza una netta presa di posizione dell’Unione europea questa prassi ormai consolidata possa diventare sempre più violenta.

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