RUSSIA: La Calmucchia in piazza contro i giochi di palazzo

Non accenna a placarsi l’onda lunga della mobilitazione popolare che da almeno tre mesi sta interessando la città di Elista, capitale della Calmucchia, soggetto federale della Russia situato in prossimità del Caucaso Settentrionale. In diverse occasioni, prima centinaia poi migliaia di manifestanti si sono riversati nella centrale Piazza della Vittoria per protestare contro quella che percepiscono come un’insostenibile intromissione di Mosca nella politica regionale. L’oggetto del contendere è la nomina a sindaco della città di Dmitrij Trapeznikov, ex leader della Repubblica separatista di Donetsk nell’est dell’Ucraina. L’endorsment per tale carica gli è dovuto al patrocino di Batu Khasikov, kickboxer di fama mondiale e governatore della Repubblica di Calmucchia.

A scatenare la frustrazione e le proteste (piuttosto insolite e partecipate in questo angolo di Russia) la promozione eterodiretta di un individuo sostanzialmente estraneo alle dinamiche politiche della repubblica abitata in prevalenza dall’omonimo gruppo etnico di fede buddista ed etnia buriata. Nativo della città russa di Krasnodar, Trapeznikov ha vissuto prevalentemente in Ucraina divenendo direttore della squadra di calcio Shakhtar Donetsk e ad interim, nel 2018, Capo di Stato della Repubblica Popolare di Donetsk in seguito all’omicidio del predecessore Aleksandr Zakharchenko. Dopo aver ricevuto la cittadinanza russa, il suo nome pare essere stato proposto per la carica di sindaco da Vladislav Surkov, ex vice primo ministro della Federazione e potente silovik dell’amministrazione Putin, finito nell’occhio del ciclone per i presunti piani di sovvertimento e destabilizzazione del governo di Kiev.  Sorpreso dalle proteste che ne hanno chiesto le dimissioni, Khasikov ha rivendicato la competenza e l’esperienza pregressa dell’aspirante sindaco in situazioni di particolari precarietà, assumendo su di sé la responsabilità della scelta.

Gli interessi di Mosca e la rabbia popolare

L’incontestato supporto del Cremlino e delle autorità locali nei confronti del contestato sindaco fanno subodorare un perverso gioco di palazzo tra i “decision maker” russi. La nomina di Trapeznikov manifesta il supporto costante e la volontà di Mosca di premiare il lealismo nei diversi teatri politici di riferimento. Posizioni governative garantite in defilati contesti provinciali in cui il potere centrale può contare sulla complicità di quadri locali fortemente allineati.

Di fronte a questo fatto compiuto, la risposta dell’opinione pubblica. Una reazione in cui confluiscono diverse matrici. Se da un lato non si può negare il contributo aggregante di un nazionalismo etnico che si nutre del risentimento calmucco nei confronti della preminenza dei quadri di etnia russa (risentimento strumentalizzato dalle autorità centrali per delegittimare la protesta), è utile considerare l’irrobustirsi nei diversi contesti politici russi dell’espressione di un dissenso sempre meno latente che attraversa la Federazione, dal centro alla negletta periferia.

Di fronte a quella che viene percepita come un’imposizione centralista di Mosca in un contesto peculiare, un frangente crescente dell’opinione pubblica si è mobilitato rivendicando l’opportunità di selezionare i propri rappresentanti in maniera democratica e in tal modo ribaltando le modalità verticali di promozione all’interno della Federazione. I calmucchi, inoltre, hanno condannato il coinvolgimento del sindaco in crimini e nefandezze nel corso del conflitto armato che ha insanguinato le regioni russofone dell’est ucraino. Da qui l’emergere di un manifesto che invoca le dimissioni non solo di Trapeznikov ma anche dell’assemblea repubblicana e di Khasikov, delegittimato nonostante la robusta vittoria ottenuta alle precedenti elezioni.

Dal Volga alla capitale

Difficile dire quanto queste proteste possano influire sul mutamento di una decisione all’apparenza incontrovertibile, ma l’emergere di una crescente disaffezione verso la disinvolta assertività delle autorità centrali dovrebbe suonare come un avvertimento, richiedendo un pragmatico cambio di passo e una minore sottovalutazione dell’espressione del dissenso nei diversi contesti regionali. Se è certamente una velleità semplicistica tracciare un filo rosso tra la protesta in Calmucchia e le massicce mobilitazioni di questa estate, è opportuno considerare come la persistenza, il radicamento e la diversificazione del dissenso costituiscano una crepa in un negletto fronte interno già ampiamente sotto stress per le difficili condizioni sociali ed economiche. Una serie di campanelli di allarme che il Cremlino non può permettersi di ignorare ulteriormente.

Foto Sandzhi Ubushiev – TASS

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