L’anteprima italiana al Trieste Film Festival del film polacco Brother di Maciej Sobieszczański, un’autentica rivelazione.
Al Trieste Film Festival, il concorso lungometraggi racchiude una selezione che, principalmente, propone le migliori opere passate presso i festival più noti. Abbiamo già incontrato Fantasy di Kukla e Sorella di Clausura di Ivana Mladenović a Sarajevo, anteprime di Locarno, o i due film lituani presentati a Karlovy Vary, The Visitor di Vytautas Katkus e Renovation di Gabrielė Urbonaitė. Accade che compaiano film che hanno avuto un percorso meno in vista, nonostante una qualità intrinseca: Brother (Brat) di Maciej Sobieszczański non ha nulla ad invidiare a film dell’area che sono stati presentati nelle sezioni collaterali di Cannes, o in Orizzonti a Venezia, eppure ha avuto solo alcune anteprime a festival in patria, e una al festival di Cottbus, prima del concorso del Trieste Film Festival. Non è un caso unico: è stato similmente difficile il percorso di Ida di Pawel Pawlikowski, film molto diverso, ma che fu presentato solo a festival polacchi prima di essere scelto per rappresentare la Polonia agli oscar (e vincere la statuetta per il miglior film straniero, per la prima volta nella storia del cinema polacco).
Non si tratta di un film visionario o mai visto (nè, nonostante il titolo identico, ha nulla in comune con il cult di Balabanov): narra di preadolescenze difficili (fatto che colpisce, nel film i due fratelli protagonisti hanno nove e tredici anni e si trovano spesso in situazioni molto più “adulte”), speranze di fuga da un vortice di degrado e violenza, situazioni familiari disfunzionali. La forza del terzo lungometraggio di Maciej Sobieszczański è nell’energia del film: un ensemble che agilmente adopera attori giovanissimi e star polacche come Agnieszka Grochowska, che interpreta la madre, che scaturisce un’empatia profonda con personaggi molto complessi e di certo non modelli di coerenza. La macchina a mano libera, molto tipica nel rappresentare questo genere di vicende, costruisce composizioni sempre nuove, vorticando tra i protagonisti, e la fotografia di Jolanta Dylewska sa quando non imporsi, e quando osare. Le pochissime note di colonna sonora colgono brevemente ma efficacemente il bagaglio emotivo delle brevi scene che abitano. Non si ricade troppo in una tematizzazione: certo, il modo in cui la dominanza della religione cattolica e l’educazione patriarcale-maschilista plasma la psicologia dei due giovani protagonisti si presta ad un’analisi, ma non sono aspetti su cui il film esagera nell’insistenza. Insomma, Brother è un film che emoziona, che non stupisce ma mantiene viva la propria fiamma.
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