In un concorso che poteva vedere la vittoria di praticamente qualsiasi candidato, vista la qualità alta delle opere presentate, a vincere è stata la slovena Kukla, regista del vorticoso Fantasy.

CINEMA: Premio miglior film TSFF 2026 a Fantasy di Kukla, l’intervista

In un concorso che poteva vedere la vittoria di praticamente qualsiasi candidato, vista la qualità alta delle opere presentate, a vincere è stata la slovena Kukla, regista del vorticoso Fantasy.

Non stupisce che, a vincere il Trieste Film Festival, sia stato un film sloveno diretto da una donna: non tanto per il fatto che il festival ha ad esse dedicato una retrospettiva, quanto per la coincidenza che ha visto nel 2025 tre talentuosissime cineaste debuttare con tre film unici. Fantasy è stato già presentato al festival di Locarno in anteprima mondiale nella sezione Cineasti del Presente. Fantasy è un film dal soggetto praticamente unico: tre ragazze, tutte immigrate di seconda generazione, incontrano Fantasy, una donna transgender, e per una serie di eventi, scoprono ciascuna il proprio percorso verso l’età adulta. Noi abbiamo avuto modo di incontrare Katarina Bogdanović, ovvero la musicista e regista Kukla (pesudonimo che in varie lingue balcaniche significa “bambola”, intesa come una bambola giocattolo o una bambina di tenera età), al festival di Sarajevo.

Non sapendo qual è il soggetto del film, il titolo Fantasy evoca un senso di fantastico, o suggerisce la presenza di un elemento di fantasia. Qual’è il motivo per la scelta di questo titolo, e del nome del personaggio?

Ho scelto Fantasy per varie ragioni. Il personaggio è ispirato ad una donna transgender realmente esistente, di nome Salomé, una persona fantastica. Mi piace come abbia scelto un nome dal significato immenso. Inoltre, ho pensato: che è una donna se non la fantasia di una donna? C’è anche questo, perché è un film sulla donna che guarda a sé stessa. Poi, per come percepisco il mondo, apprezzo molto il realismo al livello della rappresentazione di relazioni interpresonali, ma poi la fantasia è la ruota trainante che mi permette di uscire da un realismo troppo pesante. In un certo senso è anche una questione filosofica, non solo di stile.

Il film utilizza molto spesso scene surreali o “fantastiche” per un tema piuttosto convenzionale come il passaggio all’età adulta, al punto che lo stile sembra dominarne il senso. Può accadere che sia lo stile di un film a generarne il significato?

Si. Io penso allo stile in termini di auto-espressione. Mi esprimo così naturalmente, non posso farlo altrimenti, e ci ho provato. Sono cresciuta guardando video musicali di MTV, per cui questa ibridità che suggerisci tra elementi da video musicali e una narrazione classica era qualcosa a cui cercavo di attingere. Cerco sempre di lasciar fare al subconscio più che alla coscienza perché ritengo che sia più sincero.

Tornando al personaggio chiave del film, ovvero Fantasy: recentemente è stato ampio il dibattito riguardo alla rappresentazione di personaggi transgender da parte di attori eteronormativi, a causa delle difficoltà a livello di casting per una percepita mancanza di attori trans professionisti, ma nel caso di questo film Alina Juhart è effettivamente una donna transgender. Può raccontare come vi siete incontrati?

Per ciascun personaggio ho cercato di trovare persone che vivono la loro verità e che hanno l’essenza del personaggio. Perciò certamente, per un personaggio trans, volevo avere una persona trans, perché ritengo che è neccessario darle la giusta visibilità. Poi, penso che c’è n’è già stato abbastanza, di uomini che interpretavano tutti i ruoli, come nell’epoca antica. C’è stato un casting davvero lungo, tra Slovenia e Serbia, dove attualmente risiedo. Poi ho incontrato Alina, nel corso del processo. Di solito un incontro per un casting durava una mezz’ora, nel suo caso abbiamo parlato per ore. C’è stata istantaneamente l’intesa. Tra l’altro, pur vivendo ora in Serbia, dov’è diventata una cantante iconica in un talent show di cui non sapevo, anhce lei è slovena, addirittura eravamo quasi vicine di casa a nostra insaputa. Per me era più importante trovare una persona che vivesse la propria verità, disposta ad esporla sullo schermo, che un attore professionista.

Avendo vissuto a Trieste, non ho potuto fare a meno di notare la presenza del “quadrilatero”, un’imponente complesso abitativo brutalista spesso utilizzato come location anche da film italiani ma mai valorizzato come in Fantasy. Conoscevi già la location?

Si, ho scritto la sceneggiatura con quella location in mente.  Mi ricorda molto l’architettura brutalista dell’ex-Jugoslavia dove sono cresciuta insieme a molti membri della troupe. Non volevo mai definire il nome della città  in cui la vicenda del film si svolge, solo suggerire che sia una piccola città slovena. In fondo si tratta di un’esperienza universale: a Locarno qualcuno proveniente dalla Francia si è avvicinato a me per raccontare di come abitava in un complesso simile, da piccolo. Si tratta anche di un complesso abitativo davvero unico, è come se fosse una prigione in cemento, e quindi mi permetteva di evocare il senso di confinio personale che vivono i protagonisti per quanto riguarda le loro identità.

A questo proposito, è un aspetto che viene rivelato solo gradualmente nel film, ovvero che le tre ragazze protagoniste sono immigrate di seconda generazione. Era così già nell’idea originale?

Il fatto è che anch’io sono un’immigrata di seconda generazione: i miei genitori vengono dalla Macedonia, ma io sono cresciuta in Slovenia, e si tratta di un’espreienza davvero personale. Poi ho trovato attrici con storie simili alla mia. Quando sei un immigrato di seconda generazione, non ti senti appartenere al paese in cui vivi. Non sei a casa, ma allo stesso tempo, hai una nostalgia per un paese che non conosci, o che non esiste più. Ti senti persa perché non hai un’identità nazionale, non puoi ancorarti a nulla. Può confondere molto ma essere liberatorio perchè ti permette di esulare dal concetto di nazionalità.

Foto: Antonio Ciotola

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Chi è Viktor Toth

Critico cinematografico specializzato in cinema dell'Europa centro-orientale, collabora con East Journal dal 2022. Ha inoltre curato le riprese ed il montaggio per alcuni servizi dal confine ungherese-ucraino per il Telefriuli ed il TG Regionale RAI del Friuli-Venezia Giulia.

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