Era il 21 gennaio 2006 quando il primo presidente del Kosovo Ibrahim Rugova morì all’età di 62 anni, lasciando ai kosovari un’eredità importante: la costruzione delle istituzioni, la fiducia nell’Europa e il valore della pace.
Il padre del Kosovo
Rugova non fu solo il primo presidente del Kosovo, fu anche una figura chiave di una stagione politica che ha segnato profondamente i Balcani occidentali. Grazie al suo ruolo nella storia del piccolo stato balcanico che proclamò la propria indipendenza nel 2008, Rugova è stato soprannominato “Padre della Nazione” e “Gandhi dei Balcani“, assegnato, tra gli altri, del Premio Sakharov per la libertà di pensiero e postumo dichiarato “Eroe del Kosovo“. A distanza di due decenni, il suo nome continua a evocare la scelta controcorrente e indomita della resistenza non violenta in uno dei contesti, quello kosovaro e in senso più lato balcanico, più instabili d’Europa.
Intellettuale prima che uomo di potere, Rugova nasce come studioso di letteratura e critico, formato tra Pristina e Parigi. Proprio da questa matrice culturale deriva la cifra del suo impegno politico: un linguaggio misurato, un’idea di nazione fondata sulla dignità e sulla legittimazione internazionale più che sulla forza delle armi. Negli anni Novanta, mentre la Jugoslavia stava morendo tra guerre sanguinose, Rugova divenne il punto di riferimento della comunità albanese del Kosovo, promuovendo una strategia di resistenza pacifica al regime di Slobodan Milošević.
Il Gandhi dei Balcani
È in questo periodo che nasce l’immagine del “Gandhi dei Balcani“. Attraverso la Lega Democratica del Kosovo (LDK) da lui fondata, Rugova organizzò un vero e proprio “stato parallelo“: scuole, università, assistenza sanitaria, strutture civili che permisero alla società kosovara di sopravvivere senza ricorrere alla violenza. Una scelta, la sua, che gli ingraziò il consenso popolare ma che al contempo non lo rese esente da critiche feroci: molti lo accusarono di eccessiva prudenza, mollezza, incapacità di rispondere con efficacia alla violenta repressione serba.
L’esplosione del conflitto armato e il controverso intervento NATO nel 1999 sembrarono relegare Rugova ai margini, oscurato dalla centralità assunta dall’esercito dell’UCK e dalla logica militare. Eppure, nel dopoguerra, la sua figura riemerge come elemento di stabilità. Eletto presidente del Kosovo sotto amministrazione internazionale, Rugova divenne il volto di una leadership moderata, impegnata a costruire istituzioni e a ottenere il riconoscimento esterno. La sua storica sciarpa, divenuta quasi un simbolo politico e donata poi all’ex presidente albanese Sali Berisha, era una presenza constante di incontri diplomatici e viaggi internazionali, il cui tenace obiettivo era l’indipendenza del Kosovo come esito di un percorso negoziato e legittimo.
Rugova morì prima di vedere realizzato quel traguardo, dal momento che il Kosovo raggiunse l’indipendenza nel 2008. Eppure, molti dei tratti fondanti dello stato kosovaro parlano di lui, portano la sua impronta. Non a caso, ancora oggi, il suo nome è richiamato nei momenti di tensione come simbolo di moderazione e dialogo.
I commenti della politica e l’eredità di Rugova
Se qualche anno fa il premier albanese Edi Rama ricordò teneramente Rugova come “il leader più atipico tra i personaggi illustri della storia kosovara”, in occasione del ventennale dalla sua scomparsa gli omaggi da parte delle autorità, tra cui leader politici e diplomatici stranieri, hanno celebrato all’unisono la sua grandezza, sottolineando come Rugova abbia unito l’intero popolo kosovaro attorno alla causa della libertà, dell’indipendenza e della democrazia.
Nel ventennale della sua scomparsa, ricordare Ibrahim Rugova significa soprattutto interrogarsi sulla sua eredità. In un Kosovo attraversato da sfide vecchie e nuove (dalle sempiterne frizioni con la Serbia alla fragilità istituzionale, passando per le varie tensioni regionali) la sua lezione resta attuale: la costruzione di uno stato non passa solo dalla vittoria politica o militare, ma dalla capacità di dare forma a una convivenza, di trasformare un conflitto in progetto.
Rugova ha incarnato una scommessa difficile, talvolta impopolare, ma profondamente europea: quella di credere che anche nei Balcani la politica potesse farsi portatrice di un valore superiore, diventando un esercizio di pazienza e responsabilità. A vent’anni di distanza questa scommessa continua a interpellare un presente che, a volte, specialmente in Kosovo, sembra non cambiare mai.
Foto: politiko.al
East Journal Quotidiano di politica internazionale