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CALCIO: Una squadra particolare. Ascesa e declino del Maccabi Brno

Hakoah, Maccabi (o Maccabea), Sámason, Kadima e  Hagibor. Questi nomi al giorno d’oggi dicono poco, ma nei primi anni Venti l’associazionismo ebraico, specie nell’area dell’Europa orientale, portò un po’ ovunque alla fondazione di polisportive e centri culturali sionisti, spesso dotati di squadre calcistiche. Una vera e propria galassia di formazioni, la cui stella più luminosa era senza dubbio l’Hakoah Vienna. Una formazione capace di conquistare il campionato austriaco nel 1925, di ricevere inviti per giocare in tutta Europa e di partire per una lucrosa tournée negli Stati Uniti l’anno dopo. Dietro il fenomeno identitario, il calcio era un affare redditizio: così tanto che sorsero anche squadre non proprio ligie ai principi del sionismo, come il Maccabi Brno.

Le radici del fenomeno

Sul finire dell’Ottocento tutta Europa era attraversata da idee di rinnovamento e di contrasto alla decadenza dell’uomo, in cerca di un rimedio ai mali della modernità. Una rigenerazione morale e fisica, che poteva essere a sfondo patriottico – come dimostra la diffusione dei Turnen tedeschi e dei Sokol slavi – o religioso, con la diffusione del “cristianesimo muscolare”.

In questo quadro, non faceva eccezione la componente ebraica: nel 1898 un medico ungherese, Max Nordau (Simon Maximilian Südfeld), sostenne davanti al II congresso sionista di Basilea la necessità che i giovani ebrei rafforzassero il proprio corpo, smentendo le tesi antisemite e preparandosi per colonizzare il nuovo stato ebraico. Malgrado il modello di riferimento fosse il Bar Kochba di Berlino, un’associazione ginnica, ben presto i centri ebraici incontrarono sulla propria strada lo sport moderno, che andava diffondendosi rapidamente nell’impero degli Asburgo.

Una squadra dell’industria tessile

Nel primo dopoguerra il fenomeno esplose: centri polisportivi nacquero in tutto l’areale del vecchio impero asburgico, da Cluj a Oradea, da Novi Sad a Cracovia passando per Debrecen e Timişoara. Associazioni dove era sempre presente una formazione calcistica che, se di buon livello, poteva garantire gli introiti necessari alla sopravvivenza del club. Dunque, migliore era la formazione, più occasioni di tournée si presentavano, maggiori erano gli incassi della squadra.

Fu così che a Brno l’alta borghesia ebraica cittadina, impiegata nell’industria tessile, ebbe l’intuizione: sfruttare il calcio e una squadra sionista locale per effettuare una vera e propria operazione commerciale, garantendo l’approdo di giocatori di alto livello grazie alla migliore situazione economica della Moravia. Una vera e propria squadra di professionisti ante litteram, in un periodo dove ancora il calcio era uno sport dilettante, fatta eccezione per le isole britanniche. Il meccanismo non era nuovo: anche l’Hakoah Vienna aveva reclutato molti giocatori magiari, ma il Maccabi andò oltre, finendo per assoldare anche giocatori non ebrei.

A talenti come Árpád Weisz, poi divenuto famoso anche in Italia come allenatore di Inter e Bologna, si aggiunsero alla compagine ebraica importanti giocatori di religione cristiana, come Ferenc Hirzer, poi protagonista a Torino in maglia bianconera, Árpád Hajós e Gábor Obitz.

Una vera e propria macchina per fare soldi, con lunghe tournée per l’Europa: nel 1923 la formazione giocò ben 47 partite fra Italia, Spagna, Austria e Cecoslovacchia battendo, ad esempio, il Real Madrid con un secco 3-1, e misurandosi nel 1924 persino con l’Italia in un test-match in vista delle Olimpiadi di Parigi del 1924.

La fine

Brno poteva essere astro nascente del calcio cecoslovacco? Forse. Ma mentre i giornali ungheresi tuonavano contro la formazione, ladra di talenti magiari da far giocare con la stella di David sul petto, anche a Praga la compagine era invisa. Le squadre della capitale guardavano con appetito alla rosa della formazione, spingendo per una riforma complessiva del sistema calcistico cecoslovacco. Richiamata per avere giocatori non ebrei – sebbene militasse nella lega etnica – la formazione fu costretta a lasciar partire i suoi migliori talenti, tornando ad essere una squadra provinciale.

Foto: Formazione del Maccabi Brno contro l’Alessandria (1924) (“Il Calcio”, 5 gennaio 1924) 

UNGHERIA: La pandemia si abbatte anche sul paese di Orbán

Nei primi mesi del 2020, mentre i paesi dell’Europa occidentale erano alle prese con una situazione difficile e contagi fuori controllo, la parte centro-orientale del continente si trovava in una posizione invidiabile. I numeri relativi alla pandemia di Covid-19 che si registravano a Budapest, Praga e Bratislava erano nettamente inferiori e le statistiche fornivano un quadro rassicurante. Tralasciando le polemiche sull’esiguo numero di tamponi effettuati, il bacino danubiano sembrava al riparo da ogni emergenza.

Questo non vuol dire che l’esecutivo di Viktor Orbán fosse rimasto con le mani in mano. Dopo aver inizialmente dato degli “untori” agli studenti stranieri, verso la metà di marzo i dati mostravano come il virus stesse circolando anche fra gli ungheresi, rendendo necessarie misure drastiche e immediate. Le scuole sono state così chiuse e gli ospedali hanno dimesso molti pazienti al fine di liberare posti letto: una disposizione ingiustificata viste le reali dimensioni del fenomeno e che ha portato alla morte di molti dei malati dimessi. Inoltre, in quelle settimane l’esecutivo si è garantito pieni poteri.

Più che di sanità, il governo si è concentrato però su altro. Prima attraverso l’imposizione del vincolo di identità sessuale, identificato alla nascita e non modificabile per legge, poi tagliando il budget alla capitale, in mano all’opposizione dall’ottobre del 2019. Tutto questo mentre il principale portale d’informazione del paese, «Index.hu», veniva scalato ed entrava a far parte dei media dell’esecutivo.

Il “piano di guerra”  

Nel maggio la situazione pandemica sembrava tranquilla. Orbán poteva così annunciare che la prima “battaglia” contro il virus era stata vinta, alleggerendo le misure restrittive prima in provincia, poi nella stessa capitale, quindi rinunciando ai pieni poteri. Sono rimaste alcune restrizioni relative agli assembramenti (per gli eventi musicali per esempio), ma gli stadi, tra gli altri luoghi di aggregazione, hanno riaperto, seppur a capacità ridotta. A metà luglio, interrogato durante una conferenza stampa su questa particolare concessione, Gergely Gulyás, portavoce del governo, ha dato una risposta tragicomica: gli stadi erano più sicuri perché gli spettatori calcistici consumano meno alcolici.

“No grazie, vado alla partita” – immagine satirica condivisa dalla pagina Trollfoci.

Con la fine dell’estate il governo ha annunciato la chiusura delle frontiere, mentre il paese si scopriva meno sicuro di quello che pensava. Gli ultimi giorni di agosto il numero dei positivi accelerava repentinamente con oltre cento casi giornalieri, ma le nuove disposizioni governative erano applicate solo in parte.

Sempre il calcio ce ne offre un valido esempio: durante i play-off per accedere alla Champions League disputati dal Ferencváros, una folla di tifosi, impossibilitati a entrare nell’impianto sportivo a causa dei divieti UEFA, si è radunato fuori dallo stadio per sostenere i propri beniamini nella totale noncuranza delle autorità.

 

Il brusco risveglio 

Sul finire di ottobre la situazione è di nuovo peggiorata. I casi giornalieri superavano allora il migliaio. Mentre il paese scivolava nel panico a causa della pandemia, il 5 novembre, Mihály Varga, ministro delle Finanze, si è espresso con parole al miele sulla gestione governativa, capace di imporre nuove restrizioni senza compromettere l’economia. Ha richiamato con ciò, in particolare, lo spettro della crisi economica del 2008, allora gestita dalla sinistra al potere. Sembra proprio questo lo scudo dietro cui il partito di governo FIDESz si barrica oggi: diversi esponenti, fra cui Gergely Gulyás, hanno espresso posizioni simili, ricordando ancora come una gestione a guida Ferenc Gyurcsányi – uno dei principali leader dell’opposizione – avrebbe fatto molto peggio.

I fantasmi della crisi economica e del ritorno al potere di quella classe dirigente sembrano essere ora le migliori armi a disposizioni del premier. Assieme al ripristino dei pieni poteri per l’esecutivo, è stato proposto un progetto di riforma elettorale che imporrebbe alle liste di opposizione di correre tutte insieme contro i candidati della FIDESz. Una misura che, secondo Gábor Vona, ex leader di Jobbik ritiratosi dopo le elezioni del 2018, sarebbe funzionale a distrarre l’opposizione dai veri problemi, in primis la gestione dell’emergenza sanitaria.

Ma può bastare?

Nel frattempo, nonostante le continue rassicurazioni sui vaccini russo e cinese e sul fatto che ormai manca poco alla ripresa della normalità, il 17 novembre Budapest ha superato Praga per il numero di ricoveri – un dato impressionante considerato che due settimane prima contava la metà dei casi.

La gestione “leggera” della pandemia ha ceduto il posto a regole più vincolanti: dall’inizio di novembre l’uso della mascherina è stato imposto anche all’esterno, pur fra mille eccezioni, e fra le 20 e le 5 di notte è entrato in vigore il coprifuoco. Disposizioni tardive, cui seguiranno probabilmente divieti ancora più stringenti, fino a un probabile lockdown generale.

Mentre Orbán promette tagli alle tasse per far ripartire l’economia, è utile allora fermarsi e domandarsi quali sarebbero le conseguenze di una stagnazione prolungata. Attualmente prevedere che il paese sia politicamente contendibile alle elezioni del 2022 non sembra realistico, anche alla luce dei risultati degli ultimi appuntamenti elettorali. Eppure, con le opposizioni compatte, se l’economia dovesse effettivamente fermarsi, basterà continuare a scomodare i fantasmi dei governi passati per scongiurare un cambio di potere al vertice?

Foto: MTI/Máthé Zoltán

UNGHERIA: L’Università di cinema e teatro di Budapest nel mirino di Orbán

La nomina governativa di Attila Vidnyánszky a direttore del consiglio di amministrazione dell’Università delle arti teatrali e cinematografiche (SzFE) ha portato all’occupazione dell’istituto, fra la solidarietà di altri enti culturali e migliaia di ungheresi. Un segnale preoccupante per Orbán che dopo il clamore suscitato dal caso «Index.hu» deve gestire la difficile situazione pandemica nel paese. Qualcosa scricchiola in Orbánlandia?

La premessa

L’incipit della storia sembra sempre lo stesso: prendete un’istituzione che mantiene troppa autonomia e libertà di critica e un esecutivo che mal tollera tutte le voci dissonanti. Aggiungete un forte accentramento del potere politico in mano all’esecutivo e una società civile che sembra aver accettato l’ingerenza dello stesso. Se poi alla guida del partito di governo vi è un politico fine quale Viktor Orbán, è chiaro quale sarà il risultato. Se l’ente è impossibile da conquistare verrà ostracizzato, altrimenti, se vi è la possibilità sarà inserito in una cornice nella quale perderà la propria indipendenza economica e verrà assoggettato al governo. Così è successo in casi ormai divenuti tristemente noti anche fuori dal paese, come quello della CEU, dell’Accademia delle scienze o dell’Istituto 1956.

Quando il potere politico in Ungheria prende di mira un’istituzione insomma, lo fa sul serio, e colpisce bene. Così, quando nel dicembre del 2019 il nuovo manifesto della politica culturale della FIDESz inquadrava come obiettivo l’universo del teatro ungherese, era chiaro che ben presto sarebbe accaduto qualcosa. Le acque si sono mosse nel giugno del 2020, quando è stata la SzFE – Università del cinema e del teatro della capitale – a finire sotto la lente governativa, attraverso il progetto di ristrutturazione dell’istituto e il passaggio dal settore pubblico a quello privato, inquadrandolo all’interno di una fondazione dove comparivano diversi esponenti del partito di governo. Una proposta ufficialmente volta a garantire maggiori introiti alla SzFE, ma duramente contestata da studenti e professori, che ne hanno visto un tentativo di porre un limite all’indipendenza dell’ente. Che queste siano le reali intenzioni dell’esecutivo non è in discussione: nell’estate lo stesso membro della FIDESz, István Hollik, ha confessato che l’università non è idonea alla trasmissione dei pilastri dell’identità nazionale, rendendo necessaria una svolta nella sua gestione.

L’offensiva contro la SzFE

Le prime proteste contro la nuova politica culturale hanno raccolto un grande seguito e, già a fine giugno, una manifestazione coinvolse 500 persone, trovando appoggio in importanti nomi della cultura ungherese, come il regista Béla Tarr. Ciononostante, le richieste dei dimostranti sono state rigettate dal ministro per l’Innovazione e la Tecnologia László Palkovics il quale, rifiutando il dialogo, ha chiarito che il governo non intendeva procrastinare l’entrata in vigore della riforma, prevista per il primo settembre.

Il 31 agosto il senato accademico, data l’incompatibilità delle sue funzioni con il nuovo ordinamento, ha deciso di dimettersi accusando la riforma di impedirne il corretto operato, mentre una dimostrazione organizzata davanti alla sede dell’ateneo (in Vas utca) diventava il seme dell’occupazione dell’edificio, attuata da circa 250 studenti. Una svolta radicale, in un paese dove le università semplicemente non si occupano.

Nel frattempo la protesta ha finito per riscuotere largo successo in tutto il resto del paese, sottoscritta dall’Istituto Károly Eötvös, dalla CEU, dalla MOME, dall’Università di arti Moholy-Nagy, dall’Università di studi cinematografici e arti visive di Pécs, cittadina dell’Ungheria meridionale dove si è tenuta anche una protesta pubblica. Senza contare i messaggi di solidarietà che sono pervenuti dall’estero, come dal teatro Berliner Ensemble, e dal carpet del Festival del cinema di Venezia, dove portavoce dei diritti dellUniversità del cinema e del teatro è stato il regista Kornél Mundruczó, in gara alla rassegna.

E ora? 

In questo clima, il 6 settembre una nuova manifestazione ha attraversato il centro di Budapest coinvolgendo – secondo le stime del portale d’opposizione «Mérce» – circa 10.000 persone, che hanno formato una catena umana di diversi chilometri collegando la sede dell’Università al parlamento, facendo arrivare nel cuore del potere politico la “charta della SzEF” al ritmo del canto Szabad ország, szabad egyetem (Paese libero, università libera).

Insomma, Budapest è in subbuglio, e anche il sindaco della capitale Gergely Karácsony dimostra la sua approvazione per l’operato degli studenti, esempio vivente che davanti alla prova di forza del governo sia possibile rispondere, invece che piegarsi. Un’opinione condivisa anche dal portale d’informazione «444.hu», che ha parlato dei recenti casi di «Index.hu» e dell’Università del cinema e del teatro come di simboli che mostrano il coraggio che fino ad ora è mancato nel paese.

Ora arriva la parte più difficile: Orbán ha già dovuto gestire ondate di malcontento e pubbliche proteste, ma ne è sempre uscito indenne, complice anche la buona situazione economica ungherese. Che il Covid e le difficoltà siano la scintilla per una vera crisi politica anche in Orbánlandia?

 

Foto: Azonnali.hu

UNGHERIA: A rischio il principale portale d’informazione indipendente del paese

Qualche settimana fa il maggiore portale di informazione del paese danubiano, Index.hu, ha dichiarato di temere per la propria indipendenza. Si profila per l’Ungheria un nuovo caso Origo, il celebre sito web di notizie caduto sotto il controllo delle forze governative. 

La pluralità d’informazione in pericolo: Il caso Origo   

Nell’estate del 2014 Gergő Sáling, caporedattore di Origo diede le proprie dimissioni dopo che il portale di informazione aveva indagato su alcuni scandali per corruzione decisamente scomodi per il governo di Viktor Orbán. Il perché? Semplice. In seguito ad un accordo fra la Telekom, proprietaria del sito, e il partito di governo Fidesz, il portale cambiava schieramento sposando la politica del governo, e garantendo al primo ministro magiaro una nuova cassa di risonanza. Un fatto, peraltro, che ebbe un notevole impatto internazionale, fonte d’ispirazione per un significativo articolo del New York Times.

L’operazione non fu l’unica: più o meno nello stesso periodo anche un altro grande portale d’informazioni, Index.hu, anch’esso ostile alla politica della Fidesz, finì nel mirino di Orbán. In questo caso però le cose andarono diversamente. Per completare l’operazione, il primo ministro ungherese si era affidato a Lajos Simicska, celebre magnate ungherese, che ottenne un diritto di prelazione sul portale stesso. Qui però accadde qualcosa: la politica eccessivamente filorussa del primo ministro non era gradita da Simicska, e dopo un litigio fra i due, colui che doveva spezzare la libertà di Index.hu, si trovò paradossalmente a difenderla.

Difenderla letteralmente: nel 2017, nel pieno del suo impegno politico in chiave anti-Orbán, fu lo stesso magnate ungherese ad acquistare il portale d’informazione, evitando che finisse nelle mani dei think-tank orbaniani, garantendone l’indipendenza attraverso una fondazione privata (Magyar Fejlődésért Alapítvány) capitanata da László Bodolai. Il sodalizio durò poco: il disastroso esito delle elezioni del 2018, dove Fidesz sfiorò il 50% dei consensi spinse Simicska a ritirarsi dal mondo dell’informazione, causando un vero e proprio terremoto mediatico, nel quale chiuse lo storico Magyar Nemzet e il futuro di Index.hu si fece più incerto.

Una ripartenza “vivace”

Dopo aver stretto un accordo con la società Indamedia per lo sfruttamento della pubblicità sul portale, il sito volle comunque garantire la propria indipendenza. Prima attraverso un crowdfunding, quindi lasciando ai propri lettori la possibilità di verificare lo status del portale, attraverso il barometro digitale szabadindex.eu. Un indice basato su due assiomi: il possesso del portale stesso e la libertà d’azione della redazione.

In questa fase il sito vive il periodo di maggiore vivacità. Dopo essere stato definito dallo stesso primo ministro magiaro “una fabbrica di fake news” il portale segue puntualmente le giornate di contestazione contro Viktor Orbán della fine del 2018 sulla scia della rabszolgatörvény, la cosiddetta “legge sulla schiavitù”. Un periodo in cui si dotò persino di una sezione in inglese, attiva tutt’ora.

Un brusco risveglio

Le cose sono però nuovamente peggiorate nel marzo del 2020. Indamedia, “partner strategico” del sito, è stato acquisito da Miklós Vaszily – figura vicina al partito Fidesz – e inevitabilmente l’indipendenza del sito si è indebolita. Vaszily peraltro rappresenta un filo diretto fra l’operazione sul portale Origo e quella di Index.hu, in quanto fu proprio lui, manager, a costringere Gergő Sáling alle dimissioni, aprendo allo spostamento del portale. Lo schema sembra ripetersi: sebbene Indamedia non abbia un controllo diretto di Index.hu, la gestione della pubblicità e dei contratti garantisce all’ente una certa influenza sul portale d’informazioni.

Una circostanza verificatasi puntualmente nel corso di questa estate. Il 21 giugno 2020 Index.hu ha informato i propri lettori che c’erano state pressioni per apportare importanti modifiche alla redazione, mentre il barometro digitale del sito andava a posizionarsi sulla striscia “in pericolo”. Il rischio di scivolamenti era evidente: una nuova redazione significava prima di tutto una scelta probabilmente politica, con il maggior sito di informazioni ungherese che avrebbe finito, inevitabilmente, per sposare la politica governativa escludendo i giornalisti più critici.

La risposta di forza da parte della redazione e il clamore suscitato su tutti gli altri siti di informazione indipendente – chiaramente parte in causa dell’attacco – sembra per il momento aver ottenuto i suoi effetti. Dopo alcune giornate concitate, fra il 23 e il 30 giugno, quando il portale ha cambiato per due volte amministratore delegato, la situazione sembra essersi stabilizzata. Per quanto il barometro segni ancora la situazione di pericolo, Index.hu si è nuovamente rivolto ai propri lettori: ha confermato che la redazione proseguirà il proprio impegno in nome dell’informazione. Ma per quanto ancora?

Immagine: index.hu

UNGHERIA: A cento anni dal Trianon. Nazione e territorio sempre attuali

Una rampa di 100 metri, con ai lati incisi i nomi di tutti i comuni che componevano la “Grande Ungheria” (secondo il registro ufficiale del 1913), e un fuoco perpetuo che arde in nome dell’unità nazionale.

 

© MTI  Steindl Imre-program

Un progetto dal grande valore simbolico che, se non fosse subentrato il Covid-19, avrebbe dovuto essere inaugurato proprio il 4 giugno 2020 nella centralissima Alkotmány utca, a due passi dal parlamento, cuore pulsante della capitale ungherese, in occasione del centenario della firma del Trattato del Trianon.

 

© MTI  Steindl Imre-program

Ennesima conferma di quanto il ricordo dello smembramento del territorio storico magiaro sia un tema caro agli ungheresi, condiviso da tutte le forze politiche. Lo è anche per Gergely Karácsony, sindaco di Budapest (dell’opposizione), che ha proposto che il 4 giugno 2020, alle 16:30, l’intera capitale si fermi un minuto per commemorare la firma del trattato.

Un trauma sempre presente

Non è facile parlare del Trianon senza cadere in semplificazioni. Il tema è particolarmente controverso, specie se non si vuole ridurre gli argomenti al gioco della reciproca rivendicazione territoriale, composta da vecchie carte geografiche, teorie etno-linguistiche e supposti meriti storici.

Senza dubbio è utile riassumere brevemente le vicende storiche. Dopo l’implosione dell’Impero degli Asburgo in seguito alla fine della Prima guerra mondiale, l’Ungheria acquisì la propria indipendenza, venendo però amputata di gran parte del proprio territorio nazionale (circa due terzi).

Per la società magiara fu un duplice tradimento: da un lato le potenze occidentali avevano punito l’Ungheria dimenticandone il presunto ruolo di baluardo e roccaforte della cristianità, dall’altra le minoranze nazionali avevano aderito (non sempre volontariamente) alle nuove entità sorte o consolidate dal trattato di pace.

Il risultato fu l’emergere di un forte sentimento revisionista, tradotto nell’idea che il paese danubiano dovesse cercare di ottenere giustizia grazie all’intercessione di una grande potenza. Come noto, ciò avvenne: dopo aver atteso quasi 20 anni l’Ungheria rientrò in possesso di ampi territori grazie a due arbitrati, finendo però per essere trascinata nella follia bellica nazista. I trattati di pace di Parigi del 1947 riportarono la situazione a quella antebellica, e durante il periodo comunista il trauma del Trianon rimase sottotraccia, per riemergere come un fiume carsico dopo gli eventi del 1989.

Rivendicazione di nazionalità o della nazione?

Il trauma ungherese può sembrare agli occhi degli stranieri paradossale, quasi patologico. E in effetti non mancano esempi di gruppi e associazioni che chiedono una revisione ormai anacronistica. Come il Trianon nem örök nincs kőbe vésve (Il Trianon non è eterno, non è inciso nella pietra), raccolta di firme in cui qualche turista si sarà imbattuto nelle stazioni metropolitane di Budapest, o il Trianon Múzeum (Museo del Trianon) presso Várpalota nell’Ungheria nord-occidentale.

Appelli che si fondono con i richiami presenti nella toponomastica, sublimati da una serie di monumenti che commemorano i confini storici, incrementati in anni recenti. I risultati non sono sempre stati soddisfacenti: nel 2016 ad Eger, ad esempio, un monumento che raffigurava i contorni della grande Ungheria si è disgregato con un effetto piuttosto comico, perdendo pezzo pezzo i territori che avevano composto il regno, lasciando dopo qualche ora solo quelli delle Felvidék.

 

foto: heol.hu

Un atteggiamento favorito dal governo, che ha istituito il “giorno dell’unità nazionale” (Nemzeti Összetartozás Napja), fissato, appunto, il 4 giugno.

Non che sul Trianon non si possa anche scherzare, come dimostra l’ironia del Partito del cane ungherese a due code (Magyar kétfarkú kutya párt) nel proporre una vera e propria antitesi del sogno revisionista, reclamando una “Ungheria più piccola” che ricalchi la forma dei confini “storici” del paese cedendo ulteriori territori.

 

Foto: MKKP

Cosa rimane del Trianon, oggi

Si deve quindi pensare che gli ungheresi stiamo elaborando piani bellici? O che stanno cercando di destabilizzare gli stati successori grazie alla sapiente opera delle minoranze? Ovviamente, no. 

Cos’è allora il Trianon oggi? Un grande rituale identitario. Un trauma, un catalizzatore che è funzionale, prima di tutto, a ribadire l’appartenenza delle minoranze ungheresi oltreconfine alla comunità nazionale. Un’appartenenza necessaria per il gioco politico di Budapest – come fattore di pressione –  ma non solo.

La cultura ungherese è profondamente legata a luoghi come Košice oggi in Slovacchia o Cluj in Romania (ancora chiamate Kassa e Kolozsvár), e alla popolazione ungherese che vi abita. Un dato al quale va sommato il peso delle esperienze individuali, delle piccole tragedie familiari e delle migliaia di ungheresi che si sono trasferiti dai territori oltreconfine, specie dalla Transilvania durante gli anni Novanta.

Pensare al trattato del Trianon 100 anni dopo potrebbe essere un’occasione per rifondare il dialogo, favorendo un confronto fra le parti, ammorbidendo la tensione e gettando alle spalle la rivalità nazionale, rilanciando la coabitazione.

Peccato, che purtroppo, non andrà così, riaprendo il solito, vecchio, gioco delle rivendicazioni reciproche.

 

Nella foto: monumento di commemorazione al Trianon presso Csepel (Budapest)

L’ambientalismo secondo Viktor Orbán

Il 9 gennaio 2020 il ministro per l’Innovazione e per la Tecnologia László Palkovics, ben noto anche in Italia per via della sua offensiva contro l’Accademia delle Scienze ungherese, ha annunciato la composizione di una “strategia nazionale per lo sviluppo pulito”, un calendario di iniziative necessarie per raggiungere la neutralità climatica entro il 2050. L’annuncio non è casuale: il giorno prima il primo ministro Viktor Orbán aveva ricordato come l’Ungheria fosse uno dei “campioni del clima”, ricordando l’ambizioso obiettivo di Budapest di essere sostanzialmente indipendente dal carbone (al 90%) entro il 2030, superando la Germania, i Paesi Bassi e l’Austria.

Retroterra

Il rapporto della FIDESz con l’ecologismo è sempre stato piuttosto ambiguo, caratteristica del partito di governo in numerosi campi, legato a scelte più pragmatiche che ideologiche. Ad esempio, nel giugno del 2019 il governo ungherese si è opposto al progetto ambientalista europeo, assieme ai deputati polacchi e cechi. Una mossa incomprensibile, considerando che solo qualche giorno prima a Kaposvár era stato aperto il cantiere di un nuovo impianto compatibile con il nuovo piano europeo.

Orbán non ha mai apertamente smentito il cambiamento climatico, né ridimensionato l’importanza di contrastare l’aumento globale delle temperature. Tuttavia, il suo partito ha ridimensionato l’importanza del problema nel dibattito interno, argomentando come l’Ungheria da sola possa fare ben poco, ed evidenziando l’eccessivo peso dato dall’Unione Europea al tema. Un effetto della politica di Bruxelles, interessata ad influenzare la politica ungherese, magari per spostare l’attenzione dalla questione identitaria o dall’immigrazione e, in ultima analisi, dall’onnipresente György Soros.

Che l’ambientalismo sia meno importante della crescita economica lo dimostra con efficacia anche l’ambizioso e innovativo progetto di costruzione del nuovo polo museale all’interno del Városliget, il grande parco di Budapest. Un piano inaugurato nel 2018 che porterà, al netto di probabili ritardi, la costruzione di numerose nuove strutture al suo interno, fra cui la nuova galleria d’arte nazionale, il museo etnografico, un nuovo teatro auditorium cittadino, e un parcheggio sotterraneo.

Tutto come prima?

La sconfitta di István Tárlos e la vittoria di Gergely Karácsony a Budapest, unita al successo del Friday for Future ungherese, ridicolizzato da autorevoli esponenti della FIDESz come Gergely Gulyás, hanno però mostrato che le tematiche climatiche abbiano acquisito un peso maggiore nel dibattito politico.

Secondo un recente sondaggio riportato dal giornale online «24.hu», circa il 32% degli ungheresi ritiene che la lotta ai cambiamenti climatici sia il principale compito dell’Europarlamento, mentre dati più recenti evidenziano la popolarità garantita ad azioni che siano dirette al controllo del clima.

Il perché è comprensibile: secondo i dati di Greenpeace l’aria magiara è fra le più inquinate del continente, ed ogni anno circa 10.000 persone perdono la vita a causa di malattie riconducibili all’inquinamento. Un dato da unire a quello del pessimo stato delle acque nelle tubature ungheresi, un problema di enormi dimensioni per un paese da sempre restio all’acquisto di acqua in bottiglia.

Un problema endemico che abbraccia ampie zone del paese: da punti isolati nella capitale, fino a Pécs, per poi arrivare nella provincia nordorientale, come a Miskolc che registra i dati peggiori di inquinamento dell’aria.

L’opposizione compatta ha conquistato palcoscenici importanti, come Budapest e la sopracitata Miskolc, dai quali è possibile sfidare Orbán, proponendo un’agenda di temi ambientalista alternativa a quella del governo. Come già ricordato la FIDESz non si è lasciata cogliere impreparata, continuando a ricordare i suoi successi in una materia la cui importanza è in crescita per gli ungheresi. Più in dubbio sull’efficacia reale delle sue azioni: se in questo momento Orbán spinge per il contrasto alle emissioni, è pur chiaro il suo è più un rifiuto ad un progetto a lungo termine. Non resta che sperare che la politica ungherese subisca a breve una decisa influenza da parte dell’opposizione, che spinga il paese verso un maggiore e più sostenuto impegno sui temi ambientalisti.

 

Foto: Miskolc nel 2018, János Vajda/MTI

DIRITTI LGBT: A Budapest campagna elettorale permanente

L’Ungheria torna a far parlare di sé con il ritiro dall’Eurovision Song Contest, rassegna europea di musica leggera, senza alcuna motivazione ufficiale, se non nel cambio di destinazione di A Dal (La canzone), convertito da contest di selezione per il festival a concorso per incentivare la canzone pop magiara.

Voci di corridoio

 Sull’abbandono ungherese sono iniziate immediatamente a circolare voci che descrivevano una realtà diversa: secondo fonti interne alla MTVA (l’organo di coordinamento dei media ungheresi), riportate dal forum d’informazione «Index.hu», la rassegna europea sarebbe diventata “troppo gay” per il governo di Budapest, mentre giornalisti vicini all’esecutivo come András Bencsik, rincaravano la dose, sottolineando che il concorso canoro non fosse adatto al paese a causa della “flottiglia omossessuale”.

Affermazioni gravi, subito smentite dalla FIDESz, mentre la stessa MTVA ha risposto che queste accuse fossero “lesive della dignità umana, dell’etica giornalistica e infrangano la legge”.

Lancio il sasso, ritiro la mano

 Non è la prima volta che succede qualcosa del genere in Ungheria: nell’estate del 2018 il «Magyar Idők», giornale vicino alla FIDESz, provocò un vero e proprio putiferio scagliandosi contro il musical Billy Elliot programmato nella capitale magiara. In un articolo intitolato “fermiamo la propaganda gay”, per esempio, il foglio asserì che “mentre il governo cerca di diffondere il modello di famiglia tradizionale, un ente finanziato dallo stato si contrappone con forza, propaga un sistema di vita deviante, e per di più fra i minorenni”.

Qualche giorno dopo il foglio proseguì la propria crociata, ricordando che l’omosessualità era un pericolo per il paese, minacciato nella propria identità da orde di migranti e dalla decrescita demografica. Anche in quel caso l’esecutivo non si espose pubblicamente, lasciando che lo spettacolo venisse cancellato in seguito alla pubblicità negativa causata dal «Magyar Idők».

Ancora, nell’estate del 2019, fu la campagna pubblicitaria della “Coca-Cola” a finire al centro della polemica. Basata sullo slogan “zero zucchero, zero pregiudizi” la reclame inseriva come immagine di sfondo una coppia formata da due ragazzi abbracciati. Uno spettacolo di cattivo gusto secondo l’esponente della FIDESz István Boldog, che chiamò il paese al boicottaggio dei prodotti dell’azienda. Messaggio poi sgonfiato dal governo che sottolineò che tutti gli ungheresi fossero liberi di amare chi volevano, e di bere o meno Coca-Cola.

Campagna elettorale

 Il modus operandi del governo di Budapest sembra in queste occasioni sempre il medesimo: un evento dal forte impatto mediatico viene attaccato da un qualche esponente interno, quindi smentito attraverso un canale ufficiale del Partito. In questo modo la correttezza formale dell’esecutivo viene salvaguardata, mentre le dichiarazioni permettono di guadagnare consenso fra le frange più estreme e conservatrici. Un altro effetto della campagna elettorale permanente a Budapest da parte della FIDESz, concentratasi dalle elezioni dell’aprile 2018 su temi più radicali, andando a occupare in toto lo spazio politico appartenuto a Jobbik!.

Ciò non toglie che le offensive governative possano avere anche risvolti seri, come quella contro i gender studies, parte della più generale ristrutturazione del sistema dell’istruzione magiaro, che ha portato alla sospensione dei corsi dedicati, con la scusante che questi non fornissero alcun vantaggio nel mondo del lavoro.

E per il resto?

Sebbene i diritti già acquisiti nel paese dalla comunità LGBT+ non siano ad oggi in pericolo, anche per via del crescente consenso verso le coppie omosessuali, è altrettanto vero che sembra impossibile sperare in ulteriori riconoscimenti. Senza considerare che le azioni di propaganda governativa hanno l’effetto di legittimare la parte più conservatrice della società ungherese: nel febbraio del 2019, ad esempio, mentre si teneva una conferenza sui diritti LGBT+, sul canale M5 andava in onda uno speciale che evidenziava i risultati positivi della terapia di conversione, sottolineando l’importanza di circuire l’influenza della lobby gay.

Tutto questo mentre il governo fa sfoggio disinvolto dei termini “famiglia naturale” e “tradizionale”, indicando come diverso e anomalo tutto quello al di fuori di essa. Alla comunità magiara non resta così che aggrapparsi alle proprie conquiste, sperando che l’ondata successiva di propaganda non sia troppo violenta.

 

Immagine: Marriott Traveler

Quando la Democrazia Cristiana organizzò una mostra sull’est

Le elezioni politiche italiane del 1953 sono, nella memoria comune, quelle della legge truffa: il rinomato premio elettorale celebre per il turbolento iter parlamentare, e dall’aspro confronto sorto dallo stesso. Ma l’elezione del 1953 non è solo la legge truffa: attaccata su più fronti e in difficoltà dopo cinque anni di complicato governo, la DC attuò una capillare opera di propaganda incentrata sul grande tema del 1948: quello dell’anticomunismo e della scelta dicotomica tra est e ovest.

La genesi di un progetto ambizioso

Nel settembre del 1952 Giorgio Tupini, sottosegretario alla Presidenza del Consiglio dei Ministri e braccio destro di Alcide De Gasperi, scrisse a Paolo Emilio Taviani, sottosegretario al Ministero degli Esteri, chiedendo supporto per un’ambiziosa operazione di propaganda: una mostra itinerante che mostrasse in ogni angolo del paese il tenore di vita dei paesi che qualche anno prima, fra il 1948 e il 1949, erano diventati democrazie popolari. Un percorso suggestivo, pianificato in ogni dettaglio, sia sotto il punto di vista logistico, che in quello dell’allestimento scenico.

Il blocco orientale in mostra

Taviani accettò la richiesta del sottosegretario, disponendo che le varie legazioni nei paesi dell’Europa centro-orientale acquistassero beni di uso comune e poster propagandistici per circa 4 milioni di lire; gli organizzatori dell’evento – ufficialmente parte di un comitato di documentazione popolare (non governativo) – avrebbero allestito tre diverse mostre itineranti, più una quarta, fissa, a Roma. Fra il marzo e il maggio del 1953 il carrozzone propagandistico attraversò così tutto il paese, isole escluse, toccando oltre quaranta città per la maggior parte situate nel centro-nord.

Entrato nei quattro autocarri che componevano l’appuntamento, il visitatore era immerso in uno spettacolo visivo, oltre che divulgativo con altoparlanti che ripetevano in modo continuativo a basso volumi frasi come sei sempre sorvegliato, e potrebbe succedere anche in Italia. Nel frattempo lo spettatore era condotto attraverso diversi ambienti che lo scortavano nelle diverse fasi delle democrazie popolari, fra cui la presa del potere dei comunisti, gli standard di vita nel blocco socialista (attraverso l’esposizione degli oggetti) e il prezzo pagato dalla Chiesa cattolica in tutti i paesi dell’areale.

Lo scandalo

L’appuntamento romano della Mostra – ben più elaborato sotto il punto di vista dello spettacolo rispetto agli altri – era stato organizzato nei sotterranei di Roma Termini ed erano situati alcuni pannelli introduttivi sul percorso di accesso. Li, figure umane erano avvolte da filo spinato, mentre capeggiavano scritte come fra i 90 milioni di schiavi dei paesi socialisti.

Il 14 maggio 1953, qualche giorno dopo l’apertura dell’appuntamento romano, l’«Unità» uscì però con un velenoso articolo, nel quale veniva evidenziato come ben due cittadini romani si fossero riconosciuti nelle foto presenti sui pannelli introduttivi.

Lo scandalo fu enorme: costretti a ripiegare sulla difensiva, gli organizzatori non seppero ridimensionare la portata dello scandalo, nascondendosi dietro affermazioni sui numeri che la Mostra registrava a Roma grazie alla pubblicità involontaria del Partito comunista.

Conclusioni

Carrozzone propagandistico e boomerang elettorale, la Mostra dell’Aldilà consacrava agli occhi dell’elettorato italiano una nuova realtà politica, quella dell’Europa orientale. Anche la geografia del continente mostrava così il risultato della polarizzazione della Guerra Fredda, uniformando le precedenti divisioni e concettualizzazioni in uno schema bipolare.

 

Immagine: cartolina propagandistica della Mostra (Foto autore articolo)

90 A EST: Dalla Repubblica Popolare ad Orbán (Parte 2, 1994-1998)

La Repubblica popolare ungherese aveva lasciato in eredità alla nascente democrazia magiara una situazione economica disastrata, figlia del gyuláskommunizmus di János Kádár, che aveva costruito un relativo benessere per la popolazione finanziato attraverso il capitale straniero.

It’s the economy, stupid

Le casse vuote e i debiti contratti con il Fondo monetario internazionale rendevano la transizione verso il libero mercato particolarmente difficile. A questo si deve inoltre aggiungere che il MDF (Magyar Demokrata Fórum) si trovò a cavalcare un processo di privatizzazioni già in parte avviato negli ultimi mesi della Repubblica popolare, colpo di coda del morente regime per favorire gli interessi degli uomini di partito. In secondo luogo, orfana dell’economia socialista, il mercato ungherese si presentava come un boccone appetibile per gli investitori stranieri, interessati in primo luogo a guadagnare il più possibile, senza badare ai costi sociali della conversione.

Già nel 1990 il governo di József Antall si trovò alle prese con forti tensioni scoppiate nel settore dei trasporti, dove si replicò all’aumento dei prezzi (imposto dalla crisi irachena) con un imponente sciopero. Nel frattempo la popolazione, alle prese con l’aumento dei generi alimentari e degli affitti, era costretta a cercare più lavori, sperando in qualche modo di sopravvivere. Solo nel 1991 il paese perse il 18,1% della propria produzione industriale, mentre la disoccupazione, praticamente sconosciuta durante il periodo socialista, schizzò all’8%: questo valeva un esercito di 350.000 persone senza lavoro in un paese già piuttosto anziano, che non superava in totale i dieci milioni di abitanti.

Ancora peggio l’anno successivo, quando il tasso dei disoccupati sfondò il 10%, per attestarsi fra il 1993 e il 1994 al 13%. Di fatto, mentre si avvicinavano le elezioni del 1994, il 20% della popolazione viveva al di sotto della soglia di povertà.

Di nuovo a sinistra

 Non può quindi sorprendere che parte della popolazione vedesse nel partito socialista un’alternativa, una promessa di una gestione più equilibrata della transizione. Il Fórum era poi in netta difficoltà: esaurito da quattro anni di difficile governo e privato del suo principale esponente (József Antall era deceduto nel 1993), subiva anche l’attacco dal nuovo partito sorto alla sua destra, il Partito della Giustizia e della Vita (MIÉP), fondato da István Csurka.

Come prevedibile, le elezioni del 1994 consegnarono il governo al partito socialista, guidato da Gyula Horn, celebre ministro degli Esteri dell’89. Questi accelerò ulteriormente l’inclusione di Budapest all’interno della cornice occidentale, con la sottoscrizione del programma Partnership for Peace della NATO, e la successiva adesione all’alleanza atlantica dopo un referendum (1997).

Malgrado le promesse, sul piano economico le casse vuote costrinsero Budapest a scendere nuovamente a patti con le istituzioni finanziarie, attuando prima una forte svalutazione del fiorino, sia nel 1994 (8%) che nel 1995 (9%), quindi inaugurando una serie di misure di austerità conosciute come “pacchetto Bokros”. La perdita di potere della moneta magiara si accompagnò a drastici tagli sul sociale, nel tentativo di ottenere il credito necessario alla stabilizzazione dell’economia. Malgrado la misura risultasse – comprensibilmente – invisa alla popolazione, i risultati macroeconomici diedero ragione ai socialisti, e dal 1997 i risultati dell’economia magiara migliorarono sensibilmente.

L’attore che (non) ti aspetti

In questa situazione trovò la sua dimensione Viktor Orbán, politico giovane, ma con già grande esperienza politica, noto al pubblico magiaro dal 16 giugno del 1989, quando, leader dell’alleanza dei giovani democratici (FIDESz), attaccò dal palco dei funerali di Imre Nagy i leader socialisti chiedendo il ritiro immediato delle truppe sovietiche. Un giovane proveniente dalla provincia, ma con una buona conoscenza della lingua inglese, formatosi all’università ELTE di Budapest, ma con un breve passato da borsista presso Oxford, grazie all’intervento del filantropo americano (di origine ungherese) George (György) Soros.

Durante la campagna elettorale del 1998 il leader della FIDESz attaccò senza esclusione di colpi Gyula Horn, evidenziando gli alti costi sociali delle manovre governative, e mettendo in risalto le mancanze del governo, specie sul piano della sicurezza. Orbán sembrava incarnare una promessa di svolta nella storia ungherese, una rottura completa con il passato socialista. Non a caso il leader della FIDESz sottolineava la continuità della classe dirigente ungherese anche dopo il 1989, ponendo invece l’alleanza dei giovani democratici su un piano di rottura totale. La FIDESz, del resto, non aveva neanche la macchia dal compromesso: nel 1989, malgrado avesse avuta la possibilità, si era rifiutata di sottoscrivere gli accordi della Tavola rotonda nazionale. Una forza giovane, fatta di ragazzi che portavano barbe spesso incolte, e che prometteva di cambiare il paese.

Il resto è storia nota: a soli trentacinque anni Orbán divenne Primo ministro del paese danubiano, cavalcando il sogno di un’altra Ungheria, di raggiungere lo sviluppo dell’Europa occidentale. In realtà, aprendo una stagione di grandi promesse, destinate ad essere infrante.

Immagine: Radio Free Europe

90 A EST: L’Ungheria dal comunismo ad Orbán (parte 1, 1989-1994)

Il 16 giugno del 1989 si celebravano in Ungheria i solenni funerali di Imre Nagy e degli altri quattro martiri della rivoluzione del ’56 in una Hősök Tére gremita da oltre 200.000 persone. Un evento catartico dell’89 ungherese, esequie inconsapevoli della stessa Repubblica popolare, spentasi pochi mesi dopo.

Una transizione semplice?

 L’uomo simbolo della Repubblica popolare ungherese, János Kádár, era stato allontanato già da qualche mese, l’8 maggio 1989, in quel susseguirsi di eventi che di lì a poco portarono la dirigenza comunista ad aprire un dialogo con le opposizioni, nella Tavola rotonda nazionale. Una piattaforma multipartitica che coinvolse i maggiori movimenti politici del periodo, interessati ad una riforma complessiva del sistema ungherese.

Era lo stesso regime kádárista ad essersi esaurito, spinto sull’orlo del lastrico da una politica economica onerosa, che aveva garantito al paese un discreto livello di benessere rispetto agli standard socialisti, (quasi) interamente finanziato in deficit. Mentre il sistema veniva discusso dall’interno, anche la posizione internazionale di Budapest mutava, rafforzando i legami del paese con l’occidente. Di grande impatto fu, in questo senso, l’accordo austro-ungherese del maggio 1989, che portò allo smantellamento della Cortina di ferro sul vecchio confine interno della Duplice monarchia: una misura dall’innegabile valore simbolico, favorita anche da un calcolo pragmatico. La fragile economia ungherese aveva disperato bisogno di valuta estera, e questa maggior apertura fu approvata dal presidente statunitense George Bush, in visita a Budapest nel luglio, mentre la Germania ovest garantiva al paese danubiano l’accesso al credito necessario alla ristrutturazione dell’economia.

La Repubblica popolare, ormai svuotata dei propri contenuti non sopravvisse che qualche mese alla morte dell’uomo che l’aveva guidata per oltre trent’anni.  Dopo il decesso di János Kádár, avvenuto nel luglio, anche il regime si spense il 23 ottobre del 1989, con l’annuncio della nascita della Repubblica ungherese.

Dal referendum alle elezioni

I partiti protagonisti del 1989 trovarono su questo punto un primo scoglio. Mentre il partito socialista – erede di quello socialista-operaio – aveva spinto per una soluzione presidenziale, questa ipotesi fu aspramente criticata dai liberali, sia appartenenti alla SzDSz, alleanza dei liberali democratici, che alla FIDESz, alleanza dei giovani democratici. Una dura battaglia, che si concluse con un referendum che premiò – per soli 6000 voti – le istanze liberali.

La nascente democrazia magiara andò così nel 1990 al voto con un sistema a doppio turno, misto maggioritario e proporzionale, che premiò il Magyar Demokrata Fórum (MDF), un’alleanza composta da anime molto diverse, che trovavano un punto in comune nel nazionalismo e in un’ideologia cristiano-democratica, guidata da József Antall.

Il nuovo governo perseguì un’ambiziosa politica internazionale, concludendo nel giugno del 1990 un accordo con Mosca per il ritiro delle truppe sovietiche, e promuovendo l’avvicinamento alla Comunità Economica Europea. Per questo Antall si recò prima a Bruxelles, quindi a Roma – presidente di turno della comunità – senza però ottenere i risultati sperati. La CEE, lungi dall’impegnarsi direttamente, preferì favorire la costituzione di un gruppo di coordinamento fra gli stati del vecchio blocco socialista, il gruppo di Visegrád, associato poi all’organo comunitario nel 1992.

Del resto, le uscite nazionaliste di diversi esponenti del Fórum non favorivano questa politica, specie se accompagnate da un manifesto antisemitismo, come nel caso di István Csurka, scrittore e membro di rilievo del movimento che, indicando gli squilibri provocati dalla transizione al libero mercato, individuava nell’influenza del capitale ebraico la fonte dei problemi.

Un sentimento diffuso

Il nazionalismo era un sentimento radicato nel Fórum, e si manifestò anche nella rivalutazione di diverse figure storiche del Novecento ungherese. Fu riabilitata la figura del Cardinale József Mindszenty, la cui salma fu trasportata da Vienna a Budapest, ma anche quella del Reggente Miklós Horthy, le cui ceneri furono rimpatriate e inumate davanti a 20.000 persone presso Kederes, villaggio natale dell’ammiraglio. Allo stesso modo il recente passato comunista venne “esiliato” dal centro storico, con la creazione del Memento Park (1993), parco di statue alla periferia della capitale.

Non che questo nazionalismo fosse inspiegabile. La fine del blocco socialista portò alla ribalta tensioni etniche e contrasti con gli stati vicini, nascosti sotto la cappa dell’internazionalismo socialista. Esempi di tensione sono ben noti, basti ricordare gli eventi del “marzo nero” di Târgu Mureş, o la partita di calcio fra Ferencváros e Slovan Bratislava nella coppa dei campioni del 16 settembre 1992, quando la polizia slovacca caricò i tifosi magiari sugli spalti.

Malgrado questa politica nazionalista e un certo successo a livello internazionale, fu sul piano economico che il Forum pagò il peso della transizione: nel biennio 1991-1992 il paese perse oltre il 30%  della produzione industriale, mentre per le strade magiare dilagava un fenomeno ormai dimenticato: quello della disoccupazione.

Immagine: József Antall, 1990 (Fortepan.hu)

UNGHERIA: Domenica elettorale. Budapest non è Istanbul…ma qualche analogia c’è

Il 13 ottobre è tempo di elezioni amministrative in Ungheria, in una cornice inedita dove l’opposizione si presenterà compatta in (quasi) tutti i comuni, cercando di spezzare il monopolio arancione – colore della FIDESz – sul paese. Il rischio di un generalizzato ricambio di amministrazioni è alto, specie nella capitale Budapest, cuore pulsante del paese. Immediato il richiamo ad Istanbul, dove il candidato Binali Yıldırım, supportato da Erdogăn, è stato sconfitto nel marzo (e poi di nuovo nel giugno) di quest’anno da Ekrem Imamoglu.

Dietro qualche analogia, tante differenze

Lo stesso candidato di Budapest Gergely Karácsony (MSZP-P-DK-Momentum-LMP-MLP), ispira in qualche misura questo collegamento fra le due esperienze, ricordando le similitudini che legano i due governi; ad agosto, quando la campagna elettorale entrava nel vivo, il giovane sociologo si recava ad Istanbul proprio in visita da Imamoglu. Del resto, anche la loro storia politica presenta qualche analogia. Entrambi hanno maturato una certa esperienza nell’amministrazione locale, e entrambi sono partiti da una situazione di profondo svantaggio nei confronti dei rivali governativi, colmato nel tempo malgrado l’ostilità dei media.

Budapest tuttavia, al netto di queste analogie, non è Istanbul. Diversa è la sua storia politica, minore il peso che il sindaco ha negli affari nazionali. Diverso è anche l’uomo del potere da sfidare: mentre Imamoglu poteva scagliarsi contro Binali Yıldırım, uomo di partito e di apparato, lo sfidante di Karácsony è István Tárlos, sindaco uscente di Budapest, personalità stimata, che gode di una popolarità superiore persino a quella generale di FIDESz.

 

La battaglia per la capitale 

Come già sottolineato, il vantaggio di Tárlos, convinto a ricandidarsi da Orbán in cambio di maggiori investimenti e di un futuro canale diretto con il primo ministro, si è progressivamente assottigliato, grazie alla dinamica campagna di Gergely Karácsony, sindaco rionale uscente di Zugló (distretto XIV). Da agosto il giovane sfidante ha presentato iniziative che hanno riscosso un certo interesse, come quella della petizione stadiumstop, che chiedeva la fine della costruzione di impianti sportivi nella capitale – attualmente vi sono due cantieri del genere solo nella capitale magiara – per destinare i fondi alla sanità. Una campagna alla quale il settantunenne sindaco uscente ha replicato con difficoltà, ribandendo i risultati positivi della propria amministrazione, ma soffrendo le mancanze di una comunicazione limitata ai media tradizionali.

Il confronto fra i due è poi ulteriormente complicato da due fattori: in primo luogo dall’incognita del voto dei residenti di cittadinanza non ungherese; un esercito di i 140.000 persone in possesso della lakcimkartya, profondamente disomogeneo nella sua composizione, di cui sarà difficile prevedere il comportamento elettorale. Dall’altro la presenza di due ulteriori candidati: Róbert Puzsér e Krisztián Berki. Mentre ci sono pochi dubbi sul fatto che il secondo, creatura della FIDESz per frazionare il voto, raccolga un risultato tutto sommato limitato (attorno all’1%), il primo ha un’influenza ben maggiore. Giornalista ed ex conduttore radiofonico, Róbert Puzsér sembra superare a destra il partito di Orbán e può condensare su di sé il voto dei delusi: probabilmente in misura sufficiente per alterare la corsa alla poltrona.

Le schermaglie

La campagna elettorale nel frattempo infuria a tutti i livelli, e miete vittime. La più celebre è senza dubbio il ricandidato sindaco di Győr, Zsolt Borkai (FIDESz), presidente anche del MOB, il comitato olimpico magiaro. In un blog, Ez az ördög ügyvédje (questo è l’avvocato del diavolo) sono state recentemente pubblicate le foto del politico in compagnia dell’uomo d’affari Zoltán Rákosfalvy mentre si intratteneva con delle escort su uno yatch. Un attacco al quale il partito di Orbán ha replicato invocando unità, e confermando la candidatura di Borkai nella cittadina magiara, dove verrà verosimilmente rieletto. Altri scandali sessuali hanno coinvolto candidati rionali di Budapest dell’opposizione, in particolare Tamás Wittinghoff e Imre László, mentre András Pikó, celebre conduttore radiofonico candidato come sindaco rionale del distretto VIII, si è visto confiscare il computer e quello dei suoi collaboratori dalla polizia, con l’accusa di aver collezionato dati in modo illegale.

Lo stesso errore?

Al di là delle differenze, un tratto sembra però collegare effettivamente le elezioni amministrative in Turchia e Ungheria: l’atteggiamento governativo. Esattamente come Erdogăn ha dato pieno appoggio al suo candidato, spendendosi personalmente per la sua campagna, così Orbán ha garantito il pieno sostegno ai propri, ricollegando in una lettera aperta alla popolazione il piano nazionale con quello locale. Il rischio di una “guerra partigiana” delle amministrazioni dell’opposizione contro il governo spinge gli uomini della FIDESz ad alzare la posta in palio in una personalizzazione della campagna che rischia di far passare in secondo piano i punti deboli dell’opposizione, composta pur sempre da partiti molto diversi fra loro e amalgamati alla meno peggio.

Un operato che rischia di nuocere, più che favorire i propri candidati.

 

 

 

Immagine: Balázs Attila / MTI

UNGHERIA: Il premier Orbán vuole che le famiglie facciano tre figli

Difesa della cultura cristiana, della struttura familiare “naturale” (composta da un padre e una madre), e delle comunità nazionali, presentate come un elemento vivo ed organico: questo il contenuto dell’intervento del premier ungherese Viktor Orbán dal palco del várkert bazar, sede del Demographic Summit ospitato lo scorso 5 settembre per la terza volta nella capitale magiara in cinque anni. Un appuntamento di grande importanza per il leader ungherese, occasione per vantare il crescente interesse internazionale sul tema, testimoniato dalla presenza alla kermesse di ospiti internazionali, quali il premier ceco Andrej Babiš, il presidente serbo Aleksandar Vučić e il primo ministro australiano Scott Morrison. Una dimostrazione – secondo Orbán – dell’emergere di un’intesa contro le politiche continentali, che vedono nell’immigrazione, uno strumento per contrastare il calo demografico, vera e propria anticamera della scomparsa delle “comunità nazionali”.

Una retorica piuttosto comune per chi è abituato a seguire i discorsi del premier magiaro, che presenta nette continuità con i due interventi effettuati nelle edizioni precedenti del summit (2015-2017), ma che si inscerisce in un contesto internazionale diverso.

Ascesa e declino?

Durante il primo appuntamento (2015) Orbán parlava come il leader di una fronda interna all’UE, membro più noto del gruppo di Visegrád, in netta contrapposizione all’apertura tedesca nei confronti dei migranti. Una posizione che aveva consacrato la sua caratura europea, sebbene le reazioni continentali alla sua politica fossero state piuttosto negative. Durante il suo discorso il Primo ministro ungherese, pur tralasciando temi di alta politica, lanciava nel finale un vero guanto di sfida all’Unione Europea, contro l’idea che l’immigrazione potesse essere una risorsa per contrastare il calo demografico.

Nel 2017 la situazione era completamente capovolta: non solo Orbán poteva sfruttare un crescente sentimento di ostilità alle politiche pro-immigrazione in tutto il continente, ma i recenti attacchi terroristici gli permettevano di sottolineare la connessione fra i due fenomeni. Il leader ungherese, ormai noto sullo scenario europeo, elencava gli incidenti di Parigi, Bruxelles, Berlino e Manchester, chiarendo che la stessa UE avesse bisogno di un cambio di passo, vantando i meriti della sua politica identitaria. Orbán sembrava essere destinato a ritagliarsi un ruolo di primo piano nello scacchiere continentale, ponendosi come leader capace di imprimere una diversa impronta al PPE. Una scommessa ambiziosa, persa con le elezioni europee (2019).

Ma oltre la retorica?

Incassata la sconfitta di maggio, il leader magiaro sembra alla ricerca di nuovi alleati, e questo spiega il rapporto privilegiato che lo lega ora con la Serbia. Ma mentre il suo partito è ancora sospeso dal PPE, anche i tanto vantati incentivi all’incremento demografico ungheresi non hanno prodotto alcun risultato. Colpa forse dell’aborto, come ha suggerito durante lo stesso summit il presidente del parlamento László Kövér, autore di recente di una controversa affermazione, secondo la quale non è un buon ungherese chi parla bene la lingua, ma chi può invece vantare almeno tre o quattro figli (e magari nove-sedici nipoti), ma forse la risposta risiede altrove. Più probabilmente, gli incentivi magiari sono semplicemente inefficaci: la maggior parte di questi è concentrata dopo la nascita del terzo figlio, escludendo la gran parte delle famiglie ungheresi. Ma in secondo luogo, c’è un altro problema: la fortissima emigrazione che ha portato secondo le statistiche Eurostat quasi 300.000 ungheresi ad abbandonare il paese fra il 2008 e il 2017. Una grave emorragia di forza lavoro, spesso qualificata e di giovane età, che acuisce il vuoto demografico e la mancanza di quadri preparati, specie nella sanità.

E chi lo spiega ai giovani dottori, ingegneri e professionisti formati nelle università magiare che devono rimanere in Ungheria, stringendo la cinghia fino al terzo attesissimo figlio, in nome della “comunità nazionale”?

 

Immagine: manifesto del governo ungherese per gli aiuti alle famiglie.

 

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