UNGHERIA: Una riflessione a freddo su Klubrádió e la libertà dei media

La notizia ha fatto rapidamente il giro del mondo, conquistandosi prestigiosi ritagli e approfondimenti: Klubrádió, una delle poche emettenti radiofoniche critiche nei confronti dell’esecutivo ungherese è stata, a detta di molti giornali,  silenziata, chiusa, spenta. O, per chiarire, è stata messa nelle condizioni di non poter più trasmettere via onde, privata dall’autorità di regolazione dei media (NMHH) della sua frequenza 92.9 a causa delle “reiterate infrazioni”.

Come zittire una radio

I fatti sono noti ai più: nel settembre del 2020 l’autorità garante dei media aveva annunciato che, considerato il comportamento di Klubrádió, l’emittente non avrebbe potuto beneficiare del rinnovo automatico delle proprie frequenze, a causa del ritardo con cui erano state fornite alcune informazioni sui contenuti trasmessi.

András Arató, presidente della compagnia, ha riconosciuto le colpe, ma ha anche sottolineato che altre stazioni nella stessa situazione sono rimaste attive, accusando il governo di aver commissionato l’azione con moventi politici, e preparandosi ad agire per vie legali.

I tentativi di ricorso sono però andati a vuoto e dal febbraio del 2021 l’emittente si è spostata sul web, suscitando un’ondata di simpatia fra numerosi esponenti politici europei.

L’importanza della forma

Dal punto di vista formale non c’è niente di strano:  l’autorità di controllo dei media è un organo autonomo rispetto al potere politico e, colpendo Klubrádió ha applicato alla lettera il regolamento, che prevede il ritiro della licenza alla scadenza in caso di infrazioni.

L’informazione vicina al governo ha quindi buon gioco ad accusare l’emittente di mascherarsi paladina della libera informazione per interessi privati, imputando lo stesso anche a chi si fa portavoce delle battaglie dell’emittente in Europa, in particolare Momentum, descritto come un partito incapace di affermarsi in patria. Al contrario del “regime” descritto dai giornali europei, il paese è presentato dai media governativi come un esempio virtuoso di libertà d’informazione, menzionando la rete privata RTK Klub o diversi portali d’informazioni digitali, come «24.hu», «telex.hu» e «444.hu», critici verso l’esecutivo. Rincarando la dose, gli stessi canali segnalavano che il MNHH avesse annunciato la riapertura del bando di assegnazione della frequenza, per la quale Klubrádió, complice la squalifica di due concorrenti, era l’unica candidata.

E della sostanza

L’11 marzo il consiglio dei media ha però rigettato la candidatura dell’emittente, motivandola con dubbi circa la stabilità economica dell’azienda e alcune piccole incompatibilità nel minutaggio delle trasmissioni. Un tentativo che nasconderebbe, secondo alcune ipotesi, l’intenzione di impedirne le trasmissioni via onda fino al 2022, indebolendo Klubrádió dal punto di vista  economico e sfruttandone l’assenza nel periodo elettorale.

Del resto questo non è il certo primo scontro politico che la radio affronta: un percorso che dimostra come, dietro il velo della formalità, i problemi abbiano un chiaro carattere politico, iniziati subito dopo la nascita dell’autorità di regolazione dei media nel 2011 – all’indomani della vittoria di Fidesz.

Uno scontro di 10 anni 

Nell’aprile del 2010, in vista della scadenza della frequenza 95.3, la stazione aveva presentato un’offerta per la 92.9, ottenendola. La creazione del NMHH cambiò però le carte in tavola e il nuovo organismo rifiutò di riconoscere la validità della licenza.

Mentre la controversia passava per le vie legali, Klubrádió perdeva, per scadenza naturale, anche la sua 95.3, ottenendo solo piccoli rinnovi bimestrali: una situazione di profonda incertezza che spingeva a non investire anche i pochi sponsor non spaventati dal governo. Per cercare rimedio la stazione partecipò anche al bando per la nuova assegnazione della 95.3, finendo per essere beffata da Autórádió, una compagnia nata da poco, capace  di presentare un’offerta economicamente migliore, ma inconsistente nella programmazione.

Le vicende legali ebbero una forte eco fra il pubblico: nel gennaio del 2012, in un momento di grande mobilitazione del paese, 10.000 persone affollarono le vie magiare chiedendo il ritorno di Klubrádió, rinforzate dalle preoccupazioni espresse da numerosi politici internazionali, come l’allora segretaria di stato statunitense Hillary Clinton.

La situazione era piuttosto controversa. Nel marzo del 2012 ben due procedimenti legali erano in corso: quello per la 92.9, che l’autorità si rifiutava di riconoscere poiché avvenuta prima del suo insediamento, e la 95.3, per cui l’emittente aveva fatto ricorso, ottenendo la squalifica di Autórádió per alcuni vizi legali. La querelle si risolse solo un anno dopo: Klubrádió riottenne prima la sua frequenza con una licenza a lungo termine (7 anni), mentre il 14 febbraio del 2014 l’emittente riuscì a trasferirsi sulla 92.9, meno vincolata nei contenuti.

Guerra all’opposizione

«Origo», «Index.hu», «Hír Tv», ma l’elenco potrebbe essere più lungo: tutte operazioni ineccepibili dal punto di vista legale, ma che offrono un quadro più ampio, un progetto di limitare le voci contrarie nel paese. E il colpo inflitto con Klubrádió è particolarmente doloroso: online l’emittente potrà fare meno danni e più passa il tempo più sarà complicato, visto gli alti costi, conquistare una nuova licenza.

In un momento poi in cui l’esecutivo è in grave difficoltà a causa della situazione pandemica nel paese, fra consegne di patenti di immunità a deceduti e difficoltà pratiche nella gestione dei vaccini, il vantaggio diretto della sparizione della radio è notevole.

Nel frattempo Budapest non accenna a fare marcia indietro, nonostante le critiche provenienti da molti paesi e dalla stessa Commissione Europea, mentre l’uscita della Fidesz dal Partito Popolare Europeo sembra scavare ancora di più il solco fra il paese e l’Unione. Che sia il segno di una nuova fase per l’Ungheria di Viktor Orbán?

 

Immagine: piqsels

Chi è Lorenzo Venuti

Dottorando dell'Università degli studi di Firenze, Siena ed ELTE (Budapest), è riuscito a conciliare le sue due passioni escogitando una ricerca sull'uso politico del calcio in Ungheria.

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