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UNGHERIA: A cento anni dal Trianon. Nazione e territorio sempre attuali

Una rampa di 100 metri, con ai lati incisi i nomi di tutti i comuni che componevano la “Grande Ungheria” (secondo il registro ufficiale del 1913), e un fuoco perpetuo che arde in nome dell’unità nazionale.

 

© MTI  Steindl Imre-program

Un progetto dal grande valore simbolico che, se non fosse subentrato il Covid-19, avrebbe dovuto essere inaugurato proprio il 4 giugno 2020 nella centralissima Alkotmány utca, a due passi dal parlamento, cuore pulsante della capitale ungherese, in occasione del centenario della firma del Trattato del Trianon.

 

© MTI  Steindl Imre-program

Ennesima conferma di quanto il ricordo dello smembramento del territorio storico magiaro sia un tema caro agli ungheresi, condiviso da tutte le forze politiche. Lo è anche per Gergely Karácsony, sindaco di Budapest (dell’opposizione), che ha proposto che il 4 giugno 2020, alle 16:30, l’intera capitale si fermi un minuto per commemorare la firma del trattato.

Un trauma sempre presente

Non è facile parlare del Trianon senza cadere in semplificazioni. Il tema è particolarmente controverso, specie se non si vuole ridurre gli argomenti al gioco della reciproca rivendicazione territoriale, composta da vecchie carte geografiche, teorie etno-linguistiche e supposti meriti storici.

Senza dubbio è utile riassumere brevemente le vicende storiche. Dopo l’implosione dell’Impero degli Asburgo in seguito alla fine della Prima guerra mondiale, l’Ungheria acquisì la propria indipendenza, venendo però amputata di gran parte del proprio territorio nazionale (circa due terzi).

Per la società magiara fu un duplice tradimento: da un lato le potenze occidentali avevano punito l’Ungheria dimenticandone il presunto ruolo di baluardo e roccaforte della cristianità, dall’altra le minoranze nazionali avevano aderito (non sempre volontariamente) alle nuove entità sorte o consolidate dal trattato di pace.

Il risultato fu l’emergere di un forte sentimento revisionista, tradotto nell’idea che il paese danubiano dovesse cercare di ottenere giustizia grazie all’intercessione di una grande potenza. Come noto, ciò avvenne: dopo aver atteso quasi 20 anni l’Ungheria rientrò in possesso di ampi territori grazie a due arbitrati, finendo però per essere trascinata nella follia bellica nazista. I trattati di pace di Parigi del 1947 riportarono la situazione a quella antebellica, e durante il periodo comunista il trauma del Trianon rimase sottotraccia, per riemergere come un fiume carsico dopo gli eventi del 1989.

Rivendicazione di nazionalità o della nazione?

Il trauma ungherese può sembrare agli occhi degli stranieri paradossale, quasi patologico. E in effetti non mancano esempi di gruppi e associazioni che chiedono una revisione ormai anacronistica. Come il Trianon nem örök nincs kőbe vésve (Il Trianon non è eterno, non è inciso nella pietra), raccolta di firme in cui qualche turista si sarà imbattuto nelle stazioni metropolitane di Budapest, o il Trianon Múzeum (Museo del Trianon) presso Várpalota nell’Ungheria nord-occidentale.

Appelli che si fondono con i richiami presenti nella toponomastica, sublimati da una serie di monumenti che commemorano i confini storici, incrementati in anni recenti. I risultati non sono sempre stati soddisfacenti: nel 2016 ad Eger, ad esempio, un monumento che raffigurava i contorni della grande Ungheria si è disgregato con un effetto piuttosto comico, perdendo pezzo pezzo i territori che avevano composto il regno, lasciando dopo qualche ora solo quelli delle Felvidék.

 

foto: heol.hu

Un atteggiamento favorito dal governo, che ha istituito il “giorno dell’unità nazionale” (Nemzeti Összetartozás Napja), fissato, appunto, il 4 giugno.

Non che sul Trianon non si possa anche scherzare, come dimostra l’ironia del Partito del cane ungherese a due code (Magyar kétfarkú kutya párt) nel proporre una vera e propria antitesi del sogno revisionista, reclamando una “Ungheria più piccola” che ricalchi la forma dei confini “storici” del paese cedendo ulteriori territori.

 

Foto: MKKP

Cosa rimane del Trianon, oggi

Si deve quindi pensare che gli ungheresi stiamo elaborando piani bellici? O che stanno cercando di destabilizzare gli stati successori grazie alla sapiente opera delle minoranze? Ovviamente, no. 

Cos’è allora il Trianon oggi? Un grande rituale identitario. Un trauma, un catalizzatore che è funzionale, prima di tutto, a ribadire l’appartenenza delle minoranze ungheresi oltreconfine alla comunità nazionale. Un’appartenenza necessaria per il gioco politico di Budapest – come fattore di pressione –  ma non solo.

La cultura ungherese è profondamente legata a luoghi come Košice oggi in Slovacchia o Cluj in Romania (ancora chiamate Kassa e Kolozsvár), e alla popolazione ungherese che vi abita. Un dato al quale va sommato il peso delle esperienze individuali, delle piccole tragedie familiari e delle migliaia di ungheresi che si sono trasferiti dai territori oltreconfine, specie dalla Transilvania durante gli anni Novanta.

Pensare al trattato del Trianon 100 anni dopo potrebbe essere un’occasione per rifondare il dialogo, favorendo un confronto fra le parti, ammorbidendo la tensione e gettando alle spalle la rivalità nazionale, rilanciando la coabitazione.

Peccato, che purtroppo, non andrà così, riaprendo il solito, vecchio, gioco delle rivendicazioni reciproche.

 

Nella foto: monumento di commemorazione al Trianon presso Csepel (Budapest)

Chi è Lorenzo Venuti

Dottorando dell'Università degli studi di Firenze, Siena ed ELTE (Budapest), è riuscito a conciliare le sue due passioni escogitando una ricerca sull'uso politico del calcio in Ungheria.

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