KOSOVO: Il paese al voto, tra volti noti e possibili novità

Il 6 ottobre i cittadini del Kosovo sono chiamati alle urne per le elezioni parlamentari. Si tratta di elezioni anticipate, che seguono la caduta del governo provocata dalle dimissioni del premier uscente Ramush Haradinaj lo scorso 19 luglio. Non una novità per gli elettori kosovari, dato che nessuna delle ultime quattro legislature ha concluso il proprio mandato, dimostrando una preoccupante instabilità politica. Anche gli sfidanti sembrano essere sempre gli stessi, alimentando una diffusa disillusione verso le possibilità di un vero cambiamento. Nonostante questo, però, non mancano gli elementi di novità.

Il sistema proporzionale

I 120 membri del parlamento di Pristina sono eletti con il sistema proporzionale, con 20 posti riservati alle minoranze. Questo sistema fa sì che per governare il paese siano necessarie delle coalizioni tra partiti, annunciate prima del voto o create tramite accordi post-elettorali.

A differenza delle elezioni del 2017, quando al governo andò la coalizione PAN, formata da quattro partiti, questa volta la maggior parte delle forze politiche ha scelto di correre da sola, lasciando aperta così ogni opzione di alleanza dopo il voto.

La PAN non c’è più (per ora)

I partiti che hanno governato nella scorsa legislatura, dunque, si presentano al voto divisi. Qui ci sono i primi elementi di novità. Il primo riguarda il Partito Democratico del Kosovo (PDK), guidato da Kadri Veseli. Il partito, creato dall’attuale presidente della Repubblica, nonché uomo forte del Kosovo, Hashim Thaçi, rischia seriamente di restare fuori dal prossimo governo, cosa mai accaduta dalla dichiarazione di indipendenza del 2008. Indebolito da scandali e accuse di corruzione, i sondaggi danno il PDK in costante arretramento. Il capillare controllo di molte istituzioni e la diffusa pratica del clientelismo, però, potrebbero sovvertire le previsioni.

Il partito del premier uscente, l’Alleanza per il Futuro del Kosovo (AAK) si presenta invece con un alleato a sorpresa, il Partito Socialdemocratico (PSD). Partito nato da una scissione da Vetëvendosje! e guidato dal sindaco della capitale Shpend Ahmeti, nonostante le promesse di vero cambiamento e politica nuova, ha sorpreso tutti scegliendo l’alleanza con Haradinaj, non certo un volto immacolato della scena politica kosovara. L’alleanza ha come slogan elettorale “100% Kosovo”, un evidente richiamo ai dazi del 100% imposti dal governo Haradinaj alle merci provenienti da Serbia e Bosnia, ancora in vigore nonostante le proteste della comunità internazionale.

Gli altri due partiti più piccoli della precedente coalizione di governo, NISMA – Iniziativa Socialdemocratica di Fatmir Limaj e l’Alleanza per un nuovo Kosovo (AKR) del miliardario e ministro degli Esteri uscente Behgjet Pacolli si presentano invece insieme, nella speranza di eleggere un gruppo di parlamentari ristretto ma magari decisivo per formare l’esecutivo.

Una donna candidata

La maggiore novità di queste elezioni, però, porta il nome di Vjosa Osmani, prima candidata a premier donna della breve storia politica del Kosovo indipendente. La Osmani guida la Lega Democratica del Kosovo (LDK), il primo partito politico albanese creato nel 1989 dallo storico leader kosovaro Ibrahim Rugova. Dopo l’opaca leadership di Isa Mustafa, la LDK prova a rilanciarsi con una figura nuova: 37 anni, studi negli Stati Uniti, la Osmani sembra avere le carte in regola per portare il partito alla vittoria, come dimostrano i sondaggi delle ultime settimane.

I dubbi, però, sono sul reale potere che la Osmani detiene all’interno del partito, dato che diversi analisti mettono in guardia sul fatto che la sua candidatura sia meramente di facciata, e alle sue spalle continuino a comandare i vecchi notabili di partito.

Il momento di Albin Kurti?

Per il ruolo di primo partito, però, la LDK se la dovrà vedere con il movimento Vetëvendosje! (VV) di Albin Kurti, che resta il grande favorito. Unico partito a non essere mai stato al governo, VV raccoglie buona parte del proprio consenso tra i giovani e nelle città, presentandosi come baluardo contro la corruzione della classe dirigente, ma cavalcando anche posizioni nazionaliste e non sempre in linea con la comunità internazionale.

Nelle elezioni del 2017, VV era risultato il primo partito, ma senza alleanze con altre forze si era relegato all’opposizione: questa volta, però, le possibilità di un futuro accordo con la LDK sembrano più concrete, il che aprirebbe la strada del governo a Kurti.

La comunità serba

Discorso a parte merita il panorama politico della comunità serba che vive in Kosovo, a cui sono destinati 10 seggi parlamentari. Al dominio della Lista Serba, provano ad opporsi tre partiti, il Partito Liberale Indipendente (SLS), il Partito dei Serbi del Kosovo (PKS), e la Coalizione “Sloboda”.

Una sfida che sembra impari, dato il sostegno del governo di Belgrado alla Lista Serba. Un sostegno, però, che non è solo politico e finanziario: le opposizioni denunciano un clima di intimidazioni e violenze, soprattutto nelle municipalità del nord, dove lo spazio di manovra per chi si oppone alla linea di Belgrado sembra essere minimo, a conferma di quell’intreccio tra politica e criminalità che mina ogni possibilità di espressione democratica per i serbi del Kosovo.

Le prospettive

I risultati del 6 ottobre, dunque, ci diranno in che direzione il Kosovo si muoverà nel prossimo futuro. Si tratta dell’ennesimo banco di prova per una leadership che negli anni non ha saputo affrontare i problemi reali dei cittadini, a partire dalla mancanza di lavoro, nascondendosi dietro ai grandi temi, come l’eterno dialogo con la Serbia, i dazi ai prodotti serbi o la formazione dell’esercito, e senza realizzare le numerose promesse fatte, a cominciare dalla tanto attesa liberalizzazione dei visti. Alcuni possibili elementi di novità ci sono: le elezioni diranno se il Kosovo sceglierà un vero cambiamento o preferirà affidarsi ai leader di sempre.

Foto: Bota Sot

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