KOSOVO: Un ghetto nel cuore dei Balcani

Il 2018 si è concluso con un nuovo nulla di fatto sul fronte della liberalizzazione dei visti per i cittadini kosovari. Nonostante le promesse dei leader locali e le rassicurazioni dei rappresentanti dell’Unione europea, che lasciavano sperare in una soluzione entro la fine dell’anno, la possibilità per i kosovari di viaggiare liberamente nell’area Schengen è ancora rimandata a data da destinarsi. Una situazione che alimenta frustrazione e rabbia tra la popolazione, che si sente sempre più costretta a vivere in una sorta di ghetto senza via d’uscita.

L’iter

Il 2018 sembrava l’anno giusto. Grazie all’approvazione da parte del parlamento di Pristina dell’accordo sul confine con il Montenegro, avvenuta lo scorso marzo dopo anni di stallo, e agli sforzi compiuti in termini di lotta alla corruzione e alla criminalità, a luglio la Commissione europea aveva annunciato che il Kosovo aveva soddisfatto tutti i criteri necessari per ottenere la liberalizzazione dei visti per l’area Schengen. Una presa di posizione avvalorata dal Parlamento europeo, che a settembre ha votato a larghissima maggioranza a favore della liberalizzazione. A mancare, però, è stato l’ultimo tassello, cioè l’approvazione da parte del Consiglio dell’Unione europea.

Proprio al Consiglio, difatti, spetta la decisione finale. Per l’ok definitivo è necessario il voto favorevole del 55% degli stati membri, rappresentanti almeno il 65% dei cittadini dell’Unione europea. Nonostante non ci siano state dichiarazioni di voto ufficiali, è nota la ritrosia da parte di paesi come la Francia e l’Olanda a concedere la libertà di ingresso ai cittadini kosovari nel territorio dell’Unione, a cui si aggiunge la contrarietà dei paesi che non riconoscono l’indipendenza del Kosovo, quali Spagna, Grecia, Cipro, Romania e Slovacchia. La preoccupazione maggiore riguarda il rischio di un’ondata migratoria, nonostante il boom di richieste di asilo da parte dei kosovari registrato nel 2015 è decisamente rientrato (dalle 18.000 del 2015 alle 4.500 del 2017).

Proprio la mancanza in seno al Consiglio della maggioranza qualificata necessaria ha fatto posticipare la decisione a data da destinarsi. La pietra tombale sulle speranze dei kosovari è poi arrivata dal Commissario europeo per la politica di vicinato e i negoziati per l’allargamento Johannes Hahn, che durante la visita a Pristina ad inizio dicembre, incalzato dai giornalisti, ha lasciato intendere che la data più realistica per una soluzione è quella del 2020.

Le promesse

Eppure, i cittadini kosovari avevano ricevuto più di una promessa da parte della propria leadership che la liberalizzazione dei visti sarebbe divenuta realtà entro la fine dell’anno. Sia il primo ministro Ramush Haradinaj che il presidente del parlamento Kadri Veseli si erano detti convinti di ottenere luce verde da Bruxelles entro il 2018. Una posizione condivisa dal ministro per l’Integrazione europea Dhurata Hoxha e dal presidente della Repubblica Hashim Thaçi. Si è trattato, in realtà, di un film già visto: ogni anno i leader politici kosovari promettono ai propri cittadini che la soluzione è vicina, per poi ripetere le stesse promesse l’anno successivo. Di conseguenza, le opposizioni hanno chiesto le dimissioni di Haradinaj e della Hoxha, richieste che sono rimaste senza seguito.

Anche i rappresentanti dell’UE, dal canto loro, hanno nel tempo alimentato false speranze. Dopo aver ripetuto per anni che con l’approvazione dell’accordo del confine con il Montenegro la strada sarebbe stata tutta in discesa, i fatti hanno smentito questa prospettiva. Le continue rassicurazioni del Commissario Hahn e dell’Alto rappresentante dell’Unione per gli affari esteri e la politica di sicurezza Federica Mogherini, non seguite da passi concreti, non hanno fatto che alimentare in Kosovo sentimenti di frustrazione: in occasione della sua ultima visita a Pristina, non a caso, Hahn è stato accolto con uno striscione in cui gli veniva ironicamente chiesto di entrare in Kosovo solo dopo aver fatto domanda di visto. Sotto attacco è finita anche la stessa Mogherini: un suo post su Facebook dedicato ai 70 anni della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo è stato subissato di commenti da parte di utenti kosovari, che l’accusavano, spesso con insulti, di non rispettare i diritti umani dei cittadini del Kosovo.

La rabbia

Queste reazioni sono sintomatiche di un sentimento sempre più diffuso in Kosovo. Molto più di altre questioni, come la costante diatriba con la Serbia e gli sforzi del governo per l’adesione alle organizzazioni internazionali, il tema della liberalizzazione dei visti è molto sentito dalla maggioranza della popolazione, a prescindere dall’etnia di appartenenza. Ad oggi, difatti, tutti i cittadini del Kosovo sono costretti ad un processo particolarmente lungo e costoso per entrare nei paesi dell’Unione europea anche per pochi giorni: le ambasciate di Pristina sono quasi quotidianamente teatro di lunghe file, e le liste di attesa per un semplice appuntamento arrivano anche a sei mesi. Se si considera che i kosovari che vivono all’estero sono molti, si comprende la frustrazione per i tanti familiari che devono sobbarcarsi enormi sforzi per una semplice visita, spesso senza successo.

Il sentimento di rabbia è ancor più alimentato dal fatto che il Kosovo è rimasto l’unico paese dei Balcani che deve sottostare a tale disciplina, nonché il solo in tutta Europa insieme alla Bielorussia, la Russia e la Turchia. Mentre i giovani albanesi, serbi o macedoni possono viaggiare liberamente in Unione europea per un massimo di 90 giorni, i giovani kosovari non hanno questa opportunità: una chiusura rispetto al mondo che li circonda che li penalizza fortemente nella loro possibilità di fare esperienze, conoscere realtà diverse, arricchire il proprio bagaglio culturale. Non a caso, la maggior parte di loro ha avuto modo di visitare solo i pochi paesi dove non necessitano del visto, quali l’Albania, la Macedonia, il Montenegro e la Turchia.

La continua posticipazione di questa decisione, inoltre, non è un errore solo perché discriminatoria verso la popolazione kosovara. Il vero rischio è quello di far scivolare un paese storicamente filoccidentale verso posizione euro-scettiche, alimentando il nazionalismo e la tentazione di guardare ad altri partner politici sullo scenario internazionale. Deve far riflettere che le ultime scelte del governo, come l’imposizione di tariffe sui prodotti serbi e la decisione di costituire un esercito nazionale, sono state prese proprio in contrasto con l’Unione europea.

Proprio mentre il rapporto con la Serbia si fa più teso, dunque, un segnale di apertura sul fronte dei visti non solo sanerebbe una palese ingiustizia verso i kosovari, ponendo fine alla condizione di ghetto in cui si trova il paese, ma aiuterebbe ad abbassare i toni, spingendo Pristina su posizioni più dialoganti verso Bruxelles.

Foto: Prishtina Insight

Chi è Riccardo Celeghini

Laureato in Relazioni Internazionali presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Roma Tre, con una tesi sui conflitti etnici e i processi di democratizzazione nei Balcani occidentali. Ha avuto esperienze lavorative in Albania, in Croazia e in Kosovo, dove attualmente vive e lavora. E' nato nel 1989 a Roma. Parla inglese, serbo-croato e albanese.

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