STORIA: Quel giorno che nazisti e sovietici sfilarono insieme

Il 22 settembre del 1939 la città di Brest-Litovsk, nell’odierna Bielorussia, è teatro di un fatto storico eclatante: le truppe della Germania nazista celebrano la disfatta dell’esercito polacco in una congiunta parata militare con quelle dell’Armata Rossa.

Quel 22 settembre, il generale sovietico Semën Moiseevič Krivošein e il suo corrispettivo tedesco Heinz Wilhelm Guderian si rendono reciproco omaggio per la spartizione della Polonia, annichilita militarmente in sole 3 settimane. Dopo la celebrazione e i saluti ufficiali, Guderian e il XIX corpo d’armata da lui guidato arretrano aldilà della riva occidentale del fiume Bug, il limes stabilito dal patto di non aggressione tra l’URSS e il Reich firmato a Mosca il 23 agosto del 1939.

La croce uncinata e la falce e martello, insieme. Un’immagine surreale fino a qualche mese prima, che però assume dei contorni definiti se viene inserita nella cornice dei rapporti internazionali in cui è coinvolta l’URRS e se si analizza la strategia attendista delle potenze occidentali di fronte alla minacciosa avanzata del nazismo in Europa.

 

L’isolamento dell’URSS

Tra la fine degli anni ’20 e l’inizio degli anni ’30 l’Unione Sovietica è isolata sul panorama internazionale. La precaria politica di intesa con la Germania, basata sul mutuo rifiuto del trattato di Versailles e su privilegiati rapporti commerciali, è minata dai frequenti aiuti economici che i sovietici destinano al KPD, il partito comunista tedesco.

Il supporto del Comintern ai movimenti anticolonialisti in India e in Asia rende l’Unione Sovietica profondamente invisa anche a Francia e Gran Bretagna. In Italia, il riconoscimento de iure dell’URSS e le simpatie di una parte della classe politica fascista per la rivoluzione antiborghese del ’17 non limitano il fervore ideologico di chi, all’interno del partito, continua a vedere nel bolscevismo il suo principale nemico storico.

 

La ricerca della sicurezza

Quando, nel 1930, Maksim Maksimovič Litvinov prende il posto di Georgij Vasil’evič Čičerin come Commissario del popolo per gli Affari Esteri, si trova immerso in un confuso labirinto in cui ogni manovra rischia di compromettere la già difficile posizione dell’URSS. Tuttavia il nuovo commissario riesce a disegnare un convincente progetto politico, conciliando la sua vocazione internazionalista con uno spiccato senso del reale e aprendo un’intensa fase di dialogo con le democrazie occidentali.

Lo scopo perseguito da Litvinov è quello di ricucire i rapporti diplomatici con l’occidente e assicurare un periodo di stabilità e pace che veda come protagonista l’URSS. Un obbiettivo tanto contraddittorio sul piano ideologico quanto necessario per la salute dell’economia e della propaganda sovietica, in quel momento focalizzata più sui risultati del piano quinquennale che sulla realizzazione della rivoluzione proletaria mondiale.

È in questo clima di recupero dei rapporti con l’occidente democratico che, nel novembre del ’33, Litvinov raggiunge uno storico accordo con gli Stati Uniti di Franklin Delano Roosevelt, che riconoscono de iure l’Unione Sovietica. L’anno successivo l’URSS entra a far parte della Società delle Nazioni e nel ’35 firma accordi di “pace e fratellanza” con Francia e Cecoslovacchia.

Quest’ultimo accordo impegna i sovietici a supportare militarmente lo stato dell’Europa centro-orientale in caso di attacco immotivato da parte di un’altra nazione. Un impegno difficile da mantenere, visto che l’URSS non confina con la Cecoslovacchia e che per rendere efficace l’accordo bisogna stringere necessariamente un patto con la Polonia o la Romania, che si rifiutano di intavolare qualsiasi trattativa con la diplomazia sovietica.

 

L’ascesa del nazifascismo e il fallimento della Società delle Nazioni

Nella seconda metà degli anni ‘30 il caos ideologico serpeggia nel vecchio contenente, le fondamenta delle democrazie liberali tremano e il Dio della reazione si aggira con passo pesante in Europa, favorito dai dissidi delle sinistre e dal furore dei nazionalisti spalleggiati da industriali e borghesia. L’ascesa di Hitler e Mussolini a ovest è accompagnata da quella del Giappone a est: l’URSS si trova nel mezzo di due potenze a lei fortemente ostili e propense all’uso della forza militare.

Nel frattempo, l’occidente liberale e socialista resta a guardare. Quando, nell’ottobre del ‘35, l’Italia invade l’Etiopia, i sovietici impongono pesanti sanzioni economiche al regime di Mussolini, ma la loro azione rimane isolata. Nel ‘36 i nazisti rimilitarizzano la Renania violando il trattato di Versailles ma Gran Bretagna, Francia e Stati Uniti rimangono impantanati in uno sterile immobilismo e la Società delle Nazioni incassa passivamente l’affronto di Hitler.

Nello stesso anno scoppia la guerra civile in Spagna. Una guerra che mette a nudo le lotte intestine tra le diverse compagini della sinistra internazionale. La politica del fronte popolare, pensata dal Comintern per combattere il fascismo insieme a democratici, anarchici e socialisti, si sgretola rovinosamente nel maggio del ’37 a Barcellona, dove i comunisti fedeli a Mosca sopprimono una rivolta guidata da trotzkisti e anarchici.

 

Il ritorno all’isolamento

Il culmine dell’inettitudine delle potenze occidentali nei confronti dell’avanzata nazifascista trova il suo epilogo tra il 1938 e il 1939. L’11 marzo del ‘38 le truppe tedesche invadono l’Austria e nello stesso giorno la Germania ne proclama l’annessione. Una volta realizzato l’Anschluss con Vienna, Hitler sposta lo sguardo a est, verso il Sudetenland, territorio diviso tra le regioni della Boemia e della Moravia ed abitato da una consistente popolazione germanofona.

Mentre i nazisti si attivano per realizzare l’annessione dei Sudeti, l’Armata Rossa si prepara a marciare. L’URSS intende tenere fede agli accordi stretti con la Cecoslovacchia, ma Polonia e Romania innalzano un muro di ostruzionismo nei suoi confronti, negando il passaggio delle truppe e di fatto condannando la Cecoslovacchia ad affrontare l’espansionismo nazista da sola.

Ma a capitolare rovinosamente di fronte all’arroganza tedesca non ci sono solo Polonia e Romania. Il 29 settembre del ’38, i primi ministri di Francia e Gran Bretagna, Edouard Daladier e Neville Chamberlain, si incontrano con Hitler e Mussolini nella conferenza di Monaco. Il giorno dopo, al dittatore nazista vengono concessi i territori del Sudetenland: è la fine della politica estera promossa da Litvinov e il fallimento conclamato della Società delle Nazioni.

L’Unione Sovietica si trova nuovamente con le spalle al muro, isolata. I successivi tentativi di Litvinov di trovare un accordo con le democrazie occidentali falliscono e il 23 marzo del ’39, dopo aver occupato il resto della Cecoslovacchia (15 marzo del ’39), i nazisti si spingono ancora più a est, occupando il porto di Klaipéda (allora conosciuta con il nome tedesco di Memel), in Lituania.

 

Il patto Molotov-Ribbentrop e la spartizione della Polonia

Dopo l’occupazione del porto baltico, a Mosca si avverte il bisogno di un cambiamento radicale in grado di assicurare stabilità e pace nel paese. Con la sostituzione, nel maggio del ’39, di Litvinov con Vjačeslav Michajlovič Molotov, si apre una nuova fase in politica estera: cresce la suggestione di ricucire i rapporti con Berlino in caso di un ulteriore fallimento delle trattative con Londra e Parigi in funzione anti-nazista. E il fallimento, complice l’ indecisione e la lentezza di Francia e Gran Bretagna nel chiudere l’accordo con l’URSS, arriva puntuale.

Ad avere la meglio sarà la Germania: la proposta di Stalin di dividere l’Est Europa in sfere di influenza convince  i nazisti, che il 23 agosto firmano a Mosca un accordo passato alla storia come il patto Molotov-Ribbentrop. Quella dei sovietici è una scelta che getta nello sconforto molti militanti comunisti, soprattutto in Europa occidentale, ma che in definitiva viene accettata dalle classi dirigenti dei partiti aderenti alla Terza Internazionale in ragione della difesa di quello che all’epoca è l’unico stato comunista nel mondo.

Ancora una volta, la politica estera dell’URSS deve piegarsi alle necessità del contingente mettendo da parte le velleità rivoluzionarie in ragione della difesa dello stato. Lo spirito di conservazione dell’Unione Sovietica è un fattore necessario per la sopravvivenza del socialismo e del suo avvenire nel mondo: è questo il pensiero che convince i militanti comunisti sparsi nel globo che la strada presa da Stalin è l’unica percorribile.

Ed è proprio seguendo questa strada che prenderà forma la parata congiunta di Brest-Litovsk. Un episodio destinato a rimanere una macchia indelebile per tanti comunisti ma che allo stesso tempo mette a nudo le pesanti responsabilità delle democrazie occidentali (su tutte Francia e Gran Bretagna) riguardo l’espansione nazista in Europa.

Foto: Wikipedia

Chi è Stefano Cacciotti

Nato a Colleferro (RM) nel '91 mentre i paesi del socialismo reale si sgretolano. Sociologo di formazione, ho proseguito i miei studi con una magistrale sull'Europa Orientale (Mirees), passando per Varsavia (2013) e Budapest (2016). Appassionato di storia contemporanea e politica, attualmente frequento un Master di II livello in comunicazione storica all'Università di Roma Tre.

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