Come Jules Verne scoprì la Transilvania (per amore di una donna)

Jules Verne aveva una mentalità da geografo: prima sceglieva dove ambientare i suoi romanzi e solo in un secondo momento ne inventava i personaggi e le loro storie. Seduto sul sofà nella sua casa a Amiens, Verne esplorava terre lontane, ideando tecnologie e personaggi “straordinari” destinati ad affascinare generazioni di bambini e adulti di tutto il mondo.  Per noi, il suo nome è associato irrimediabilmente alla fiducia nel “progresso” e nelle capacità dell’uomo di conoscere e di esplorare, ma esiste un altro Verne, che ha scritto romanzi che andavano oltre il genere fantascientifico e tecnologico.

La “scoperta” della Transilvania

Sembra davvero incredibile che l’autore che più di ogni altro rappresenta oggi l’entusiasmo positivista per la scienza abbia scritto un romanzo soprannaturale, con apparizioni e spiriti in una terra lontana e tenebrosa. Nel 1892, Verne pubblica Il castello dei Carpazi, ambientato in Transilvania: il romanzo guarda addirittura a E. T. A. Hoffmann e alle atmosfere demoniache del maestro del gotico tedesco (peraltro, l’autore tedesco è citato nel corso del libro).

Il libro di Verne è forse la prima opera di rilievo che sceglie la Transilvania come luogo dell’horror per eccellenza. Gli ingredienti ci sono tutti: un castello in rovina sul cocuzzolo di una montagna inaccessibile, voci, apparizioni, un villaggio sperduto e pieno di superstizioni, la natura selvaggia, etc.

Il mito transilvano nasce qui: il romanzo usciva poco prima rispetto a Dracula di Stoker, pubblicato nel 1897. Non sappiamo se il grande scrittore irlandese conoscesse l’opera del collega francese, ma sicuramente sia Verne che Stoker si inserivano entrambi in un genere particolarmente ricco all’epoca: la remota regione dell’Impero austriaco era abbastanza pittoresca e di frontiera da risultare esotica.

Una storia d’amore nella realtà e nella fantasia

Il grande assente del romanzo di Verne è paradossalmente il vampiro: i riferimenti agli “strigoi” e agli esseri soprannaturali del folclore romeno sono frequenti, ma il misterioso signore del castello è un uomo in carne ed ossa. In effetti, Rodolphe de Gortz, ossessionato da una cantante d’opera italiana del San Carlo di Napoli, Stilla, è più un villain d’altri tempi che un essere soprannaturale: Verne descrive una psicologia oscura e ossessiva, ai limiti della patologia psichica. Anche le apparizioni nel castello sono frutto di invenzioni tecnologiche (anche se all’epoca tecnicamente impossibili) realizzate da un inventore al servizio del signore. Il mondo misterioso creato da Verne non è che un dramma tutto umano di desiderio di possesso e di tecnologia.

Il libro di Verne racchiude anche un altro mistero. Secondo alcuni, lo scrittore avrebbe visitato fisicamente la Transilvania tra il 1882 e il 1884, trascinato in questa regione lontana dell’Impero Asburgico per amore di una donna del luogo, Luise Müller, sassone proveniente da un villaggio vicino a Braşov (il nome ricorda inquietantemente un personaggio schilleriano e poi verdiano). Ne era fortemente convinto un giornalista romeno, Săveanu, che, negli anni Ottanta, ha ricostruito questo fantomatico viaggio d’amore del grande scrittore attraverso il Danubio, Bucarest e i Carpazi. La visita di Cetatea Colţ, castello diroccato dal fascino sinistro, avrebbe portato all’ideazione del romanzo. La storia è affascinante e sicuramente ha stuzzicato l’orgoglio nazionale dei romeni ma, nonostante il successo popolare, sembrerebbe un autentico falso.

Una Transilvania pittoresca e un po’ naif

Che sia esistita o meno la signorina Müller, il castello medievale descritto (o immaginato) da Verne si trova non lontano dai monti Retezat e dalla regione di Haţeg, ancora oggi aree piuttosto isolate. Nonostante i riferimenti geografici plausibili, Verne crea una sua Transilvania che, come in Stoker, è un improbabile mondo di carta: il villaggio dove si svolgono gli eventi è dominato da superstizioni ridicole, gli abitanti sono più dediti a bere pittorescamente raki che a lavorare, il dottore del villaggio è medico autodesignatosi, le psicologie sono ridicolamente essenziali. Gli abitanti della Transilvania non sono altro che “buoni selvaggi” che vivono ai limiti della civiltà europea: un mondo “sano” e un po’ bizzarro, che il lettore francese poteva permettersi di guardare dall’alto in basso. Del resto, ancora per la generazione di Verne, i Carpazi erano una sorta di linea di confine dell’Europa.

Un horror ironico?

Verne racconta la sua storia con occhio distaccato, spesso ironico e divertito: il suo è l’ennesimo “viaggio straordinario” di puro intrattenimento e assoluta fantasia, che non intende nascondere il suo essere “finzione” e libro di avventura. Rispetto a quella cupa e drammatica di Stoker, la Transilvania di Verne è più vicina a Frankestein Junior: non mancano le coincidenze tra libro e pellicola come la ridicola riunione degli abitanti del villaggio per “risolvere” il problema soprannaturale; oppure la presenza di sgangherate tecnologie che producono un fantastico dai tratti decisamente più umani. Un mondo innocuamente terribile in cui, alla fine, Verne lo riconosce, i vampiri esistono soltanto nella testa di simpatici e bizzarri popoli dell’Est Europa.

Chi è Federico Donatiello

Sono nato a Padova nel 1986, città in cui mi sono laureato in Letteratura medievale. Sono dottore di ricerca sempre a Padova con una tesi di storia della lingua e della letteratura romena. Attualmente sono assegnista di ricerca a Padova e docente di letteratura romena a "Ca' Foscari" a Venezia. Mi occupo anche di traduzioni letterarie e di storia dell'opera italiana.

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