BOSNIA: Il diritto allo stato di diritto

Questo articolo è frutto di una collaborazione editoriale con OBCT.

Le morti di Dženan e David sono solo alcuni dei “casi silenziati”, i tanti episodi di malagiustizia che stanno agitando la Bosnia Erzegovina negli ultimi anni. Da qui è sorta una delle poche mobilitazioni per il diritto allo stato di diritto capaci di attraversare i confini amministrativi e quelli cosiddetti “etnici” del paese nel dopoguerra

“Mio fratello è un simbolo di lotta e resistenza, e voi siete la dimostrazione che non tutti in questo paese hanno una pietra al posto del cuore”. Anche quando è rotta dall’emozione, la voce di Arijana Memić risuona forte nella piazza del Teatro nazionale di Sarajevo, di fronte a circa un migliaio di manifestanti, sotto il sole torrido di questo sabato di fine giugno. Arijana è la sorella di Dženan Memić, ragazzo di 22 anni morto a Sarajevo nel febbraio 2016 in circostanze ancora non chiarite dalla giustizia, e su cui proprio in questi giorni si sta riaprendo l’ennesima e contestata fase processuale.

La morte di Dženan è uno dei “casi silenziati”, i tanti episodi di malagiustizia che stanno agitando la Bosnia Erzegovina negli ultimi anni: omicidi irrisolti, incidenti sospetti, abusi e omissioni degli organi giudiziari e di sicurezza. Da qui è sorta una delle poche mobilitazioni per il diritto allo stato di diritto capaci di attraversare i confini amministrativi e quelli cosiddetti “etnici” del paese nel dopoguerra. In piazza, insieme al collettivo di Pravda za Dženana (“Giustizia per Dženan”), sono rappresentate tante cause: Edita Malkoć e Selma Agić, due studentesse universitarie sarajevesi uccise da un pirata della strada nel 2016; Jovan Arbutina, giovane di Banja Luka investito nel 2015; Harun Mujkić, undicenne di Zenica morto a scuola, nel 2014, con una sospetta frattura alla testa; e poi Ivona Bajo di Bijeljina, Nikola Djurović di Banja Luka e tanti altri, tutti giovanissimi.

Arrivato in massa con diversi pullman da Banja Luka, in questa piazza c’è anche il movimento fratello di Pravda za Dženana: è quello di Pravda za Davida (“Giustizia per David”), che chiede giustizia per il caso di David Dragičević, il 21enne ucciso a Banja Luka nel marzo 2018. Movente e colpevoli restano ignoti dopo una serie sofisticata di omissioni e insabbiamenti da parte delle autorità. Dopo un presidio non-stop durato nove mesi che l’ha trasformato in un attore centrale della vita pubblica bosniaca, dallo scorso dicembre Pravda za Davida è oggetto di una dura repressione da parte delle autorità della Republika Srpska (una delle due entità della Bosnia Erzegovina, di cui Banja Luka è capitale).

Il papà di David, Davor Dragičević, ha mandato un saluto in diretta video dall’Austria, dove risiede temporaneamente per sfuggire all’arresto (proprio a seguito delle proteste in cui ha chiesto verità per il figlio). Così gli ha risposto dalla piazza Muriz Memić, il papà di Dženan: “Il mio fratello Davor cerca la verità per suo figlio. Sia Davor che io ce lo meritiamo. Invito l’attuale presidente Milorad Dodik a venire oggi in piazza, perché veda quanta umanità c’è qui”. Appena la piazza sente il nome di Dodik (già leader della Republika Srpska e considerato il mandante della repressione contro il movimento) partono bordate di fischi. Lo stesso succede quando si nomina Bakir Izetbegović, ex-presidente statale e leader dei nazionalisti bosgnacchi, insieme a Dodik visto come il volto della politica bosniaca dell’ultimo decennio, e quindi del malfunzionamento dello stato e della giustizia.

Tutte queste cause sono apparentemente lontane per geografia, moventi e sviluppi dei casi, ma hanno trovato un terreno comune, fondato sulla lotta contro l’impunità e sulla rivendicazione di un paese normale. Nessuna di queste cause è nata come “politica”, un’etichetta costantemente rifiutata con sdegno. Eppure tutti sollevano i problemi nevralgici dell’etnopoli bosniaca (e non solo, a guardare lo scenario europeo di oggi): lo stato di diritto, la minima credibilità degli organi di giustizia e sicurezza, il diritto all’incolumità individuale, persino la libertà d’espressione.

In piazza c’è Suzana Radanović, la madre di David Dragičević, diventata ormai un’icona del coraggio civile in Bosnia Erzegovina per avere sfidato i divieti a manifestare e i muri di gomma che circondano l’omicidio del figlio. Decine di persone, prevalentemente donne e anziane, fanno letteralmente la fila per salutarla e abbracciarla. “Oggi è stata una bella manifestazione – spiega a OBC Transeuropa – per me è importante che qui si possa cantare la canzone di David, o meglio, che la gente possa cantarla: io ancora non ci riesco, è troppo doloroso. Ma almeno abbiamo potuto scandire ‘Pravda za Davida’, alzare i pugni (il gesto-simbolo del movimento, ndA). Sono tutte cose che a Banja Luka non si possono più fare. Ci battiamo anche per la libertà di parola e, letteralmente, per la libertà di vivere”.

Il caso Memić: tre anni senza verità

La lotta per la verità della famiglia Memić dura da quasi tre anni e mezzo. Nella notte dell’8 febbraio 2016, un’ambulanza soccorre Dženan e la fidanzata Alisa Mutap alla Velika Aleja, il lungo viale pedonale di Ilidža, sobborgo di Sarajevo. Dženan è riverso per terra privo di conoscenza, in condizioni serie, con un grave ematoma alla testa. Alisa invece è in stato confusionale ma con ferite più lievi. Ricoverato all’Ospedale Universitario di Sarajevo, Dženan muore il 15 febbraio, dopo sette giorni di coma. Da qui inizia una girandola di ipotesi ed errori giudiziari.

Secondo la perizia del medico che ha operato Dženan durante il coma, il ragazzo è stato senza dubbio oggetto di un’aggressione violenta. Nessuna ferita sarebbe compatibile con l’investimento di un’auto, che è però l’ipotesi su cui si concentreranno le indagini della procura del cantone di Sarajevo. Tre mesi dopo, nel maggio 2016, viene arrestato Ljubo Seferović, accusato di avere travolto i due ragazzi con il proprio furgone mentre guidava in stato di ebbrezza, per poi darsi alla fuga e cercare di manomettere le prove insieme al padre e alla moglie, anch’essi arrestati. Inizialmente Seferović ammette l’incidente colposo, ma in seguito ritratterà e si dichiarerà innocente. Nel primo processo davanti al Tribunale cantonale di Sarajevo, alcune tracce e reperti decisivi spariscono, altri diventano inservibili. Mancano i filmati delle videocamere sulla strada nei minuti decisivi, la prova dell’ebbrezza di Seferović, le tracce che confermino che il furgone coinvolto fosse effettivamente il suo. Emergono pesanti incoerenze tra le diverse perizie. La fidanzata, unica testimone diretta dei fatti, afferma di soffrire di amnesia sulla notte della tragedia.

Si forma così il collettivo Pravda za Dženana, guidato dal papà del ragazzo Muriz e dalla sorella Arijana. Iniziano le prime manifestazioni di protesta in città. Quella di sabato scorso è la diciottesima, affermano più volte dal microfono con un misto di orgoglio e stanchezza. La famiglia Memić sostiene con forza la tesi dell’omicidio. Quella del furgone, secondo loro, è una montatura creata dagli aggressori di Dženan, che avrebbero approfittato della vulnerabilità dei Seferović, una famiglia povera di origine rom, per incastrarli. Il movimento accusa gli organi giudiziari, in primis la procura del cantone di Sarajevo, di non fare il proprio lavoro, per insipienza o perché stanno intenzionalmente allontanando la verità e il diritto ad essa.

Media e istituzioni locali seguono costantemente il caso, e circolano sospetti di ogni tipo, molti privi di fondamento: si mormora del coinvolgimento di familiari di politici, imprenditori o criminali nell’omicidio, della fidanzata Alisa e sul suo silenzio che starebbe coprendo i responsabili, delle ambizioni politiche della famiglia Memić (la sorella Arijana, sull’onda del caso, nel 2018 viene eletta nel parlamento cantonale). Si crede a tutto e a niente, con un sistema giudiziario altamente frammentato e inefficace, che segue la divisione amministrativa del paese (municipi, cantone, entità, stato) e permanentemente soggetto a pressioni di politici e gruppi di potere, a cooptazioni e scambi di favori. Anche il Parlamento del cantone di Sarajevo prende posizione sulle lacune nell’operato degli organi di giustizia e sicurezza: raccomanda l’apertura di inchieste interne che, tuttavia, non vedranno mai la luce.

Nel luglio 2018 avviene un nuovo colpo di scena. La sentenza del tribunale cantonale assolve i Seferović per assenza di prove e rigetta la tesi dell’incidente. La famiglia Memić ora vuole l’acquisizione di nuove prove e soprattutto chiede che sia il Tribunale statale, e non più il cantonale, a prendere il caso in carico. Muriz Memić denuncia più di 40 persone tra procuratori, giudici e membri delle forze dell’ordine che avrebbero commesso gravi irregolarità nel caso. Invece, nel giugno 2019 il Tribunale supremo della Federazione di BiH (il livello intermedio tra stato e cantone) ribalta nuovamente il quadro, ordinando la ripetizione del processo di primo grado. La tesi processuale torna a basarsi sull’incidente anziché sull’omicidio. Tutto daccapo. La reazione del movimento è durissima: Muriz Memić e il suo avvocato Ifet Feraget parlano di “crimine organizzato dentro gli organi di giustizia”.

Giustizia latitante

Proprio a inizio giugno 2019 scoppia lo scandalo della corruzione nel Consiglio della magistratura statale. Il presidente del maggiore organo giudiziario del paese è filmato mentre si impegna a chiudere un procedimento penale dietro pagamento di denaro. È la conferma di quello che i movimenti per la giustizia dicono da anni. Ma i partiti politici rispondono con indifferenza, assorbiti dalle negoziazioni per formare il governo statale che durano ormai da nove mesi. Buona parte dell’opinione pubblica appare inerte e rassegnata.

Non è un caso che le posizioni tradizionalmente felpate della comunità internazionale si fanno ora più incisive, come per dare una scossa. “Tre mesi fa ho incontrato i genitori di David e Dženan. Ieri loro e molti altri genitori e cittadini frustrati hanno manifestato pacificamente a Sarajevo contro l’assenza di giustizia in Bosnia Erzegovina. I lunghi ritardi nella gestione giuridica di questi ed altri casi sono inaccettabili per un paese che cerca l’accesso alla UE”, è il duro commento alla manifestazione del Commissario UE all’allargamento Johannes Hahn in un tweet.

Messi alle strette nel proprio paese, i movimenti cercano agibilità in campo internazionale. Suzana Radanović spiega a OBC Transeuropa: “A Banja Luka il nostro movimento ora non può esistere, ma noi abbiamo rifondato l’associazione a Vienna, e il prossimo 12 settembre organizzeremo un convegno a cui inviteremo politici, giornalisti e diplomatici internazionali. Vogliamo informare l’Europa di ciò che sta avvenendo”. Nel frattempo, le tante battaglie per la verità e lo stato di diritto continuano, per non permettere che ragazzi giovanissimi che si sono trovati in posti sbagliati e in momenti sbagliati debbano perdere la vita, come è successo troppe volte in questi anni. O perché non decidano di lasciare il paese, come avviene in decine di casi ogni giorno.

 

Foto di Alfredo Sasso

Chi è Alfredo Sasso

Dottore di ricerca in storia contemporanea dei Balcani all'Università Autonoma di Barcellona (UAB); assegnista all'Università di Rijeka (CAS-UNIRI), è redattore di East Journal dal 2011 e collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso. Attualmente è presidente dell'Associazione Most attraverso cui coordina e promuove le attività off-line del progetto East Journal.

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