BOSNIA: Un anno dopo, ancora nessuna giustizia per la morte del giovane David

“Sembra che non andrò lontano, perché sono solo una pedina in questa storia”. Così scriveva David Dragicevic in un suo pezzo hip hop qualche anno prima che il suo corpo fosse ritrovato senza vita il 24 marzo 2018 lungo il torrente Crkvena nella città di Banja Luka, capitale de facto della Republika Srpska (una delle due entità della Bosnia Erzegovina). David non è riuscito a “scappare dalla strada” perché ha avuto “un problema più grande” da affrontare: la morte. La stessa morte, reale e figurata, che condanna tantissimi “ragazzi del ghetto”, come si definiva lo stesso David nella sua canzone, costretti a vivere in un sistema dove “solo i più forti sopravvivono, e sono pochi”.

Il movimento Pravda za Davida

Scomparso nella notte tra il 17 e il 18 marzo 2018, David è stato trovato morto dopo quasi una settimana. La polizia aveva cercato di insabbiare velocemente il caso parlando di morte accidentale per annegamento. Il corpo ricoperto di ematomi e le contraddizioni nella ricostruzione ufficiale smentivano l’ipotesi del suicidio, lasciando ben pochi dubbi sulla possibilità che si trattasse di omicidio. I genitori di David, Davor Dragicevic e Suzana Radanovic, decisero così di rendere pubblica la vicenda e chiedere la verità per la morte del figlio. Da allora Davor è diventato il volto del movimento nato attorno al caso, Pravda za Davida (Giustizia per David).

Il coraggio di Davor nel denunciare le coperture delle istituzioni per i reali colpevoli è riuscito a concentrare attorno a sé migliaia di giovani in un movimento che si dichiara apolitico e apartitico e il cui pregio è stato quello di riattivare una parte della società ormai rassegnata alla corruzione e ai privilegi degli uomini delle istituzioni. Altro elemento particolarmente significativo è stata la trasversalità del movimento, che è riuscito a superare le profonde distanze etniche e ad unire in un’unica lotta serbi, bosgnacchi e croati, come dimostrato anche dalle manifestazioni di sostegno organizzate a Zagabria, Belgrado e altre città della regione.

Dal 27 marzo al 25 dicembre Pravda za Davida ha organizzato quotidianamente manifestazioni pacifiche che hanno trasformato la centralissima piazza Krajina (rinominata “Piazza David”), luogo dove era stato visto per l’ultima volta David, in un presidio permanente. Nonostante le proteste si svolgessero senza l’autorizzazione delle autorità, le istituzioni locali inizialmente decisero di non reprimere il movimento, ma di silenziarlo il più possibile con l’aiuto dei media compiacenti. Il motivo era legato anche alle elezioni previste per il 7 ottobre. Ma solo poche settimane dopo l’elezione di Milorad Dodik a rappresentante serbo nella presidenza statale bosniaca la repressione si abbatté sulla piazza.

La repressione

Col pretesto del rifiuto di presentarsi alla polizia per rispondere della manifestazione organizzata il 17 dicembre davanti al parlamento della Republika Srpska durante la cerimonia di insediamento del nuovo governo, la mattina di Natale Davor veniva arrestato, mentre poche ore dopo in piazza la polizia caricava violentemente i manifestanti e smantellava il piccolo monumento commemorativo eretto in piazza e rappresentante un pugno chiuso alzato.

Nonostante il divieto di manifestare emanato contro il movimento, le proteste non si sono placate e hanno continuato a svolgersi di fronte alla chiesa del Salvatore. La svolta repressiva sembrava aver assunto caratteri tragici il 30 dicembre con la scomparsa di Davor, di cui si perse ogni traccia sia in città che sui social, da cui aveva lanciato la sua battaglia. Lo stesso giorno la polizia aveva emesso contro di lui un mandato di arresto con l’accusa di aver agito con l’intento di provocare un cambiamento violento dell’ordine costituzionale. Dopo circa una settimana senza alcuna notizia che lasciava immaginare una sparizione forzata, Davor riapparse sulla sua pagina Facebook ribadendo che non si sarebbe mai arreso, senza però dire dove si trovasse in quel momento.

Il 6 febbraio Davor si è infine collegato con la televisione N1, sostenendo di essersi rifugiato in un luogo sicuro per sfuggire al tentativo di omicidio voluto da Dodik e dalla polizia. Il 12 marzo scorso la famiglia, sostenuta da un gruppo di aderenti al movimento, ha riesumato il corpo di David per trasferirlo da Banja Luka a Wiener Neustadt vicino Vienna, dove risiede la madre Suzana. Intanto il ministro degli interni dell’entità serbo-bosniaca Dragan Lukac ha deciso di non concedere l’autorizzazione per lo svolgimento di una manifestazione commemorativa nel giorno del primo anniversario della morte di David.

Le conseguenze politiche

Dal punto di vista politico, le conseguenze sono state ad oggi piuttosto limitate. Il 28 novembre l’ambasciatore dell’Unione europea in Bosnia, Lars-Gunnar Wigemark, ha incontrato Davor, sostenendo che “la legge e lo stato di diritto sono una parte fondamentale del processo di integrazione e che tutti i cittadini hanno il diritto di aspettarsi un’indagine approfondita e professionale su tutti i reati gravi”. Subito dopo gli incidenti del 25 dicembre, l’Ue aveva criticato le autorità serbo-bosniache con un duro comunicato in cui parlava di “segnale negativo e allarmante sullo stato di diritto in Bosnia”.

Ad oggi Lukac, accusato da Davor di essere il vero responsabile della scomparsa di suo figlio, dei depistaggi e della mancata verità, ricopre ancora il ruolo di ministro e gode del sostegno di tutto il governo. Lo stesso Dodik sembra ormai intenzionato a chiudere al più presto il caso, considerato come un fastidio di cui farebbe volentieri a meno, soprattutto dopo il messaggio del Commissario europeo all’allargamento Johannes Hahn che, durante una riunione a Bruxelles con i tre presidenti della Bosnia, ha spronato le autorità locali a “risolvere il caso senza indugio e in base agli standard internazionali”.

Il rischio adesso è che le autorità serbo-bosniache costruiscano ad arte una soluzione che possa liberarli dalle accuse e magari indebolire il movimento a scapito della verità. Dall’altro lato, però, Davor Dragicevic e Pravda za Davida non sembrano intenzionati a cedere di un millimetro coscienti che “l’unica via d’uscita, per noi, è quella fraterna”.

Foto: Associated Press

Chi è Marco Siragusa

Nato a Palermo nel 1989, sta concludendo un dottorato all'Università di Napoli "L'Orientale" con un progetto sulla transizione serba dalla fine della Jugoslavia socialista al processo di adesione all'UE. Collabora con EastJournal da Ottobre 2018 per la redazione Balcani e scrive settimanalmente per Nena-News.

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