KOSOVO: Il parlamento approva la nascita dell’esercito, cresce la tensione con Belgrado

Venerdì 14 dicembre il parlamento di Pristina ha approvato tre disegni di legge che aprono la strada alla nascita dell’esercito del Kosovo. I documenti sottoposti al voto, difatti, ampliano sostanzialmente le competenze della Kosovo Security Force (KSF), l’attuale forza di sicurezza presente nel paese, ponendo le basi legali per la nascita di un vero e proprio esercito. La votazione ha innescato la prevedibile reazione della Serbia, secondo la quale la nascita di un esercito kosovaro rappresenta una minaccia alla pace regionale. Una preoccupazione condivisa anche da NATO e Unione europea.

Il voto

I tre disegni di legge votati dal parlamento kosovaro prevedono cambiamenti importanti nella natura e nella missione della KSF, la forza di sicurezza nata nel 2009 con il solo compito di protezione civile e di risposta alle crisi. Da questo momento, la KSF diventa una forza militare che ha il compito di difendere la sovranità e l’integrità territoriale del Kosovo, autorizzata all’uso della forza. La KSF sarà composta da 5.000 unità e 3.000 riservisti, e potrà operare all’estero nell’ambito di missioni internazionali. Al ministero per la KSF, inoltre, si sostituisce il ministero della Difesa. Di fatto, come dichiarato dal presidente del parlamento Kadri Veseli dopo la votazione, il Kosovo ha ufficialmente un esercito.

Le reazioni nella regione

La nascita dell’esercito del Kosovo è stata vissuta dalla maggioranza dei kosovari come un ulteriore tassello per rafforzare la sovranità del paese, indipendente dal 2008. A conferma del sostegno diffuso verso questa decisione, tutti i partiti rappresentanti la comunità albanese hanno votato a favore. A seguito del voto, mentre nelle strade delle principali città del paese si tenevano festeggiamenti, i maggiori rappresentanti istituzionali hanno tenuto una cerimonia solenne. I leader del paese, a partire dal presidente della Repubblica Hashim Thaçi e dal primo ministro Ramush Haradinaj, hanno voluto sottolineare che si tratterà di un esercito moderno, multietnico e impegnato a favorire la pace nella regione e nel mondo, mandando un messaggio distensivo verso le comunità minoritarie del paese, in particolare quella serba.

Proprio tra i serbi, difatti, si registrano le maggiori preoccupazioni. Non a caso i deputati della Lista Serba (LS), il partito che rappresenta i serbi del Kosovo, hanno abbandonato l’aula al momento del voto, denunciando i rischi che questa nuova forza possa essere usata contro la propria comunità. Da Belgrado, il presidente della Repubblica Aleksandar Vučić ha parlato di una minaccia alla pace e alla sicurezza della regione, mentre il ministro degli Esteri Ivica Dačić ha annunciato che la Serbia chiederà una sessione di emergenza del Consiglio di Sicurezza dell’ONU contro la violazione della risoluzione 1244 del 1999, che affida alla NATO la gestione della sicurezza nella sua ex-provincia.

Le reazioni internazionali

La comunità internazionale, dal canto suo, non si è espressa in modo unanime. Gli Stati Uniti e la Gran Bretagna si sono schierati al fianco di Pristina, riconoscendo al Kosovo il diritto di dotarsi di un proprio esercito ed assicurando un pieno supporto, mentre alti paesi, come la Francia, si sono limitati a prendere atto della decisione.

Particolarmente significativa è stata la presa di posizione della NATO, che è presente in Kosovo dal 1999 con 4.000 truppe (la KFOR). Il Segretario generale dell’Alleanza Atlantica, Jens Stoltenberg, si è detto rammaricato della decisione e ha espresso preoccupazione per le ripercussioni nella regione. In particolare, la NATO chiedeva un processo di riforma della KSF più graduale e inclusivo, appoggiato anche dai rappresentanti delle minoranze, una posizione condivisa anche dall’Unione europea.

Il futuro

Nonostante le osservazioni della NATO siano condivisibili, alcuni toni allarmistici non sembrano corrispondere alla realtà. La trasformazione della KSF sarà un processo molto graduale, che durerà anni. Per ampliare il numero di militari e dotarsi di armi ci vorranno delle cospicue risorse, non così facili da reperire per un paese come il Kosovo. Una volta formato l’esercito, inoltre, risulta difficile immaginarne un uso aggressivo oltre i confini, se non altro per l’evidente superiorità militare degli eserciti degli altri paesi, a partire da quello della Serbia.

Anche per quanto riguarda azioni all’interno del paese, un uso dell’esercito contro la comunità serba appare improbabile. Nelle aree a maggioranza serba del Kosovo è già stanziata la polizia kosovara, senza che questo abbia creato particolari tensioni. Nella stessa KSF, come nella polizia, sono inoltre arruolati cittadini kosovari appartenenti alle comunità minoritarie, compresa quella serba. Proprio questi ultimi sono stati oggetto in passato di minacce da parte di nazionalisti serbi, che li hanno bollati come traditori, nonchè, secondo quanto contenuto in un report del Kosovar Center for Security Studies (KCSS), di pressioni del governo di Belgrado per farli dimettere.

La mossa di Pristina, dunque, non prelude a ripercussioni violente nella regione. Mentre lo scambio di accuse e le denunce allarmistiche fanno parte del consueto tira e molla tra Pristina e Belgrado, più interessante sarà capire come evolverà il rapporto tra il Kosovo e la NATO e che sviluppi ci saranno in merito alla presenza dell’Alleanza atlantica nel paese.

Foto: BBC

Chi è Riccardo Celeghini

Laureato in Relazioni Internazionali presso la facoltà di Scienze Politiche dell'Università Roma Tre, con una tesi sui conflitti etnici e i processi di democratizzazione nei Balcani occidentali. Ha avuto esperienze lavorative in Albania, in Croazia e in Kosovo, dove attualmente vive e lavora. E' nato nel 1989 a Roma. Parla inglese, serbo-croato e albanese.

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