RUSSIA: La persecuzione dei Testimoni di Geova, una pagina nera

Da sempre guardati con sospetto, accusati di settarismo e persino di plagiare la mente degli individui, trattati con scherno quando non apertamente osteggiati, i Testimoni di Geova sono abituati a dibattersi in una società che li rifiuta portando avanti il loro credo. In Europa sono poco più di due milioni e l’Italia è il paese dove sono più diffusi protetti da leggi che sanciscono la libertà di culto. Non così in Russia dove una legge li ha messi al bando accusandoli di estremismo. I Testimoni di Geova si affermano eredi di un cristianesimo originario e come i primi cristiani si trovano oggi perseguitati dalla Russia di Putin.

Estremisti e terroristi

Nell’aprile 2018 il ministero della Giustizia russo ha inserito il movimento in una lista di gruppi estremisti che contiene, tra l’altro, anche al-Qaeda e l’Isis. La sentenza è stata molto criticata dalle associazioni per i diritti umani e certo associare i Testimoni di Geova al fondamentalismo islamico pare risibile. Ma lo stato russo non scherza. In pochi mesi le sedi del movimento sono state sequestrate e chiuse dalle autorità, i luoghi di culto sono stati perquisiti e molti fedeli sono stati arrestati con l’accusa di estremismo. In base alle nuove leggi, il semplice fatto di essere un Testimone di Geova è motivo sufficiente all’arresto e la banale distribuzione di qualche volantino diventa “terrorismo”.

Infedeli al putinismo

Attualmente in Russia ci sono circa 170mila Testimoni di Geova su una popolazione di 140 milioni di abitanti, pochi in termini assoluti ma abbastanza da preoccupare le autorità russe. La loro colpa è quella di “incitare a conflitti per ragioni etniche, nazionalistiche o religiose”, un reato punito dalla legge anti-terrorismo russa approvata nel 2002. Già nel 2004 la città di Mosca revocò la registrazione al gruppo locale mentre nel 2010 è stata vietata la pubblicazione di due riviste.

Ma il motivo di questa persecuzione è un altro: i Testimoni di Geova rifiutano la violenza, non riconoscono altra autorità al di fuori di Dio, e quindi non votano, si rifiutano di prestare servizio nell’esercito e non partecipano del patriottismo nazionale. Sono, in buona sostanza, “infedeli” al putinismo ovvero infedeli a quel misto di nazionalismo esasperato, militarismo, revival religioso di matrice ortodossa che rappresenta l’ossatura culturale e ideologica del potere russo degli ultimi vent’anni. La saldatura tra “trono e altare”, come la si chiamava ai tempi dello zarismo, ovvero tra il Cremlino e il patriarcato ortodosso, è un elemento caratterizzante della Russia putiniana: la religione ortodossa è uno strumento per il consenso interno e per la proiezione russa all’estero (per questo il recente “scisma” ucraino è un fatto geopolitico prima che religioso).

Tra il Vaticano e il Cremlino

A peggiorare le cose c’è la convinzione che i Testimoni di Geova non siano nemmeno cristiani ma un’aberrazione dottrinale, una congrega di eretici da estirpare. E questo non solo in Russia. Proprio mentre venivano messi al bando dalle autorità russe, i Testimoni di Geova si sono trovati esclusi dalla celebrazione congiunta della Pasqua cui Papa Francesco aveva invitato tutte le confessioni cristiane (anglicani, ortodossi, luterani…) tranne loro. Perché? La risposta è che “non sono una confessione cristiana” in quanto rifiutano la Trinità e non credono all’immortalità dell’anima ma è anche vero che il percorso di avvicinamento tra il Vaticano e il Cremlino richiede qualche sacrificio.

In questa situazione di isolamento – politico e confessionale – il movimento diventa facile preda di coloro che intendono limitare la libertà di culto. Dal punto di vista formale la libertà religiosa in Russia è garantita dall’art.28 della Costituzione e vale per le quattro grandi confessioni, cioè Buddismo, Islamismo, Ebraismo e Cristianesimo non-ortodosso da cui, come si è detto sopra, i Testimoni di Geova si trovano esclusi.

A complicare il quadro è anche il fatto che il movimento, nato in Pennsylvania nel 1870, ha la sua sede principale negli Stati Uniti e viene quindi assimilato a quegli “agenti stranieri” che la paranoia del Cremlino individua in tutte le organizzazioni (umanitarie, politiche, religiose) che arrivano d’oltreoceano.

Human Right Watch ha denunciato la persecuzione in atto ricordando come le persone coinvolte nel movimento o nelle sue attività rischiano una multa fra i 300mila e i 600mila rubli – cioè 5mila e 10mila euro – e da 6 a 10 anni in carcere. Per questo circa trecento persone sono già fuggite dalla Russia mentre gli altri fedeli sono costretti a nascondersi, praticando il loro culto clandestinamente (come ai tempi di Stalin).

La situazione in Donbass

La situazione è anche peggiore nei territori occupati in Donbass dove non esiste legge al di fuori delle angherie delle milizie. Il 26 settembre scorso le cosiddetta “Corte suprema della Repubblica popolare di Donetsk” ha dichiarato “estremista” l’associazione religiosa vietandone a tutti gli effetti le attività. Molti luoghi di culto sono già stati chiusi e si registrano casi di intimidazione verso i fedeli. Tuttavia avere notizie dettagliate dal Donbass, vero buco nero ai margini d’Europa, è difficile ma c’è da aspettarsi il peggio in una regione da quattro anni in balia di paramilitari senza controllo.

Una pagina nera

La persecuzione dei Testimoni di Geova è una pagina nera per un paese da sempre multi-culturale e multi-confessionale. Colpire i più deboli, privarli dei loro diritti e della libertà a causa dell’appartenenza confessionale, è certo un segno della crisi che attraversa il potere russo. Ma anche il disinteresse e il silenzio dei media e dei politici europei, aggravati da sospetto e scherno, non sono meglio.

[stextbox id=’black’ shadow=”false” image=’null’]”Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Poi vennero a prendere gli omosessuali, e fui sollevato, perché mi erano fastidiosi. Poi vennero a prendere i comunisti, e io non dissi niente, perché non ero comunista. Un giorno vennero a prendere me, e non c’era rimasto nessuno a protestare“. Bertold Brecht[/stextbox]

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

Leggi anche

RUSSIA: La repressione contro lo storico del Gulag e la guerra per la memoria

L'assurda vicenda giudiziaria che da 3 anni coinvolge lo storico Jurij Dmitriev, specialista delle repressioni staliniane e direttore dell'associazione Memorial in Carelia, è emblematica di uno dei più cruciali processi sociopolitici in atto nella Russia di oggi: la riscrittura del passato sovietico.

2 commenti

  1. Di nuovo un ottimo articolo: chiaro, preciso, equilibrato.
    L’unica virgola che modificherei, è che i Testimoni di Geova riconoscono l’autorità dello Stato (infatti pagano le tasse e ubbidiscono alla legge); ma solo quando non va in contrasto con la Parola di Dio.
    Si sforzano di dare a Cesare le cose di Cesare, e a Dio le cose di Dio.
    La prova è che recentemente Putin ha premiato come famiglia esemplare, proprio una famiglia di Testimoni di Geova.
    Grazie per i vostri articoli.

  2. NO COMMENT

Privacy Preference Center