RUSSIA: Perché bisogna mantenere le sanzioni contro Mosca

La Russia è un paese dal passato imprevedibile, diceva Yuri Afanasiev, e da quel passato riemerge in nuove forme la vecchia natura politica votata al dispotismo. La faccia più attuale di questo antico male è oggi quella del putinismo, inteso come prassi di potere nazionalista, repressiva rispetto al dissenso e alle minoranze, militarista e aggressiva verso i paesi vicini. Le sanzioni che, dal 2014, colpiscono la Russia si devono proprio all’aggressione militare nei confronti dell’Ucraina, con l’invasione e conseguente annessione della Crimea in spregio a qualsiasi regola internazionale. Un’invasione ipocrita e vigliacca, è bene ricordarlo, condotta da un esercito senza mostrine, senza bandiera, e di cui il Cremlino ha rinnegato sfacciatamente ogni responsabilità almeno fino a quell’annessione legittimata da un falso plebiscito, con uomini armati ai seggi a garantire l’esito favorevole a Mosca.

Quelle sanzioni vanno mantenute. Non sono forse la risposta migliore, ma sono l’unica possibile. Si dice che non servano, che a farne le spese siano i paesi occidentali e che la Russia non ne abbia sentito l’effetto. Non è vero, ma anche se lo fosse andrebbero mantenute.

Le sanzioni come resistenza all’autoritarismo

Quello che ci distingue come europei è solo questo resistere alla barbarie, alle pulsioni autoritarie, all’appiattimento culturale, all’oppressione militare o burocratica che pure ci abitano e che anche da noi riaffiorano ciclicamente. Non a caso le forze politiche europee maggiormente inclini ad eliminare le sanzioni contro Mosca sono quelle orientate verso il nazionalismo e una concezione autoritaria del potere.

Non è però possibile passare un colpo di spugna sul più grave atto di aggressione militare avvenuto in Europa dalla fine della Seconda guerra mondiale. Le sanzioni vanno mantenute anche qualora non fossero convenienti per i paesi che le hanno imposte, poiché non si barattano i principi di giustizia con la convenienza dei commerci.

Qui non si tratta di dare lezioni di democrazia, in Europa sarebbero molti i buoi che finirebbero per dare del cornuto all’asino. Non è una questione ideologica. Le sanzioni vanno mantenute perché la Russia ha invaso, ha usato la violenza militare, la forza bruta. Certo, l’Europa e gli Stati Uniti hanno seminato la storia recente di abusi del diritto internazionale, dall’Iraq all’Afghanistan, ma il benaltrismo non è la risposta. Dire che “lo hanno fatto anche gli altri” non giustifica Mosca, semmai condanna tutti.

Una potenza realista, ma non meno feroce

Gli interventi militari in Iraq e l’Afghanistan sono stati giustificati da ragioni di ordine umanitario. L’umanitarismo è la foglia di fico dell’aggressione a stelle e strisce. Qual è invece il velo dietro cui si nasconde Mosca? Ebbene, nessuno. Mosca non ha finto ragioni umanitarie (ci ha provato parlando di “nazisti a Kiev” e tutti si sono messi a ridere, quindi ha smesso) ma ha attaccato e invaso senza troppe storie e – in un mondo ipocrita – questa sembra una qualità. Ma non lo è.

Alcuni plaudono a questo pragmatismo russo, a realismo che non nasconde il cinismo e l’interesse economico che sottendono alle azioni militari russe. Si ammira soprattutto che Mosca strappi il velo ipocrita dietro cui si cela l’occidente, quell’umanitarismo di facciata a cui i nostri governi fingono di credere. Ma svelare la finzione che regola il gioco non rende meno feroce il gioco stesso. Semplicemente la Russia è una potenza realista, l’Europa e gli Stati Uniti usano giustificazioni di ordine ideale. Ma il risultato non cambia.

Quello che cambia, però, è che l’aggressione è stata condotta contro la Crimea e nel Donbass, regioni d’Europa, e non in qualche remota landa desertica da sempre, ahimé, disgraziata. Non si intende fare una classifica: un’invasione militare a scopi di controllo e conquista è sempre da condannare. Ma riportare la guerra in Europa è un gioco pericoloso perché dall’altra parte non ci sono talebani montanari e milizie bombarole ma paesi ben armati, membri della Nato, con tutto il corredo pronto per una bella catastrofe nucleare. La Russia ha esposto e continua a esporre l’Europa al pericolo di un conflitto, di un’escalation, e per questo è giusto che i paesi europei reagiscano. Le sanzioni sono l’unica reazione possibile prima di dar fuoco alle polveri.

Ma quanto costano le sanzioni all’Europa?

Le sanzioni alla Russia costano, si dice, poiché colpiscono l’export europeo più di quanto danneggino l’economia russa, senza contare l’aggravio delle contromisure del Cremlino che ha posto una serie limitazioni all’ingresso di beni e capitali europei nel paese.

Un’interessante ricerca di Francesco Giummelli, docente di Economia all’università di Groninga, ci aiuta a mettere a fuoco la questione. L’export nei confronti della Russia – spiega Giummelli –  è diminuito sensibilmente per tutti gli stati membri dell’UE (la Germania, in prima linea nel mantenimento delle sanzioni, è quella che ci ha perso di più passando dai 35 miliardi del 2014 ai 24 del 2017, dati Eurostat) ma ci sono stati diversi paesi che hanno visto aumentare il loro export nei confronti della Russia (Grecia, Svezia, Lussemburgo e Bulgaria). In altri termini, secondo Giumelli, l’adozione delle sanzioni avrebbe comportato un effetto redistributivo tra i vari paesi UE.

Un effetto collaterale eppure positivo in un continente che vede allargarsi la forbice tra un nord ricco e un sud che cresce poco e male.

E all’Italia?

Per quanto riguarda l’Italia il dato paradossale che emerge è che le sanzioni adottate dall’UE hanno avuto un impatto sugli scambi commerciali tra Italia e Russia più a causa delle contromisure russe che delle misure dell’UE.

Il 6 e il 7 agosto 2014 Vladimir Putin ha introdotto, con i Decreti n.560 e 778, il divieto di importare in Russia alcune categorie di alimenti e, in particolare, determinati prodotti agricoli, materie prime e prodotti alimentari, tra i quali figurano carni bovine e suine, pollame, pesce, formaggi e latticini, frutta e verdura. Sono stati esclusi gli alcolici (l’export di vino verso la Russia va a gonfie vele), la pasta, i dolciumi e i prodotti da forno.

Vino e pasta sono dunque salve, ma la diminuzione del volume di export verso la Russia è comunque sensibile. Secondo le stime del Sole 24 Ore, dal 2013 il calo sarebbe del 28%. Un dato che tuttavia non registra solo l’impatto delle sanzioni ma che si deve alla riduzione della capacità di spesa dei russi. A essere colpiti sono infatti anche i generi alimentari esclusi dal bando (caffè e pasta, vini e olio). Dal canto suo l’Italia non può togliere unilateralmente le sanzioni. La competenza ad adottare le suddette sanzioni spetta all’Unione Europea sulla base degli articoli 29 del Trattato sull’Unione Europea e dell’art. 215 del Trattato sul funzionamento dell’Unione Europea.

Ma è vero che la Russia non ci ha perso?

La ridotta capacità di spesa dei russi è già una prova del fatto che le sanzioni funzionano. L’indebolimento del rublo e il conseguente innalzamento dei prezzi hanno contribuito a portare il paese verso una recessione da cui la Russia è venuta fuori a inizio 2016 tornando a crescere, timidamente, nel 2017. A fare le spese della crisi economica sono state anche le forze armate che, impegnate in Siria e nel sostegno dei separatisti del Donbass, hanno subito un taglio dei finanziamenti: l’orso russo si è così trovato coi denti meno affilati. E basterebbe questo a convincere sull’opportunità di mantenere le sanzioni almeno fino a quando il Cremlino non avrà mollato la presa sull’Ucraina.

Tuttavia immaginare il ritorno della Crimea all’Ucraina sembra, ad oggi, impossibile. Non serviranno a questo le sanzioni, né l’esclusione dal G8 o altre misure punitive di ordine economico o diplomatico. Putin non mollerà né il malcontento popolare peserà sulle sue decisioni, anzi, rinvigorita dalla “sindrome dell’accerchiamento” l’opinione pubblica russa è accorsa sotto la bandiera. Il calo di consensi che Putin sembra registrare negli ultimi mesi si deve ad alcune scelte di politica interna (aumento dell’età pensionabile e dell’IVA) e non alle scelte di politica estera. L’elezione di Zelenski a presidente dell’Ucraina sembra aprire spiragli per un’intesa tra i due paesi, ma la direzione che prenderà Kiev è ancora tutta da scoprire.

L’anti-atlantismo che fa tifare Putin

Come fermare l’aggressione di un regime despotico? Come costringerlo a più miti consigli? Il potere russo capisce solo la violenza, poiché violento è da sempre il potere che esercita: “questi uomini non sono liberi che di fronte al nemico, vanno a fare la guerra in fondo al Caucaso per riposarsi dal giogo che si impone loro” diceva, in tempi non sospetti, Astolphe de Custine. Un giogo cui non si ribellano, non si sanno ribellare, poiché la “mentalità dello schiavo” lo impedisce loro. Nikolaj Michailovic Karamzin (1766 – 1826), autore di una monumentale storia russa, descrisse questa mentalità come una forma di “orgoglio nazionale che toglie il coraggio” e porta a “ubbidire al sovrano sotto pena di essere guardato come traditore o ribelle”. Un sentimento che lo storico collega alla nascita dell’autocrazia russa e che sembra valido ancora oggi.

La Russia è un paese autoritario e nazionalista ma in molti, da questa parte d’Europa, continuano a ritenere Mosca un antemurale al dilagante potere statunitense. L’anti-atlantismo ideologico confonde la Russia dei soviet con quella di Putin, come se quest’ultima fosse davvero un’alternativa politica e ideologica all’atlantismo e al dominio americano. Stati Uniti e Russia sono due potenze molto simili, imperialiste, nazionaliste, aggressive, liberiste in ambito economico, sempre in cerca di petrolio e idrocarburi, pronte a schiacciare popoli grandi o piccoli (qualcuno ricorda i ceceni?) per i propri interessi.

La Russia non è un’alternativa, la Russia è un problema per la pace e gli equilibri internazionali non meno di quanto lo siano gli Stati Uniti. L’emergere di un ordine multipolare, cui la Russia guarda con ovvio interesse, costerà altre guerre e altri muscolari confronti tra Washington e Mosca. Putin non si siederà a un tavolo per trattare se non ci sarà costretto. Le sanzioni servono a questo, ma vanno accompagnate da un lavoro diplomatico che contribuisca alla creazione di un ordine mondiale che si sostituisca all’ormai defunto unipolarismo americano. Come cittadini europei, il nostro compito dovrebbe essere proprio quello di stimolare questo processo, senza tifare per Mosca o per Washington come se fossimo ancora ai tempi della Guerra Fredda e della sua, oggi insensata, contrapposizione ideologica.

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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