CULTURA: Trionfo agli Oscar per i White Helmets siriani e Il Cliente di Farhadi

Il racconto dei caschi bianchi commuove Los Angeles: il cortometraggio documentario The White Helmets vince la statuetta più ambita del cinema. Il docufilm prodotto da Netflix, della durata di 40 minuti, racconta lo storia dei volontari che – in Siria dal 2013 – si occupano soprattutto di estrarre i corpi dalle macerie dopo i bombardamenti della Russia e di Assad. Un racconto toccante che conferma i pronostici e viene premiato dalla giuria degli Oscar proprio come miglior cortometraggio documentario nella cinquina che comprende anche un altro documentario sulla Siria, Watani: My Homeland. Il premio per miglior film straniero va invece a Il Cliente dell’iraniano Asghar Farhadi.

The White Helmets

Un bambino di appena un mese viene estratto dalle macerie di un edificio crollato. È stato lì sotto per oltre 10 ore; un intervallo di tempo lunghissimo in cui – cullato dal suo stesso pianto – non ha abbandonato la speranza che qualcuno sarebbe arrivato ad aiutarlo. Mani sanguinanti stringono al petto questo “bimbo del miracolo”, salvato dall’orrore della Siria: sono le mani di un volontario dei White Helmets. Di certo è questo il momento più alto di tutto il documentario. Un cortometraggio che racconta il lavoro di centinaia di uomini, fabbri, elettricisti, muratori, addestrati per estrarre vivi dalle macerie della guerra corpi umani. Per 130 Caschi Bianchi morti, dal 2013 a oggi, 500.000 persone sono state salvate. E il documentario lo racconta con l’empatia e la gravità necessarie del caso. Orlando von Einsiedel ha seguito i volontari nella fase di “addestramento” in Turchia meridionale, poi ha insegnato a Khaleed Khateeb, uno degli operatori umanitari, come realizzare le riprese quando le squadre sarebbero tornate ad Aleppo. Riprese sporche, corse, polvere e trambusto sono le cifre di questo corto-doc, perché non c’è modo più vivido di raccontare le bombe che mostrarle quando esplodono.

Watani: My Homeland

Raccontare il dramma di una famiglia costretta all’esilio, in soli 40 minuti sembra impossibile. O quantomeno riduttivo. Ma il risultato ottenuto da Mettelsiefen è tutt’altro che semplicistico. Watani può essere classificato come un’epopea familiare mignon: ma col carattere e la personalità di un lungometraggio d’autore. Hammoudi, Helen, Farah e Sara sono quattro fratelli. Insieme alla loro mamma, scappano dalla Siria alla volta della Germania dopo che il loro padre Abu Ali – comandante dell’Esercito siriano – viene catturato dall’Isis. Il nuovo paese rappresenta la speranza ma per arrivarci dovranno attraversare i confini, le difficoltà del viaggio. Le immagini dei bimbi che osservano dai balconi – come al cinema – le case bombardate di Aleppo, si contrappone alle scene di malinconica salvezza girate nella scuola tedesca dove una delle bambine ricomincia la sua vita. Finalmente in un ambiente adatto a lei.

Il Cliente

Dopo Una Separazione, con cui aveva vinto nel 2011, Farhadi ci riprova con Il Cliente (ne avevamo parlato qui). Una pellicola a metà tra giallo e introspezione, che indaga nelle personalità di Emade e Rana, una coppia di attori di teatro costretti a traslocare in un appartamento precedentemente abitato da una prostituta. Una sera in cui Rana resta da sola, riceve la visita di un cliente dell’ex inquilina che l’aggredisce, facendola sprofondare in uno stato di angoscia e depressione. Emade, in preda al senso di colpa per non aver protetto sua moglie, si getta nella ricerca del responsabile. Ricerca di giustizia o semplice vendetta? È uno degli interrogativi intorno al quale gira il film, fino alla fine. Un film che parla anche di una città, svilita dalle continue mutazioni edilizie e vittima di un perenne stato di incompiutezza: Teheran sembra un palazzo fatiscente senza porte.

Chi è Francesca del Vecchio

Classe 1987, laureata in Lingue e Letterature Straniere e in Studi Arabo-Islamici, con una tesi sull’Islam Politico in Iran. Vive a Milano (ma è nata a Benevento) dove “prova” a fare la giornalista. Collabora per alcune testate come Il Manifesto, Prima Comunicazione e D di Repubblica. Per East Journal si occupa di Medio Oriente, in particolare di Iran.

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