TURCHIA: L’UE blocca il processo di adesione. Una scelta sbagliata e dannosa

Se la politica fosse una quotidiana gara all’indignazione, l’Unione europea avrebbe appena conquistato una grande vittoria. Con un voto a Strasburgo il parlamento chiede il congelamento del processo di adesione con la Turchia perché Ankara sta usando “misure repressive sproporzionate”. E fa l’elenco: l’arresto dei deputati dell’HDP, di almeno 150 giornalisti, di migliaia di giudici e decine di migliaia di altri pubblici ufficiali. La reintroduzione della pena di morte di cui si parla fin dal giorno del golpe fallito. Le picconate alla libertà di informazione. Sono avvenimenti reali, è quello che sta succedendo in Turchia. Ma questa denuncia non solo non serve a nulla, per com’è fatta: è pure dannosa.

Un regalo a Erdogan

L’Europa ha fatto un passo giusto, ma nella direzione sbagliata. Giusto denunciare, ma questa denuncia non dev’essere fine a se stessa. Deve, cioè, mettere pressione, costringere il destinatario – per quanto possibile – con le spalle al muro. Non è accaduto nulla di tutto ciò. Il motivo non sta nel linguaggio ingessato e codificato di questa come di altre mille dichiarazioni di condanna, il cui calibro varia da “profondamente” a “con fermezza”. La loro eco si perderebbe anche nel più modesto dei palazzi del potere, figuriamoci tra le centinaia di stanze di Dolmabahçe. Non sta neppure nel fatto che il voto del parlamento europeo non è vincolante, quindi esprime solo un indirizzo, un parere. Semplicemente, è stato un regalo a Erdogan e allo stesso tempo un superbo esercizio di incapacità di ascolto.

L’UE non capisce …

Dopo il golpe, Erdogan non chiede altro che un capro espiatorio, qualcuno da additare come nemico per portare avanti i suoi progetti. Ora può giocare la carta antieuropeista, o antioccidentale, per rafforzare la sua retorica nazionalista. L’Europa non l’ha ancora capito. Sembra non aver nemmeno capito che, dopo aver stretto con Ankara l’accordo sui migranti l’anno scorso, ha consegnato a Erdogan un potere spropositato. Potere che ha usato prontamente, non appena il Parlamento europeo ha invocato lo stop all’adesione: Erdogan ha minacciato di aprire i confini e inondare l’Europa di milioni di persone, cosa che rischia davvero di disintegrare un’UE che su questo tema vacilla.

… ma l’opposizione sì

Chi invece ha capito benissimo che congelare i negoziati è una pessima idea sono i partiti di opposizione turchi. L’hanno detto in tutti i modi, eppure sono rimasti inascoltati. Con lo stato di emergenza in vigore, la Convenzione europea sui diritti umani sospesa e una riforma dello Stato in senso presidenziale in cantiere, il fatto che la Turchia sia “costretta” a sedersi al tavolo con Bruxelles è l’unico appiglio a disposizione. Un appiglio che ha le fattezze di un dialogo, per quanto farraginoso, ma pur sempre un dialogo: cioè uno spazio dove affrontare temi politici, non solo per esternare qualche dichiarazione indignata. Attraverso i negoziati, ragionano le opposizioni, sarebbero il modo per ripristinare alcuni meccanismi democratici di base, per discutere di stato di diritto e di diritti umani.

L’UE deve andare nella direzione opposta

Il parlamento europeo avrebbe dovuto sì denunciare la repressione, ma anche alzare la posta in palio. I negoziati, dal 2005 a oggi, non hanno fatto passi avanti. Di fatto erano già congelati ben prima che li si dichiarasse tali, e anche per questo la decisione del parlamento è di una inutilità disarmante. L’unica soluzione è andare nella direzione opposta, affrontare Erdogan proprio su quei temi su cui lo si ritiene distante anni luce dal comune sentire europeo. Il problema è il rispetto dei diritti umani, la tutela della libertà di espressione? Si aprano allora i capitoli del processo di adesione che li riguardano, il 23 e il 24. Di fronte a questo aut-aut Erdogan dovrebbe pensarci bene prima di negarsi. E quale che fosse la sua risposta, le opposizioni sarebbero meno sole.

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è caporedattore area Medio Oriente di East Journal. Collabora su Medio Oriente e Nord Africa con il Centro Studi Internazionali e con Osservatorio di Politica Internazionale. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Su ciò di cui non si può parlare, si deve tacere.

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