MONTENEGRO: Sventato colpo di stato, “volevano arrestare Djukanovic”

Da BELGRADO – Il procuratore speciale montenegrino per la lotta contro il crimine e la corruzione, Milivoje Katnić, ha dichiarato che se non fosse stato per l’intervento della polizia, il 16 ottobre scorso, giorno in cui si sono tenute le elezioni parlamentari, sarebbe diventato uno dei giorni più bui della storia del paese.

Il procuratore si riferisce ai fatti avvenuti la sera del 16 ottobre, in prossimità del voto che ha visto la vittoria del premier uscente Milo Đukanović con la maggioranza relativa del 41%. Secondo quanto riportato dalle autorità montenegrine, venti persone con passaporto serbo sono state arrestate con l’accusa di voler organizzare un “attacco terroristico” che aveva come obiettivo l’arresto di Đukanović, dichiarando vincitori delle elezioni alcuni partiti dell’opposizione. In altre parole, un colpo di stato.

Il gruppo di cittadini serbi accusati di voler compiere il golpe erano guidati da Branislav Dikić, che fino a tre anni fa era a capo di un’unità speciale delle forze di polizia serbe, la “Žandarmerija”. Al comando di Dikić avrebbero agito le altre diciannove persone, di età compresa tra i 17 e i 60 anni, che avrebbero avuto con sé diverse armi e munizioni. Nell’accusa viene infatti riportato che il commando, indossando uniformi della polizia montenegrina, aveva intenzione di sparare sulla folla alle ore 23 di domenica 16 ottobre, quando i cittadini si sarebbero recati di fronte al parlamento di Podgorica per celebrare la vittoria di Đukanović.

Mentre le indagini sono tuttora in corso, l’opposizione non ha riconosciuto il risultato elettorale, già caratterizzato da denunce di brogli, che parrebbe quindi condizionato da un fatto oltremodo allarmante per la democrazia nel paese.

Accuse di complotto

Da Belgrado il primo ministro serbo Aleksandar Vučić ha fatto sapere di non aver avuto ricevuto alcun report relativo alle indagini e che dubita circa la colpevolezza di Dikić, ex gendarme in pensione, mentre l’intera faccenda è stata riportata dai tabloid serbi che si sono sbizzarriti con fantasiose speculazioni.

A Podgorica, invece, il clima è molto più teso e le forze politiche dell’opposizione, oltre a non riconoscere il risultato del voto, hanno accusato lo stesso Đukanović di aver orchestrato questa messinscena a scopi politici.
In particolare, il sospetto è che si tratti di un’azione commissionata dal primo ministro per ottenere maggiore legittimità, in quanto in tal caso sarebbe minacciato da atti sovversivi dell’ordine democratico messi in atto da forze straniere; nonché, per indebolire l’opposizione che automaticamente verrebbe accusata di essere mandante di un colpo di stato.

Inoltre l’opposizione ha richiesto che il procuratore Katnić venga rimosso immediatamente dall’incarico pubblico e che sia processato per direttissima per diversi reati, tra cui aperte accuse all’opposizione, rottura del silenzio elettorale, per aver generato un clima di paura e per aver disseminato il panico. Il Fronte Democratico sostiene infatti che il procuratore faccia gli interessi del premier Đukanović e del suo entourage. In particolare, hanno dichiarato “chiunque desideri che il Montenegro sia un paese democratico in cui vige lo stato di diritto dovrebbe contribuire al cambiamento del sistema, poiché episodi del genere portano il paese indietro di anni”.

Quale futuro per il paese

Mentre si aspetta l’esito di ulteriori indagini circa il colpo di stato sventato, è evidente che il piccolo paese balcanico si trova in una situazione surreale. Da un lato, infatti, si ha l’aspetto legale che conferma l’ulteriore vittoria di un uomo che ha il paese in pugno da 27 anni e di una procura, la cui indipendenza è altamente contestata, che indaga su fatti di così elevata importanza nazionale; mentre dall’altro lato, c’è un intero popolo forse troppo poco consapevole di ciò che avviene all’interno dei palazzi di potere.

Questo episodio è successo in un momento particolare, mentre il Montenegro affronta il processo di adesione all’Unione Europea, così come alla NATO, fortemente osteggiato da alcuni partiti.
Dopo dieci anni di totale indipendenza, i progressi della democrazia montenegrina sono tutt’altro che evidenti e la strada che porta alla realizzazione di un consolidato stato di diritto è tutta in salita.

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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