MONTENEGRO: Djukanovic vince ancora. Mistero su un golpe sventato

Ancora una volta il premier uscente Milo Djukanović esce vittorioso dalle elezioni in Montenegro. Il suo Partito democratico dei socialisti (DPS) raccoglie la maggioranza relativa con il 41,2% dei voti e 36 mandati parlamentari, benchè in flessione (erano 45,6% e 39 seggi nel 2012). A seguire la coalizione filo-serba e filo-russa Fronte Democratico con il 21,4% e 19 seggi, quindi la coalizione liberale La Chiave (Ključ) con il 10,8% e 9 seggi, quindi i Democratici (9,3%, 8 seggi) e il Partito socialdemocratico SDP (5,1%, 2 seggi). Tra le minoranze nazionali, 3 seggi sono stati assegnati ai rappresentanti dei bosgnacchi, e uno ciascuno ad albanesi e croati.

Per ottenere la maggioranza parlamentare di 43 seggi, a Djukanović basterà coalizzarsi con l’ex alleato SDP e con i rappresentanti delle minoranze nazionali. Fronte Democratico e Chiave non avrebbero i numeri per una coalizione alternativa. “Il Montenegro è un paese ben stabile e funzionante“, ha commentato Djukanovic, che negli ultimi anni ha portato la repubblica adriatica ad avviare i negoziati di adesione all’UE e a ricevere un invito ad aderire alla NATO.

Nonostante le proteste di piazza di un anno fa, e le riforme introdotte dopo mediazione UE per assicurarsi che le elezioni fossero libere e corrette (voto elettronico e revisione dei registri elettorali), il 54enne Djukanovic si mantiene al potere nel piccolo stato adriatico, in cui governa pressoché ininterrottamente sin dal 1991.

Il sistema Djukanovic si mantiene in sella

“Il Montenegro è stato dominato dal regime di un solo partito, e di fatto di un solo uomo, per 27 anni, ma molti ritengono che questo sistema, che ha sostituito la sua patina comunista con un velo democratico, combini il peggio dei due”, è stato il commento per BIRN di Sanja Radovic, dell’ONG Alleanza Civica.

L’affluenza alle urne ha raggiunto il 73%, tre punti percentuali in più che nel 2012. Gli aventi diritto al voto erano 528.000, ripartiti tra 1.200 seggi elettorali. La campagna elettorale è stata la più costosa di sempre, con 1,5 milioni di euro forniti dal bilancio statale. Sulla correttezza del voto vigilavano 2.600 osservatori locali delle ONG Centro di Monitoraggio e Ricerca (CEMI) e Centro per la Transizione Democratica (CDT), oltre ad una missione OSCE.

E in un clima elettorale teso non sono mancate denunce di corruzione e voto di scambio in varie località, incluse Budva e Bar. Per Dejan Đurović, del Fronte Democratico, un voto a favore del DPS verrebbe pagato tra i 250 e i 300 euro. A Bijelo Polje si riporta il caso di un cittadino da tempo residente a Sarajevo, Mehmed Husović, rientrato in Montenegro per votare e che si è presentato nella sede del partito URA (La Chiave) chiedendo “80 euro come convenuto”. Pare che il malcapitato avesse sbagliato partito di riferimento, ma ha rifiutato di spiegare da chi gli fosse stata promessa tale somma.

Polemiche sulle restrizioni alle app di messaggeria

Ed è polemica anche sulle restrizioni alle app di messaggeria istantanea. Nel tardo pomeriggio di domenica, a seggi ancora aperti, l’agenzia montenegrina per le telecomunicazioni ha ordinato a tutti gli operatori telefonici di bloccare WhatsApp, Viber e altre app simili a causa dei “numerosi spam” (inviti a votare contro il partito di governo DPS) che vi circolerebbero. Viber è stata sbloccata dopo due ore. L’ex alleato di maggioranza SDP ha annunciato un esposto contro il direttore dell’agenzia, Dusko Sekulovic, definendo tale decisione incostituzionale e volta ad impedire ai cittadini di denunciare irregolarità ai seggi. Lo SDP ha anche annunciato di aver informato l’OSCE e l’ambasciata USA.

Un golpe sventato alla vigilia delle elezioni?

Intanto, resta il mistero sull’annuncio del direttore della polizia montenegrina Slavko Stojanović di aver arrestato sabato alla frontiera 20 cittadini serbi sospettati di voler organizzare “attentati terroristici” contro le istituzioni pubbliche in coincidenza con la giornata elettorale. Tra di essi vi sarebbe anche l’ex comandante della polizia serba, Bratislav Dikić – un sodale dell’ex capo della polizia montenegrina Veselin Veljovic e dell’ex politico serbo Vladimir “Beba” Popovic.

Il gruppo avrebbe cercato di entrare in Montenegro con una grande quantità di armi e munizioni. Il premier serbo Aleksandar Vučić ha detto di non aver informazioni in merito, affermando che si tratta di “una strana giornata” e che Dikić è solo “un pensionato”. Il Fronte Democratico d’opposizione ha dichiarato di non aver nulla a che fare con gli arrestati. Anche secondo la coalizione di opposizione La Chiave, si tratterebbe solo di una boutade sensazionalista volta a influenzare il voto dei cittadini alla vigilia delle elezioni.

Ma la Procura montenegrina parla di un “ragionevole sospetto” di avere a che fare con “un’organizzazione criminale”, intenzionata a colpire cittadini e poliziotti riuniti davanti al Parlamento domenica sera nell’attesa dei risultati elettorali, per poi occupare l’assemblea legislativa. “Sospettiamo che il piano di tale organizzazione criminale prevedesse la privazione della libertà del primo ministro del Montenegro“, ha dichiarato l’ufficio del Procuratore. Un golpe contro Djukanović, insomma, che sarebbe stato sventato giusto in tempo. Nel frattempo la polizia montenegrina ha rafforzato la sua presenza nelle strade, e il ministro dell’interno Goran Danilovic, nominato dall’opposizione, ha invitato tutti a non scendere in strada e ad attendere i risultati elettorali da casa.

Foto: Beta; infografica: CEMI

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