BOSNIA: Dayton, vent’anni dopo. L’accordo che non mise d’accordo nessuno

Sono passati vent’anni esatti da quando Alija Izetbegović, Slobodan Milošević e Franjo Tuđman, in rappresentanza di Bosnia-Erzegovina, Repubblica Federale di Jugoslavia e Croazia, firmarono lo storico accordo presso la base americana di Dayton (Ohio) che mise fine ai quattro anni della sanguinosa dissoluzione jugoslava.

L’accordo, risultato di estenuanti negoziati e preceduto da diversi piani circa il futuro assetto bosniaco, non solo metteva fine al conflitto in Bosnia, in cui tutte le parti in causa si contesero porzioni di territorio a suon di pulizia etnica, ma diede le basi costituzionali per la Bosnia-Erzegovina, intesa come repubblica sovrana ed indipendente.

Come noto, l’esito principale dell’Accordo di Dayton prevedeva la divisione del territorio in due entità all’interno della cornice unitaria statale: la Federazione di Bosnia-Erzegovina (51% del territorio), la Republika Srpska (49%) e il Distretto di Brčko. Tuttavia, la considerazione maggiormente condivisa circa l’accordo di Dayton è che esso servì sì a far terminare la guerra ma non garantì solide basi affinché venisse garantito un futuro istituzionale alla Bosnia-Erzegovina, che dal ’95 ad oggi sembra aver cristallizzato le linee di guerra, in uno stato paralizzato dai criteri etnocentrici figli dello stesso accordo. Un accordo, insomma, che non fece che aumentare la percezione della divisione su base etno-nazionale della Bosnia, la cui storia invece era sempre stata caratterizzata da secoli di convivenza multireligiosa, punto di partenza per l’unificazione jugoslava durante la Seconda Guerra Mondiale.

Paralisi istituzionale

Il problema principale della Bosnia odierna è che essa non è uno stato stabile: mentre Sarajevo rivendica la centralità di uno stato unitario, Banja Luka conserva una retorica sciovinista a fondamento delle specificità identitarie della Republika Srpska. La prima desidererebbe che la seconda non avesse così tanta autonomia e libertà in diversi ambiti, mentre la seconda si affranca dalle rivendicazioni della prima, minacciando attraverso le proprie istituzioni un referendum sull’indipendenza, che però non prenderà mai luogo.

Eppure di progetti di revisione costituzionale ce ne sono stati: il più significativo nel 2006, “Aprilski paket”, che non venne adottato per soli due voti. Negli anni, poi, sono emersi problemi a livello costituzionale che pongono lo stesso schema di bilanciamento di rappresentanza nazionale in contraddizione con se stesso. E’ la famosa questione “Sejdić-Finci”, per cui ebrei e rom, così come tutti coloro che non sono bosgnacchi, serbi o croati, non possono concorrere per la carica di presidente nella presidenza tripartita. Inoltre, la rappresentanza nelle due camere parlamentari statali avviene a livello di entità, e quindi croati e bosgnacchi della Republika Srpska così come serbi della Federazione non hanno diritto all’elettorato passivo, ovvero a ricoprire cariche a livello statale.

Tale passato, tale futuro

La Bosnia-Erzegovina sembra così destinata a continuare su quella strada difficile, interrotta dallo scoppio della guerra. In Bosnia-Erzegovina, il dramma “etnico” – anche se bosgnacchi, serbi e croati sono gruppi nazionali, e non etnici – ebbe sia come causa che come conseguenza la nascita e lo sviluppo di partiti su base “nazionale”, quelli che la Jugoslavia socialista represse e che furono il frutto dell’inizio di una democrazia che in Bosnia sembrava non poter esser affrancata dalla rappresentanza religiosa e nazionale. A vent’anni da Dayton, i partiti maggioritari sono sempre gli stessi, forti delle stesse retoriche etnonazionali ma vuote di principi politici universali e condivisi.

Negli ultimi vent’anni, tuttavia, la Bosnia ha avuto la possibilità di cambiare, non tanto attraverso un processo di riforme che è sì necessario, ma attraverso episodi di carattere sociale o comunque apolitico, che hanno avuto il merito di scardinare questioni sociali dalla logica di interesse nazionale. Negli ultimi anni, i più importanti tra questi momenti sono stati la “rivoluzione dei bebè”, quando in migliaia a Sarajevo protestarono contro malfunzionamenti burocratici che portarono all’assenza di cure mediche per diversi neonati; l’esperienza, seppur limitata, dei plenum, come risultato di una coscienza civica proveniente dal basso, nata dalle violente proteste che presero di mira le istituzioni cantonali della Federazione a causa della chiusura di una fabbrica a Tuzla; infine, le alluvioni del maggio 2014 che, per quanto fenomeno naturale e non ascrivibile ad inefficienze statali, mostrarono la trasversalità dei disagi tra le due entità, unite invece dalla solidarietà.

E se non ci fosse stato Dayton?

La domanda circa un accordo migliore a quello di venti anni fa è tema di discussione per politologi e accademici a livello mondiale. Mentre tutti sembrano essere concordi circa la sua efficacia nel terminare un conflitto tanto lungo quanto inutile, in realtà si potrebbe sostenere come esso stesso possa contenere, paradossalmente, il germe per nuovi conflitti.

A tal proposito, la questione riguarderebbe l’imprescindibilità della sovranità ed integrità territoriale della Bosnia-Erzegovina. Il collasso della Jugoslavia – unica entità ad esser riuscita a rendere la Bosnia non solo un posto esemplare per la sua secolare convivenza multi-nazionale, ma anche il maggiore centro d’aggregazione per i popoli costituenti jugoslavi – impose alla Bosnia di oscillare tra una sua spartizione, tra Serbia e Croazia, o un’eventuale nuova federazione. La terza scelta, l’indipendenza, si è rivelata la più inappropriata, sia per le elite politiche che la proponevano, sia per l’esito sanguinario che ne è conseguito.
La pace che ha seguito Dayton è effimera, innanzitutto perché non ha impedito agli stessi protagonisti della guerra di continuare la pulizia etnica in altri modi, e inoltre perché la divisione in entità, piuttosto che a livello dei comuni, non garantisce a Sarajevo di esercitare efficacemente le più normali funzioni statali.

La Bosnia Erzegovina si regge oggi sul ruolo della comunità internazionale, in particolare l’Alto Rappresentante, mentre si trova di nuovo ostaggio di partiti la cui fiducia dovrebbe essere venuta meno da tempo.

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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