SERBIA: Vidovdan, tra mito e sangue dal 1389 a oggi

Il Vidovdan (in serbo: Видовдан) è la ricorrenza religiosa in cui si celebra la memoria del martirio di San Vito, osservato dalla Chiesa ortodossa serba e da quella bulgara nel giorno del 15 giugno del Calendario giuliano, corrispondente al 28 giugno del Calendario gregoriano. Si tratta di un giorno fondamentale per la storia serba, antica e recente, e qui lo ripercorriamo dalle origini ad oggi, indagandone il significato storico e politico.

La battaglia della Piana dei Merli

Negli ultimi decenni del XIV secolo, la Serbia attraversava una crisi politica strutturale, a seguito dell’indebolimento della dinastia dei Nemanjić, che aveva ininterrottamente guidato e accresciuto il regno serbo sin dalla fine del XII secolo. Lo sviluppo culturale ed economico di quel periodo, è ancora oggi perfettamente testimoniato dalle molte chiese e monasteri edificati nel corso degli anni a maggior gloria del Signore e della Chiesa ortodossa serba, sia in Serbia che nel Kosovo, adornati da magnifici cicli d’affreschi che ci parlano di una società cortese, fiera e civilizzata, a cavallo tra occidente e Bisanzio. Con la morte nel 1355 di Stefan Uroš IV Dušan, incoronato a Skopje nel 1346 “zar dei serbi e dei greci”, il vasto territorio dell’impero, estesosi a seguito di lunghe conquiste dal Danubio al golfo di Corinto, sotto la guida del figlio, Uroš V “il Debole”, si frantumò in una serie di principati più o meno assoggettati al potere centrale. Alla morte di quest’ultimo, sul finire del 1371, la Serbia rappresentava ormai il ventre molle attraverso il quale i turchi, che risalivano lungo la penisola Balcanica,  si muovevano intenzionati a conquistare spazio in Europa.

kosovksa-bitka1È questo il contesto storico che si presenta nel 1389, quando Lazar Hrebeljanović, principe della Moravia, la più forte delle province serbe sopravvissute all’impero e rimasta autonoma al vassallaggio ottomano (destino a cui si erano invece piegati diversi altri principi serbi e bulgari), decise di affrontare l’esercito del sultano Murad I sul campo. Le truppe del sultano si stavano spostando già dall’anno precedente, a seguito di due sconfitte contro le forze serbe e bosniache, per le regioni dell’odierna Bulgaria meridionale, e nella primavera del 1389 si mossero attraverso la Macedonia e la piana del Kosovo, già allora crocevia di vitale importanza per tutti gli scambi sulla Penisola balcanica.

Di cosa accadde quel 15 giugno 1389 non ci restano sicure fonti storiche, ma più i cicli epici della tradizione orale serba. Sappiamo per certo che le forze cristiane raccolte sotto la guida di Lazar, di cui faceva parte anche un importante contingente inviato dall’alleato e re di Bosnia Tvrtko I, erano numericamente inferiori a quelle ottomane, le cui file erano rinfoltite da circa 8000 uomini forniti dai vassalli serbi e bulgari turcizzati: le stime si muovono tra i 12-30.000 soldati cristiani contro 27-40.000 soldati della Sublime porta. I due eserciti si affrontarono nella Piana dei Merli (Kosovo Polje), il 15 giugno 1389, in una cruenta battaglia protrattasi per tutto il giorno e che portò all’annientamento del nucleo forte di entrambi gli schieramenti. Quello che di per sé si rivelò uno scontro sanguinoso ma paritario, senza vinti né vincitori, segnò la fine dell’indipendenza serba, che aveva logorato sul terreno tutte le forze di cui disponeva, lasciando sguarniti i propri confini, mentre l’impero ottomano era in grado di rifornirsi di truppe fresche da oriente. Nella battaglia persero la vita sia il principe Lazar che il sultano Murad I, unico caso nella storia di un sultano morto sul campo di battaglia. La sconfitta nella Battaglia del Kosovo segnò il destino della Serbia, venendo il regno man mano annesso nei decenni a seguire ai territori ottomani, e segnando l’inizio di un servaggio plurisecolare che lasciò la Serbia isolata dall’occidente.

Il popolo dei cieli, mitologia di una sconfitta

Secondo la tradizione epica serba, il giorno della Battaglia del Kosovo, il giorno di S. Vito (Vidovdan), un falco si levò da Gerusalemme, tenendo nel becco una rondine, e raggiunse in volo l’accampamento del principe Lazar. Quel falco era in realtà Sant’Elia, quella rondine un messaggio di Dio. Il Signore lasciava al principe serbo la scelta tra due vittorie: una terrena, contro le truppe del sultano infedele, l’altra nel regno dei cieli, a testimonianza col proprio sacrificio della santità del popolo serbo. Comprendendo bene quanto le glorie terrene siano effimere rispetto alla magnificenza dei cieli, Lazar optò per la seconda via. Così facendo, egli fondò in Kosovo una chiesa poggiante non su pietre di marmo, ma seta pura e stoffa cremisi, ovvero non sull’opulenza terrena, bensì sul sacrificio e sul sangue di quegli eroi serbi sacrificatisi per la maggior gloria del proprio popolo – nebeski narod, “popolo dei cieli”, come si sarebbe per l’appunto autoproclamato nei secoli a venire. L’esaltazione scaturita dal sottile miscuglio di uno struggente rimpianto per la rinuncia al proprio ruolo storico nel mondo, unito alla consapevolezza della propria redenzione, così simile a quella del Cristo, sacrificatosi innocente per la maggior gloria del Signore, non abbandonò mai l’immaginario nazionale serbo, ed è ancora oggi questo senso di rivalsa e riscatto che non permette al popolo serbo di accettare idealmente la perdita del Kosovo, proprio là, in quella piana nella quale, quasi sette secoli or sono, si decise doppiamente il suo destino, terreno e spirituale.

Da Gavrilo Princip a Slobodan Milosevic

Milošević a Gazimestan, 28 giugno 1989.
Milošević a Gazimestan, 28 giugno 1989.

Se quel lontano 15 giugno 1389 (28 giugno secondo il calendario riformato gregoriano, entrato in vigore solo nel 1582), giorno di San Vito, segnò una volta e per tutte la strada spirituale del popolo dei cieli, esso continuò spesso a rappresentare, nei secoli a venire, significativi eventi storici nella vita secolare della Serbia e non solo: il 28 giugno 1914, un colpo esploso dal nazionalista serbo bosniaco Gavrilo Princip sul Ponte Latino di Sarajevo colpì a morte l’arciduca Francesco Ferdinando d’Austria, in quella che si rivelò poi la miccia della Prima guerra mondiale; guerra a cui fu posta fine con il Trattato di Versailles, siglato il 28 giugno 1918. Il 28 giugno 1948, il Cominform, nella rappresentanza di Zdanov, Malenkov e Suslov, condannò la deviazione del Partito comunista jugoslavo rispetto alle linee sovietiche, segnando la definitiva e pericolosa rottura fra Stalin e Tito. Il 28 giugno 1989, per il 600° anniversario della battaglia di Kosovo Polje, Slobodan Milošević tenne di fronte a un milione di serbi raccoltisi sulla Piana dei Merli lo storico “discorso di Gazimestan” (dal nome del monumento eretto in memoria della battaglia), nel quale, ricordando il 1389, ebbe a sottolineare l’importanza per i serbi di unirsi per lottare e ottenere quei diritti che a suo dire, per le divisioni interne al popolo serbo, gli erano stati fino ad allora preclusi: per molti un presagio della guerra imminente. Dodici anni più tardi, il 28 giugno 2001, Milošević, arrestato nel marzo di quell’anno, verrà spedito su disposizione del premier Djindjić all’Aja.

La storia “immutabile” dei serbi

Certo, non c’è nulla di divino nel ricorrere incessante di questa data, alcune sono semplici coincidenze, altre scelte simboliche, ma ciò che è sempre sfuggito agli osservatori occidentali, e reso invece manifesto ad esempio da questo eterno ritorno della data di Vidovdan, è la concezione serba della storia, che non segue un contesto temporale lineare, secondo un incessante flusso in perenne mutamento, ma si muove all’interno di una dimensione epica sempiterna e immutabile. È per questa ragione, ad esempio, che la sconfitta nella battaglia di Kosovo Polje del 1389 sa bruciare nelle coscienze individuali con la stessa forza che se fosse accaduta nel 1989. Per questo i bombardamenti NATO del 1999 non sono affatto diversi da quelli del 1944 – gli americani sono sempre gli stessi; o ancora, l’uccisione dei bosgnacchi nella guerra in Bosnia non è altro che l’eroica lotta del popolo serbo e cristiano contro l’asservimento e la dominazione ottomana, così come prima del XIX secolo. Potremmo parlare di un disturbo psicologico, dell’incapacità collettiva per il popolo serbo di distanziarsi, elaborare le proprie tragedie e sconfitte del passato, ma anzi la tendenza a celebrarle e viverle come fossero accadute ieri l’altro.

vidovdanQuesta staticità di lettura ed incapacità di relazionarsi con un mondo esterno dinamico e ben diverso dall’idea che i serbi hanno di esso è, per certi versi, alla base di quella cocciuta, spesso illogica presa di posizione rispetto alle richieste del mondo: è la forza di carattere che scaturisce da quel misto di rabbia e sentimento, da un senso di persecuzione e isolamento, oltre che dall’idea di essere migliori degli altri (tutto il mondo ci odia perché…, è stato ed è ancora oggi uno dei leitmotiv favoriti quando qualcosa non va). Non a caso abbiamo più volte scelto l’aggettivo “epico”, in quanto è un tratto caratteristico del poema epico la caricatura ed esasperazione netta dei sentimenti, una carica emotiva non chiaramente motivata, e per questo illogica, ma che funge da motore per una forza sovrumana che ne muove i personaggi. Se gli osservatori occidentali avessero, ad esempio, colto la tragicità dell’epos serbo, forse nel 1999 non si sarebbero stupiti del fatto che un paese prostrato e isolato si mantenesse fermo anche di fronte alla minaccia concreta di un intervento militare della NATO, e che poi questo intervento si sarebbe protratto per 78 giorni di incessanti bombardamenti, senza risultati apparenti né rimostranze della popolazione civile serba contro il proprio governo, più vicina in realtà a Milošević in quei giorni di quanto non fosse mai stata.

L’incapacità di elaborare il proprio passato

Queste sono anche, infine, le ragioni per le quali la perdita del Kosovo viene vissuta in maniera tragica, in quanto, come scriveva Giuseppe Zaccaria, inviato de la Stampa, il territorio per un serbo non rappresenta una proprietà ma l’identità stessa, la vita. Il territorio per un serbo è il luogo di espressione e libertà da difendere fino all’ultima stilla di sangue. La rinuncia al Kosovo, per quanto comprovata nei fatti, non potrà mai pienamente venire metabolizzata in quanto per i serbi tale ammissione comporterebbe un tradimento nei confronti dei loro sentimenti di eroismo, di vicinanza e lealtà ai propri avi ed al sangue versato quel lontano 15 giugno del 1389, che ancora oggi pesa, e sul quale sentono distintamente di aver fondato sia la propria Chiesa che il proprio ruolo storico su questa terra, in una regione coabitata da piccoli popoli e grandi miti.

L’incapacità di accettare la perdita del Kosovo e le catastrofiche e irreparabili scelte degli anni ’90, assumono sotto questa luce la forma di un meccanismo autodifensivo, che a costo di mantenere la Serbia immobile e lontana dall’Europa serve a preservare intatta la salute mentale dei suoi abitanti, che non potrebbero mai accettare di scoprire come i dolori e le sconfitte degli ultimi sette secoli siano stati semplicemente sofferti e sopportati invano, se non, addirittura, per propria colpa.

Chi è Filip Stefanović

Filip Stefanović (1988) è un analista economico italiano, attualmente lavora come consulente all'OCSE di Parigi. Nato a Belgrado si è formato presso l’Università commerciale Luigi Bocconi di Milano e la Berlin School of Economics, specializzandosi in economia internazionale. Ha lavorato al centro di ricerche economiche Nomisma di Bologna e come research analyst presso il centro per gli studi industriali CSIL di Milano. Per East Journal scrive di economia e politica dei Balcani occidentali.

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