BREXIT: Il futuro della Mitteleuropa

Fino all’ultimo in molti speravano che non accadesse e invece è successo. Con il referendum dello scorso 23 giugno, il 52% dei cittadini del Regno Unito ha scelto per l’uscita della Corona dall’Unione Europea. What happens now? Questo il grande interrogativo la cui risposta dipenderà anche dagli accordi che il Regno Unito otterrà con l’UE una volta che l’uscita sarà un dato di fatto. Certo è che le conseguenze del Brexit ricadranno anche sui piccoli stati dell’Europa centrale, troppo piccoli e deboli per tirare acqua al loro mulino.

Slovacchia, Ungheria, Repubblica Ceca e soprattutto la Polonia perderanno un alleato importante all’interno delle istituzioni dell’Unione con cui spesso le frizioni non mancano. Si tratta di uno spostamento del baricentro europeo verso est, a vantaggio della Germania che rimarrebbe ai loro occhi l’unico egemone senza pari rivali. Ciò significa un’UE meno vicina ai loro bisogni rispetto all’era “UK in” dove si condivideva lo stesso amore per il rafforzamento del mercato unico e lo stesso peccato: essere fuori dall’eurozona (tranne che per la Slovacchia).

In un momento in cui l’UE deve ripensare se stessa, potrebbe palesarsi l’idea di saldare l’integrazione riaprendo la questione della moneta unica. Se questo scenario si realizzasse, e Ungheria e Polonia, fortemente ostili a un’entrata nell’euro e già in attrito con l’UE per questioni politiche, venissero messe in secondo piano, cadrebbe uno dei cardini della loro politica estera: dimostrare la loro centralità nel Continente. Si troverebbero così di nuovo nel calderone delle periferie dell’est, a ricordo della loro vicinanza con Mosca. E anche volendo non ne trarrebbero vantaggio perché divisi sull’atteggiamento da assumere nei confronti del vicino russo. Un nodo che metterebbe a repentaglio il futuro del gruppo Visegrád di cui la Polonia assumerà la presidenza il prossimo 1 luglio. Se l’Ungheria propende per la linea morbida, Varsavia per quella dura e vorrebbe estendere l’alleanza anche ai paesi del Baltico che, nel caso in cui prendesse forma l’Europa a due velocità – euro vs non euro – sceglierebbero, volenti o nolenti, la più forte Berlino. E Orbán, in ottimi rapporti con il Partito Popolare Europeo, che interesse avrebbe a gravitare maggiormente fuori dall’Unione che già lo guarda torvo?

Ma ritorniamo ai rapporti con il Regno Unito. Se l’intesa c’è sempre stata, ciò non vuol dire che i V4 abbiano sempre acconsentito alle richieste di Cameron. Tra le riforme auspicate da quest’ultimo figuravano anche le restrizioni dei benefici per i lavoratori UE. Qui i V4 hanno fatto scudo e a nulla è valso il tour di Cameron dopo la sua vittoria a maggio dello scorso anno: nessuna discriminazione per i lavoratori. Un tema particolarmente caro a Varsavia visto che circa 850 mila polacchi risiedono nel Regno Unito. E ora che ha vinto il “leave”? Si vedrà. Dipende se il governo britannico sceglierà di adottare un sistema di permessi di lavoro simile a quello ora vigente per gli extra-comunitari. Di certo non cambierà dall’oggi al domani ma il futuro è incerto, specie per i polacchi che vivono nel Regno da meno di cinque anni, si legge in un articolo della BBC.

E poi? L’effetto domino? Più che l’emulazione, sarebbe da paventare la richiesta di abbondanti concessioni. Con la scusa “l’Europa così non va”, gli attori in gioco potrebbero sentirsi in diritto di avanzare proposte non da poco. Ipotizzando una Polonia che richiede un freno su clima ed energia, è già realtà il referendum che si terrà in Ungheria il prossimo autunno per rigettare il piano UE di ricollocamento dei rifugiati. Si tratta, però, di un disaccordo su una politica e non sul sistema UE nel suo complesso. Basti pensare che Orbán ha pagato un annuncio sulla stampa britannica per invitare i britannici a non uscire dall’UE. Prendono atto del voto e auspicano cambiamenti e riflessioni le cancellerie polacche e ceche. Idem la Slovacchia che da venerdì avrà la presidenza del Consiglio dell’Unione Europea in un momento così complesso. E se la coalizione di governo non gioisce, il partito neonazista L’SNS di Kotleba applaude e suggerisce un referendum alla britannica.

E mentre ieri a Praga i ministri degli Esteri del Gruppo Visegrád hanno incontrato il loro corrispettivo tedesco per discutere sui possibili e futuri scenari dell’UE senza UK, i polacchi a Londra si sono risvegliati con l’amaro in bocca: “Go Home” la scritta più “educata” trovata di fronte l’ingresso dell’Associazione Culturale e Sociale Polacca nel distretto di Hammersmith. La polizia ne sospetta la matrice razzista.

Chi è Paola Di Marzo

Nata nel 1989 in Sicilia, ha conseguito la Laurea Magistrale in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso la Facoltà "R. Ruffilli" di Forlì. Si è appassionata alla Polonia dopo un soggiorno di studio a Varsavia ma guarda con interesse all'intera area del Visegrád. Per East Journal scrive di argomenti polacchi.

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