UNGHERIA: Alle radici della discriminazione dei rom

Il 26 maggio, l’Ungheria ha subito il richiamo ufficiale della Commissione Europea: è accusata, infatti, di discriminazione e segregazione contro i bambini rom. Il problema rilevato dalla Commissione, sarebbe costituto dall’ alto numero di bambini rom assegnati a scuole per bambini con disabilità mentali, mentre quelli che invece frequentano scuole normali sarebbero sottoposti a pressioni e discriminazioni. Obiettivo della Commissione, oltre alla tutela della minoranza rom, è il rispetto da parte dell’Ungheria della normativa europea in materia di discriminazione e rispetto delle minoranze.

Le prove della violazione dell’Ungheria di questa normativa vengono dal Centro Europeo per i Diritti dei Rom e da Amnesty International. L’associazione infatti afferma che la discriminazione non riguarda solamente l’accesso all’istruzione ma anche alla casa; i rom sono stati ripetutamente fatti sgomberare con la forza da alcuni quartieri della città di Miskolc, nonostante poi la più alta corte ungherese abbia ravvisato una violazione del diritto alla parità di trattamento, vita privata e libertà di movimento.

La questione rom, non è solo Ungherese, ma di tutta la regione; stessa sorte avevano subito la Slovacchia e la Repubblica Ceca entrate nel mirino dell’UE con l’accusa di discriminazione della minoranza. Ma qual è la reale situazione in Ungheria?  Nel paese si contano circa 750.000 rom, il 7.49% della popolazione, tutti parlano ungherese e durante la dominazione sovietica la maggior parte di loro era impiegata nelle miniere e nell’industria pesante. Prima della transizione quindi, il problema della discriminazione, per quanto presente, era meno sentito poiché quasi tutti lavoravano e il tasso generico di disoccupazione era bassissimo, mentre oggi solo il 26% dei rom in età da lavoro ha un’occupazione. Il problema è ben più ampio della “semplice” discriminazione: se durante il periodo sovietico i rom erano stati inclusi nella politiche di welfare ricevendo prestiti e permessi per comprare e occupare case, c’era comunque una gran parte della popolazione che si opponeva a questa politica di coesistenza soprattutto nelle piccole realtà agricole e di provincia. Lo scontro quindi tra leggi di tutela e l’avversione popolare è uno dei fattori principali che non permettono il raggiungimento di condizioni soddisfacenti per l’Unione Europea.

Negli ultimi anni la situazione è peggiorata dando vita ad episodi di violenza come quello avvenuto nella primavera del 2011, quando la polizia non è intervenuta in difesa dei rom che da varie settimane vivevano sotto il pattugliamento di gruppi di estrema destra nella cittadina di Gyöngyöspata. Lo scorso settembre però la corte della contea di Eger ha dichiarato la polizia colpevole di aver violato le leggi in materia di discriminazione.

La maggioranza dei rom vive in aree rurali lontane dalle grandi città: questa concentrazione rende più facile episodi di discriminazione e segregazione così come isolamento e disoccupazione; dal 2007 il governo si dà da fare per eliminare queste problematiche, soprattutto per quanto riguarda la casa e l’accesso alle strutture scolastiche di base, non però su base etnica o diretta alla tutela delle minoranze quanto più individuando le zone del paese più povere e con più alta disoccupazione. Nel 2012 è stata lanciata la Strategia Nazionale per l’inclusione dei Rom, strategia che nonostante il nome non si focalizza direttamente sui rom: questo chiaramente indebolisce gli obiettivi del progetto, a questo indebolimento contribuiscono politiche parallele lanciate da diversi enti, che a volte sono in conflitto o non conoscono bene il problema sul territorio.

I conflitti d’interesse non riguardano solo gli obiettivi delle organizzazioni, ma anche le organizzazioni stesse, alcune infatti (Social Inclusion in the National Romani Self-government) sono strettamente legate all’attività di governo, i suoi rappresentanti fanno parte di associazioni molto vicine al partito di governo Fidesz. Tutti questi legami vengono visti dalle ONG in modo sospetto, non tanto per i contenuti delle politiche e per la loro debolezza, quanto più per una mancanza di collaborazione con le organizzazioni che operano a livello locale e sono inserite nelle realtà territoriali ungheresi.

La situazione normativa è degenerata dal 2011, quando nella nuova Costituzione ungherese alcuni organi a tutela delle minoranze sono stati sostituiti, smembrati o hanno subito diminuzioni di potere. Le basi legali per punire crimini d’odio e di discriminazione razziale ci sono, ma con il ridimensionamento di potere della Corte Costituzionale e in genere giudiziario è molto difficile portarli in tribunale.

Da come sono documentati questi episodi, si capisce come non si tratti semplicemente di discriminazione; la normativa c’è ed è in vigore, e gli organi a tutela della minoranze e i tribunali, come è successo nei casi di Miskolkc e Gyöngyöspata, intervengono con sanzioni e condanne. Quello che manca sono politiche più incisive sul territorio, che prevedano la collaborazioni con organizzazioni locali con obiettivi più concreti e graduali per trasformare quelli che sono processi di integrazione in coesistenza. La realtà rom in tutta l’Europa orientale è radicata da secoli, ha influenzato la cultura popolare e non, e ha portato contributi a rivoluzioni e tumulti. Il carattere di destra del governo influisce sugli episodi di discriminazione, ma fino a un certo punto; questi episodi sono frutto non solo dell’esasperazione portata dalla crisi economica, dalla crisi di valori, ma anche di un atteggiamento più radicato nel tempo, che non è mai stato colmato con politiche efficaci.

Chi è Giulia Stefano

Nata a Roma nel 1990, dopo una triennale in Relazioni Internazionali all'Università di Roma Tre con una tesi in Storia dell'Europa centro- orientale, si è iscritta al MIREES (Interdisciplinary Research and Studies on Eastern Europe) presso l'Università di Bologna. Parla inglese, tedesco e sta studiando russo. Da giugno 2016 collabora con East Journal. Gli articoli di analisi scritti per East Journal sono co-pubblicati anche da PECOB, Università di Bologna.

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