BOSNIA: Censimento in bilico, tra le paure dei serbi e l’attesa dell’UE

Da due settimane il dibattito pubblico in Bosnia ed Erzegovina ruota attorno alla questione della pubblicazione dei dati del censimento, tenutosi nel 2013 per la prima volta dal 1991. A poco più di un mese dalla scadenza legale del 1° luglio, le tre agenzie statistiche del paese (quella statale e quelle delle due entità) non sono ancora riuscite ad accordarsi. Oggetto del contendere sono circa 196.000 questionari di persone che si sono dichiarate residenti nel paese (principalmente in Republika Srpska) e che allo stesso tempo hanno dichiarato di essere state residenti all’estero per studio o lavoro negli ultimi tre anni. Rifugiati, e come tali ancora protetti dall’Annesso 7 degli Accordi di Dayton che garantisce loro il diritto al ritorno, oppure solo emigrati della diaspora?

Benchè le possibilità tecniche per risolvere l’impasse non mancassero (ad esempio escludendo tali schede contestate dal conto), l’Agenzia statistica statale aveva dichiarato nelle settimane scorse che i dati del censimento sarebbero stati pubblicati nella loro totalità o non lo sarebbero stati affatto. E giovedì 18 maggio il direttore dell’Agenzia statistica statale Velimir Jukic ha annunciato l’adozione di una metodologia unificata per il trattamento dei dati censitari, includendo tra i residenti anche 121.000 dei questionari contestati. Una decisione – salutata positivamente dalla Delegazione UE come un grande passo avanti verso la conclusione del processo censitario – che tuttavia non ha trovato il consenso dello stesso vice di Jukic, Miljan Popic, secondo cui “otterremo dati scorretti e non saremo in linea con la legge sul censimento del 2013”. L’istituto di statistica della RS nei giorni successivi ha inviato una lettera all’Agenzia statistica statale in cui chiede l’annullamento di tale decisione, che definisce illegale poiché cambia le risposte originarie nei questionari. Ai vertici politici della RS, il presidente Dodik ha definito la decisione inaccettabile, e denunciato il metodo come un tentativo di manipolazione dei dati, a cui le autorità della RS non avrebbero partecipato. Anche il rappresentante dei serbobosniaci alla Presidenza statale, Mladen Ivanic, rivale di Dodik, ha definito la decisione dell’agenzia statistica “un terribile errore”, che rischia di distruggere la legittimità del censimento presso i serbobosniaci.

Giovedì 26 maggio, infine, il direttore di Eurostat e presidente dell’Operazione Internazionale di Monitoraggio del censimento (IMO), Pieter Everaers, in visita a Sarajevo, ha confermato che la decisione dell’Agenzia di statistica statale è in linea con le raccomandazioni dell’IMO, sottolineando l’indipendenza professionale degli istituti di statistica secondo le prassi europee. Secondo Everaers ci si potrebbero attendere i risultati iniziali del censimento (struttura della popolazione per genere ed età) entro il 1° luglio, ed i risultati completi  entro novembre. Nel frattempo l’istituto statistico della RS, dietro istruzioni del governo di Banja Luka, ha deciso di continuare a collaborare con l’Agenzia statale, “malgrado la decisione adottata illegalmente”.

Secondo la legge sul censimento del 2013, votata dallo stesso partito SNSD di Dodik nella precedente legislatura, il trattamento e la pubblicazione dei dati censitari è di competenza esclusiva dell’Agenzia di statistica statale, e l’Agenzia statistica della RS non può pubblicare i propri risultati in base agli stessi dati. Anche Parlamento e Consiglio dei Ministri non hanno competenza per mettere in discussione una decisione tecnica presa dalla direzione di un’Agenzia indipendente.

La levata di scudi bipartisan nel campo serbobosniaco – oltre alla necessità di evitare di esporsi, in vista delle elezioni locali di ottobre – potrebbe essere legata alle indiscrezioni relative ai dati contenuti nel censimento. Secondo l’ex direttore dell’Agenzia di statistica statale, Hasan Zolic, il censimento dovrebbe riportare un totale di 3.520.000 cittadini bosniaco-erzegovesi, di cui 50,1% bosgnacchi, 30,8% serbi, 15,41% croati e 3,68% altri. E proprio al timore di essere relegati allo statuto di minoranza è legata la paura dei serbobosniaci, che la Costituzione di Dayton riconosce come “popolo costitutivo” sullo stesso piano di croati e bosgnacchi.

La Costituzione di Dayton (così come quella della RS) prevede, tra le altre cose, che l’amministrazione pubblica debba “generalmente rappresentare” il panorama etnico del paese come indicato dal censimento del 1991 o dal più recente censimento. Tra i timori vi è che i risultati del nuovo censimento possano essere utilizzati per un nuovo round di spoil-system all’interno dell’amministrazione. Tuttavia, tale previsione va interpretata in maniera blanda: lo suggerisce la volontarietà della risposta alle tre domande “etnicamente sensibili” del censimento (nazionalità, lingua, religione), così come il fatto che non siano mai stati raccolti dati sulla composizione etnica dell’amministrazione pubblica. Inoltre, in base al principio di non discriminazione, sarebbe impossibile preferire un funzionario pubblico rispetto all’altro solo in base all’etnia.

La politicizzazione del censimento mostra, se ancora ve ne fosse stato il bisogno, come in Bosnia ed Erzegovina non esistano questioni tecniche, ma solo questioni politiche. In un panorama in cui lo slancio della presentazione della candidatura UE lo scorso febbraio si sta affievolendo, e in cui ancora non si è arrivati ad una soluzione delle altre questioni aperte con Bruxelles (l’adattamento dell’accordo ASA all’adesione della Croazia all’UE, e un meccanismo di coordinamento funzionante), la questione della pubblicazione dei risultati del censimento rischia di far inciampare la Bosnia ed Erzegovina e di farle mancare l’appuntamento al Consiglio UE di luglio, che dovrebbe decidere se chiedere alla Commissione UE di redigere un’Opinione sulla candidatura del paese.

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