TURCHIA: Via l’immunità parlamentare. A rischio soprattutto i curdi

In un momento di profonda divisione e polarizzazione sociale, politica, etnica e religiosa della Turchia, con la (reale) minaccia del terrorismo che pesa sulle spalle e con la questione dei profughi e migranti tutt’altro che risolta, questo video esprime un quadro allarmante: se anche in parlamento il rispetto per degli ideali superiori di bene comune è alla mercé della rabbia e dell’incomprensione, che spazio rimane per il dialogo?

Revoca dell’immunità parlamentare: il disegno di legge del governo passa al Parlamento

Lo scorso 12 aprile il governo turco aveva avanzato una proposta di legge per richiedere la rimozione dell’immunità parlamentare per i deputati ai quali venga presentata una richiesta di rinvio a giudizio: il 3 maggio, la commissione costituzionale del Parlamento turco approva il disegno di legge governativo, e in parlamento scoppia una rissa.

La commissione ha approvato la norma con l’ovvio supporto degli esponenti del partito di maggioranza promotore della proposta Akp (Adalet ve Kalkınma Partisi, Partito Giustizia e Sviluppo), e grazie all’appoggio degli esponenti dell’opposizione, e cioè del partito socialdemocratico Chp (Cumhuriyet Halk Partisi, Partito Popolare Repubblicano) e del nazionalista Mhp (Milliyetçi Hareket Partisi, Partito del Movimento Nazionalista). I rappresentanti del partito filo-curdo Hdp (Halkların Demokratik Partisi, Partito Democratico Popolare) hanno invece deciso di abbandonare.

Questa pericolosa proposta di legge, che rischia di pendere sui parlamentari più come una minaccia che come una rassicurazione per il sereno svolgersi del loro lavoro, avrà adesso la possibilità di essere approvata tramite la votazione da parte dell’Assemblea in seduta plenaria, prevista il prossimo 16 giugno.

Hdp nel mirino del governo?

Attualmente sono 129 (su 550) i parlamentari sui quali la magistratura turca ha dei “dossier aperti”. In particolare sono coinvolti 46 (su un totale di 59) deputati dell’Hdp, che rischiano l’incarcerazione per presunta collaborazione e sostegno al Pkk, con il quale il governo non sembra più in grado di relazionarsi, se non rispondendo alla violenza con ulteriore violenza.

L’Hdp, unico partito dichiaratamente aperto alle varie minoranze turche, con le quali ora più che mai la priorità dovrebbe essere quella del dialogo, rischia così non solo l’isolamento politico, ma l’incarcerazione dei suoi esponenti, e tutto questo nel pieno rispetto delle parole “democrazia” e “legalità”.

Già da tempo il leader dell’Akp e presidente della Repubblica Recep Tayyip Erdoğan si era schierato contro il partito, accusandolo pesantemente di collaborare con i terroristi del Pkk e di sostenere così l’instabilità e la crescente spirale di violenza nel sud est del Paese; spirale che ha riacquistato forza proprio nel momento in cui il processo di democratizzazione è stato interrotto.

“Non c’è ritorno da un sistema presidenziale”

Non è un segreto che il Presidente Erdoğan miri alla costituzione di una Repubblica presidenziale, con elezione diretta del Presidente e ampliamento dei poteri di quest’ultimo: il Presidente stesso ha ribadito le sue trasparenti intenzioni in un discorso pubblico un paio di giorni fa, sottolineando la necessità del progetto con un deciso “No turning back from Presidential system”.

In questi giorni abbiamo assistito alle dimissioni del Primo Ministro Ahmet Davutoğlu a seguito di contrasti con lo stesso Erdoğan; alla crescente limitazione della libertà di stampa e di critica verso il governo, con la sentenza di incarcerazione del direttore del quotidiano Cumhuriyet Can Dundar e del capo della redazione di Ankara Erdem Gul, colpevoli di “violazione del segreto di Stato” per aver denunciato il passaggio di armi dell’intelligence turca allo Stato Islamico. Recente è inoltre l’arresto di docenti universitari firmatari di un appello pubblico per la fine delle violenze nell’est del paese, arresto per il quale lo stesso Davutoğlu si era dimostrato contrariato. Adesso anche l’Hdp rischia di soccombere alla legalità di una democrazia che si allontana sempre più dal concetto di condivisione. La domanda è: fin dove si è disposti ad andare, pur di non tornare indietro?

Chi è Chiara Bastreghi

Laureata presso l'Università degli Studi di Torino nel corso Global Studies con indirizzo Medio Oriente (Facoltà di Scienze Politiche) con una tesi sulla questione identitaria turca, dal titolo "Kemalism and Neo-Ottomanism, a comparison: the two ideologies in light of the Syrian Civil War". Nata a Siena il 27 marzo 1987.

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