IRAN: Esecuzioni capitali record nel 2015. La repressione continua

Per l’Iran ci sono stati due 2015. Uno più raccontato, uno meno.

Il primo è quello che ha visto ridistendersi i rapporti con la comunità internazionale, ovvero la fine dell’isolamento internazionale di Teheran. Permangono ancora motivi di scontro tra Occidente e Iran, ma la strada imboccata è quella del riavvicinamento. Le mosse future dell’Iran post-disgelo suscitano ora grandi aspettative, sia sul piano geopolitico, che sul piano finanziario. Il presidente Rohani si è portato a casa importanti accordi commerciali dal viaggio in Europa dello scorso gennaio. E l’elettorato apprezza il nuovo corso: la tornata di febbraio ha rimescolato gli equilibri parlamentari a favore dei riformisti. Tuttavia, a fronte degli epocali cambiamenti in politica estera, in politica interna qualcosa è rimasto immutato. C’è stato un secondo 2015 per l’Iran.

Venerdì scorso a Roma Iran Human Rights Italia  ha presentato il rapporto annuale sulle esecuzioni in Iran. Qui le novità sono poche. E non sono confortanti.

Come prima, più di prima 

Il 2015 è stato l’anno del record: 969 esecuzioni. Nel 2005 erano state un decimo (94), nel 2014 il boia si era fermato a 753. Di queste 969 esecuzioni, il 66% puniva reati legati a produzione, importazione e commercio di droga; il 21% reati di omicidio; il 6% reati di stupro; il 4% reati di blasfemia, come dichiarare guerra a dio (Moharebeh) o diffondere la corruzione sulla Terra (ifsad-fil-arz); nel 3% dei casi non è stato possibile accertare quali reati abbiano motivato le esecuzioni.

Comparando i primi due anni e mezzo della presidenza Rohani con i due anni e mezzo precedenti (presidente Mahmoud Ahmadinejad), emerge un incremento del 44% delle esecuzioni sotto il presidente riformista. Se è vero che le condanne a morte vengono comminate dall’autorità giudiziaria indipendentemente dagli organi governativi, membri del governo Rohani hanno sostenuto pubblicamente la necessità di queste esecuzioni, riporta Middle East Eye.

Non solo esecuzioni

Se le esecuzioni capitali sono il livello terminale di un sistema giudiziario medievale, non meno violenta è la repressione delle voci di dissenso.

Il 13 ottobre scorso, è toccato al regista Keywan Karimi (29 anni), condannato a 6 anni di carcere e 223 frustrate: il suo ultimo film Writing on the City, dedicato ai graffiti di Teheran, costituirebbe “propaganda anti-governativa” e “offesa alla santità religiosa”. Lo scorso novembre vengono arrestati due membri della band Confess, Nikhan Khoshravi (23 anni) e Arash Ilkhani (21 anni), con vari capi di imputazione, tra cui l’aver scritto testi “anti-religiosi, atei, politici e anarchici”. Rilasciati su cauzione a febbraio, sono in attesa di processo. La vignettista Atena Farghadani (28 anni) ha invece ricevuto 12 anni e 9 mesi di carcere per aver raffigurato con sembianze animali alcuni parlamentari. Ad ottobre Amnesty International ha scritto che Farghadani è stata sottoposta a test di gravidanza e di verginità, a causa di una fotografia che la mostrava stringere la mano al proprio avvocato.

Paradossalmente, il disgelo internazionale può indebolire le proteste globali. Come paventava il nostro collaboratore Simone Zoppellaro in un’intervista nel gennaio scorso, proprio la distensione internazionale, infatti, può spingere gli stati occidentali a “barattare gli affari e la politica per i diritti umani”.

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Nella foto: la vignetta incriminata di Atena Farghadani

Chi è Simone Benazzo

Triennale in Comunicazione, magistrale in Scienze Internazionali, ora studia al Collegio d'Europa, a Varsavia.

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