Il figlio di Saul, premio Oscar tutto ungherese

Il figlio di Saul, film di produzione interamente ungherese, si snoda attraverso una sceneggiatura profondamente innovativa, giocata tutta in soggettiva: quella del protagonista. Il film si è guadagnato l’Oscar come miglior pellicola straniera.

Saul Ausländer, ebreo ungherese, è membro di uno dei Sonderkommando attivi ad Auschwitz. Quello che deve fare lo impariamo presto con lui. Accoglie i deportati scaricati con furia dai treni, li accompagna nervosamente verso gli spogliatoi delle camere a gas. Si muove rapido, allarga le braccia e si pone di traverso per non far debordare il gruppo impaurito di donne, uomini, bambini, anziani. Vediamo il contesto sfocato intorno a noi, sentiamo parole confuse in yiddish, ordini dei kapò, sferragliare di macchine di cui non comprendiamo il significato se non per preconoscenza storica. Seguiamo Ausländer alle spalle, sulle quali spicca un segno rosso dipinto malamente: il segno dei membri del Sonderkommando, ebrei come gli altri, destinati alla morte come tutti, ma graziati per soli tre mesi. Poche settimane di condizioni di vita quasi decenti con cibo a sufficienza, alcool, dormitorio passabile, in cambio di una discesa all’inferno non scelta, non attesa: far procedere nel più veloce ed efficiente dei modi la macchina dello sterminio.

Lo sguardo di Ausländer ci pare fisso, vuoto, tutto nervi, svuotato di ogni sentimento. Invita i deportati a spogliarsi, li spinge nella camera a gas, fruga tra i loro abiti per tirar via tutto ciò che contengono di prezioso. Passa quindi a spostare i corpi senza vita, quelli che nel linguaggio del campo sono “Stücke” pezzi da eliminare, lava a terra, rivernicia le pareti, getta carbone nei forni, vi spinge dentro i cadaveri. Non sempre compie quelle azioni in prima persona, ma deve essere pronto a cambiare mansione purché venga fatto “bene” il lavoro complessivo. Regna sovrano un certo grado di confusione, con ogni probabilità funzionale a ottundere le coscienze, a evitare un’insostenibile visione complessiva dell’ingranaggio. La catena di montaggio para-industriale non è perfetta, ma funziona ugualmente perché laddove c’è un intoppo interviene la violenza brutale a rimettere in moto il sistema.

Il figlio di Saul, a differenza della maggior parte dei film sulla Shoah, dai capolavori alle approssimazioni meno riuscite, non tocca emotivamente, non commuove, non fa sgorgare alcuna lacrima, però segna enormemente dal punto di sensoriale, razionale, cognitivo. Sommuove i sensi, tanto da provocare a tratti sensazioni fisiche di fastidio, nausea, lugubre assuefazione. È quanto, con ogni probabilità, di più vicino ci sia stato alla quotidianità dei campi: le prime vittime erano i sentimenti, le emozioni. L’efficienza abilmente sommata alla confusione ottundevano la capacità di reagire, di comprendere fino in fondo, quando non subentrava la pazzia salvifica che liberava dall’angoscia totale.

Ausländer si muove rapido e senza espressioni sul viso, finché non assiste a un miracolo, che, come ha testimoniato Schlomo Venezia, uno dei pochissimi membri di Sonderkommando sopravvissuti, accadde anche nell’inferno delle camere a gas. Un ragazzo non muore, respira a fatica ma sopravvive. Subito soppresso è destinato all’autopsia da parte di un medico prigioniero, forse Miklòs Nyiszli, l’ebreo ungherese che fu assistente di Mengele. Per Saul quel ragazzino diventa un’ossessione: deve seppellirlo nel rispetto dell’ebraismo. Dice, sussurra, che si tratta di suo figlio, anche se figlio non è, ma imago della sua umanità perduta. Filo conduttore della narrazione cinematografica diventa la sua ricerca di un rabbino che compia le esequie rituali.

Diversi attenti osservatori hanno rilevato l’assurdità del comportamento di Saul: il rito del rabbino non ha alcuna efficacia in assenza del minyan, cioè della presenza di altri nove uomini che recitino con lui il Kaddish, ma Saul non si applica nella ricerca di questi ultimi. Agisce per impulso estremo di vita, non per pietas o rigore religioso, è affannosamente in cerca di un filo sottilissimo che dia senso alla vita laddove si produce morte con la serialità della catena di montaggio.

Il finale, che ricalca l’episodio della rivolta del Sonderkommando di Auschwitz, che il 7 ottobre 1944 si ribellò riuscendo ad uccidere tre SS e facendo esplodere il Krematorium IV, offre, pur nella conclusione tragica, un’immagine onirica e insieme salvifica. Il cadavere del figlio non sarà sepolto, ma Saul sorriderà per la prima e l’ultima volta.

 

Chi è Donatella Sasso

laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono La guerra in Bosnia in P. Barberis (a cura di), Il filo di Arianna (Mercurio 2009); Milena, la terribile ragazza di Praga (Effatà 2014); A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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