Il 5 aprile del 1992 iniziava l’assedio di Sarajevo

Suada Dilberović ha 24 anni ed è al quinto anno di medicina quando il 5 aprile del 1992 decide di partecipare alla manifestazione di pace davanti al palazzo del parlamento della repubblica di Bosnia ed Erzegovina. Insieme a lei, partecipano decine di migliaia di persone, tutti i sarajevesi a cui sembra ingenuo e pericoloso lasciare che la propria città e il proprio paese cada nelle mani di chi ha solamente intenzione di distruggerlo. Tra gli altri partecipanti c’è anche Olga Sučić, dieci anni più vecchia di Suada e appartenente a un altro gruppo nazionale, non importa quale esso sia, tutti vogliono la pace.

Mi smo za mir” (noi siamo per la pace), è quanto c’è scritto sullo striscione portato avanti dalle prime file, tra cui anche Suada e Olga, ancora inconsapevoli del destino che le sconvolgerà. Lo scopo della manifestazione è quello di far capire alla più assurda coalizione di governo, formata dai tre partiti degli opposti nazionalismi SDA-HDZ-SDS, che Sarajevo e la Bosnia possono vivere in armonia come sempre fino a quel giorno. Qualcuno invoca “Tito! Tito!” e la sua effige compare tra i manifestanti pacifici che “assediano” il parlamento. Il maresciallo è morto da 12 anni ma i cittadini di Sarajevo grazie al suo ricordo capiscono l’inutilità delle divisioni che i nuovi leader infondono al resto della popolazione. In questi stessi giorni d’altronde, si ricordano sia l’inizio della seconda guerra mondiale – con i bombardamenti su Belgrado del ’41 – che la definitiva liberazione di Sarajevo nel ’45, entrambe il 6 aprile. Una guerra che mise i popoli jugoslavi gli uni contro gli altri, macchiando gli anni a venire di ricordi di eccidi e violenze reciproche che solo la propaganda di regime cercherà di lenire e far dimenticare. Non è cosi per tutti. I leader nazionalisti, Izetbegović (SDA) Karadžić (SDS) e Kljujić (HDZ), fanno leva proprio su questo, sugli strati più rurali della società bosniaca, per costruire quel consenso che si caratterizzerà su un dialogo impossibile, sulla divisione etnocentrica e sulla costruzione di stati-nazione, anche laddove impossibili.

Quel che accade il 5 aprile alla manifestazione per la pace è proprio questo: un unico popolo esprime la volontà di continuare ad essere “la repubblica più jugoslava di tutte”, come lo stesso Tito amava riferirsi alla Bosnia multinazionale. E invece, davanti al parlamento assediato, i cecchini di Karadžić annidati nell’Holiday Inn fanno partire dei colpi. È l’inizio della fine: Suada e Olga sono le prime di una lunga serie di vittime. Inizia l’assedio di Sarajevo.

Purtroppo, dalla fine dell’assedio, quel che conta sono i numeri e la loro interpretazione. Le vittime di Sarajevo hanno un nome, è vero, così come una connotazione nazionale, o “etnica” come preferirebbe la nuova logica etnonazionalista. Ma a Sarajevo le vittime sono innanzitutto jugoslave, orfane di un’ideologia che sembrava aver dato loro il coronamento ad una convivenza che tutt’ad un tratto è sembrata impossibile, impensabile, e pericolosa. Sarajevo resisterà alle bombe per 4 lunghi anni, aggiudicandosi il triste record di assedio più lungo in epoca moderna, e contando tra i suoi cittadini più di 11mila vittime, tra cui più di mille bambini. Tutto questo non ha portato che alla costruzione di uno Stato instabile, la cui indipendenza oscilla tra la voglia di stato-nazione e il desiderio di multietnicità dei pochi “jugoslavi” rimasti.

Nonostante l’assedio sia finito, a Sarajevo e in Bosnia la guerra continua ogni giorno, per volere di pochi e nel ricordo di tutti. Senza distinzione di nazionalità, tutti furono vittime, a partire da Suada e Olga. Il loro ricordo resterà tra coloro che vollero difendere e mantenere il carattere multiculturale di Sarajevo e, come recita una statua del centro tra una moschea e la cattedrale, tra coloro che così facendo “costruiranno il mondo”.

FOTO: SFR JUGOSLAVIJA

Chi è Giorgio Fruscione

Classe 1987, politologo di formazione. E' un analista dell'ISPI esperto di Balcani, dove ha vissuto per anni lavorando come giornalista freelance. Per East Journal si occupa dell'area jugoslava. Parla correntemente serbo-croato, inglese e francese. Twitter: @Gio_Fruscione

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12 commenti

  1. Grazie per la memoria carissimo Giorgio. Un grande MI PIACE per il tuo articolo 🙂

  2. Articolo interessante, pero’ volevo chiedere un chiarimento sulla frase: “I leader nazionalisti, Izetbegović (SDA) Karadžić (SDS) e Kljujić (HDZ) fanno leva […] su un dialogo impossibile, sulla divisione etnocentrica e sulla costruzione di stati-nazione, anche laddove impossibili”.

    Wikipedia (http://en.wikipedia.org/wiki/Stjepan_Kljuic) riporta invece per Stjepan Kljuić:”He served as the president of the Bosnian branch of the Croatian Democratic Union and protested that Croats should support the elected government of Alija Izetbegović. The central HDZ leadership in Zagreb pressured local leadership in Croatian Republic of Herzeg-Bosnia to depose him of his leadership position. He was replaced with Mate Boban”.

    Grazie

    • Giorgio Fruscione

      ha perfettamente ragione. Boban è stato il principale leader dell’Herceg – Bosna ma è stato comunque Kljuic il primo leader del hdz bosniaco.

  3. Anche se è un complimento di parte: bravo per l’articolo!
    Ricordiamo sempre che tutto questo succedeva a poche centinaia di chilometri dall’Italia nel disinteresse piu’ assoluto

  4. Condivido la sostanza. Vorrei aggiungere comunque che nel 92 solo uno dei 3 leader bosniaci possedeva un esercito armato fino ai denti regalato gentilmente da Milosevic ma a suo tempo pagato da tutti gli Jugoslavi. Inoltre Josip Broz Tito, grazie al suo enorme carisma dovuto alla leggendaria guerra antinazista e antifascista che fu l’unico a vincere senza aiuto USA o URSS, aveva creato due jugoslavie, una nelle città dove i cittadini vivevano come in un Truman Show di massa e la seconda nelle campagne dove regnava l’analfabetismo e l’oscurità intellettuale più completa. I cittadini Truman detestavano e ancora detestano i campagnoli e sono ampiamente ricambiati dai contadini che divengono ovviamente facile terreno di cultura dei conflitti. Alla fine degli anni 80 un solo movimento politico europeo chiese senza successo l’unica cosa da fare per salvare la Iugoslavia, accoglierla nell’unione europea. Anche DOPO il conflitto, a fine secolo, si sarebbe potuto includere tutti gli Stati ex-yugo in UE, almeno assieme a Romania, Ungheria e Bulgaria evitando così la deriva in atto che vede le popolazioni ormai disdegnare l’entrata in europa, cosa che invece era sognata fino a 10 anni fa. Poi abbiamo chiaro che l’UE è rimasta a mezzo guado e di certo in politica estera ha dato il peggio di sé .

  5. Io credo di aver capito che una Bosnia multietnica e senza divisioni sia auspicabile,ma proprio questo porta a chiedermi perché non andava bene anche una Jugoslavia unita…la domanda che vorrei porre al sig.Fruscione è:cosa avevano in mente i cittadini bosniaci quando si recarino alle urne per votare a favore dell’indipendenza?Che vantaggi prospettavano?Non credete che le comunità croata e musulmana abbiano attuato una ‘dittatura della maggioranza’ nei confronti della popolazione serba?Credo che la sottovalutazione del malcontento serbo abbia avuto un ruolo importante nel causare il conflitto.Ignorare la volontà di 1,5 milioni di persone mi sembra un’atteggiamento molto stupido o molto furbo,a seconda delle intenzioni.Sinceri complimenti a tutta la redazione.

    • Giorgio Fruscione

      Caro Nikola, sono d’accordo quando ti riferisci ad una Jugoslvia unita come indispensabile risoluzione per la causa bosniaca. Sono d’accordo anche sul fatto che risentimenti e frustrazioni del gruppo nazionale serbo fossero giustificabili, considerate le reazioni a catena scatenate dai piani politici dei partiti che vinsero le elezioni. Purtroppo era quello che tutti temevano dalla morte di Tito ed è per questo che scesero in piazza quel giorno…Quello che si prospettavano votando l’indipendenza (votata nonostante il boicottaggio da molti serbi) era di poter contare sull’appoggio della comunità internazionale che impose tale referendum affinchè si riconoscesse la Bosnia come repubblica indipendente…i leader sapevano a cosa andavano incontro, sapevano che la guerra sarebbe stata inevitabile se la rappresentanza fosse rimasta a loro…la popolazione scongiurò la paura della guerra andando a votare per un referendum che “di fatto” chiedeva l’uguaglianza dei tre gruppi nazionali, in nome di una Bosnia unita.

  6. Secondo me invece,se la Bosnia non avesse dichiarato l’indipendenza non ci sarebbe stato il conflitto.È stato proprio quel referendum a scatenare la guerra,perché i serbi volevano restare parte della Jugoslavia.

    • non lo so, a volte lo penso anch’io ma è difficile da dire…certo è che c’erano tutte le precondizioni per iniziare la guerra, aldilà delle elite nazionaliste, a causa dei massacri nella Bosnia orientale

  7. L’articolo dimentica un PICCOLISSSSSIMO particolare: il giorno dopo, il 6 aprile 1992, era prevista la secessione dalla Jugoslavia, a seguito di un referendum illegale indetto da un governo illegale.
    Il 1° gennaio 1992 Izetbegovic avrebbe dovuto lasciare la Presidenza a rotazione come previsto dalla Costituzione, invece fece un golpe concordato con l’ambasciatore statunitense Zimmermann e non passò la Presidenza al delegato serbo, provocando la fuoriuscita dal governo di quasi tutti i ministri serbi, che costituirono un loro governo a Pale; è FALSO quanto scritto nell’articolo: al 5 aprile 1992 la coalizione di governo SDA-HDZ-SDS non esisteva più, esistevano 2 governi differenti ed entrambi illegali, quello SDA a Sarajevo guidato da Izetbegovic e quello SDS a Pale guidato da Karadzic. Poi ve ne era anche un terzo, quello croato della Hergeg-Bosna giudato da Mate Boban che aveva la sede direttamente a Zagabria, che governava le zone croate della BiH tramite l’HDZ locale e l’esercito croato (HVO).

    • Giorgio Fruscione

      Caro Maurizio, la ringrazio per la specificazione storica, di cui ero consapevole. Ovviamente lo scopo dell’articolo era quello di sottolineare l’inizio del conflitto come risultato di un alleanza che, anche se dissolta con l’instaurazione del parlamento di Pale, è esistita ed è a mio avviso il fattore scatenante la guerra. Il focus dell’articolo resta circoscritto all’iniziativa della popolazione sarajevese nelle ore immediatamente precedenti l’inizio della guerra.
      Un saluto

  8. bellissimo articolo. NEVER FORGET

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