La tragedia delle foibe e il nazionalismo italico. Una memoria selettiva?

E’ di nuovo tempo di parlar di foibe, ancora documentari ci hanno insegnato il verbo, ancora politici hanno pianto i martiri, senza che agli italiani siano state del tutto spiegate come sono andate le cose, collocando quell’evento nella giusta dimensione storica. Quello in corso in Italia è un uso selettivo delle memoria, per il quale si tende a ricordare solo una parte della storia senza collocare quei fatti nel loro contesto. Procediamo dunque come fosse un’inchiesta cercando di capire come è maturato quel delitto che viene chiamato tragedia delle foibe.

Il luogo del delitto

Ci troviamo in Istria, regione ponte tra il mondo slavo e quello romanzo, un luogo dove le popolazioni italiche e slave hanno convissuto per secoli creando profonde ibridazioni: come ricorda Kristijan Knez, parlare di “nazionalità” in Istria è improprio almeno fino al XIX secolo. Piuttosto si deve parlare di aree culturali e linguistiche nelle quali si incrociavano dalmati romanzi, dalmati slavi, istriani romanzi e slavi. Il censimento del 1846 indicava 26,3% della popolazione il numero complessivo di italofoni presenti in Istria. Trieste contava il 54% di italiani, il 31% di sloveni, il 10% di tedeschi e il 3,8% di ebrei; il goriziano, invece, era a prevalenza slava (77% sloveni). Appena il 3,7% gli italofoni in Dalmazia. Un quadro destinato a mutare sostanzialmente solo nel 1918, quando il crollo del multietnico impero austroungarico favorì l’affermarsi di un concetto esclusivo di etnicità, esacerbato dal conflitto diplomatico tra Regno d’Italia e Regno dei serbi, croati e sloveni, per il controllo delle regioni di confine.

Nel caso dell’Istria, luogo del nostro delitto, ovvero teatro della tragedia delle foibe, gli italiani rappresentarono sempre l’élite borghese, ricca e influente al punto da dominare – grazie a un sistema elettorale legato al censo – la vita politica della regione. Fu così che gli italiani vietarono, finché poterono, l’utilizzo delle lingue slave a livello ufficiale, approfondendo il solco che li separava da sloveni e croati, già relegati ai margini della società. L’arrivo di 50mila italiani dal resto della penisola dopo il 1860 aumentò decisamente la presenza italiana nella regione. I circoli italiani non nascondevano il proprio razzismo anti-slavo. I libelli irredentisti in circolazione nella regione erano carichi di espressioni di aperto disprezzo razziale e parlavano di “superiore civiltà italiana”. Le velleità imperialistiche italiane, sancite dall’impresa fiumana di D’Annunzio, si strinsero presto nell’abbraccio mortale del fascismo.

Le cause del delitto

Con l’avvento del fascismo si cominciarono a bruciare le sedi dei partiti sloveni e croati, e con queste arrivarono le persecuzioni politiche aggravate da quel “culto della razza latina” che si nutriva di forti accenti anti-slavi. Mussolini vietò le scuole e i giornali in lingua slovena, chiuse le cooperative sociali slave smantellandone le organizzazioni politiche. L’italianizzazione dei cognomi slavi sarà l’ultimo, simbolico, atto dell’assimilazione forzata delle genti slave. Condanne a morte vennero distribuite ai patrioti sloveni che si batterono per la difesa della cultura e della lingua slovena.

Così il fascismo spezzò qualsiasi possibilità di convivenza interetnica. In Istria, come altrove, gli italiani si adeguarono al regime, quando non lo appoggiarono apertamente, e la connivenza degli italiani d’Istria con il regime, foss’anche solo un colpevole silenzio, portò gli slavi a identificare tutti gli italiani con il fascismo.

Con lo scoppio della Seconda guerra mondiale l’Italia fascista occupò la Dalmazia, il Montenegro e la Carniola, compresa Lubiana. L’appoggio dell’Italia al regime ustascia di Ante Pavelic, vera creatura di Mussolini, esacerbò lo scontro. Uno scontro che per gli italiani aveva caratteri etnici (razziali, si diceva allora) ma che per gli slavi assunse un carattere politico. Dal 1941 la resistenza slovena si organizzò intorno al nascente partito comunista e fu protagonista di una rivolta che assunse caratteri popolari di opposizione al fascismo. La risposta italiana fu durissima.

L’antefatto: il terrore italiano (1942-1943)

Durante i ventinove mesi di occupazione italiana, vennero uccise nella sola provincia di Lubiana ben 13mila persone, pari al 4% della popolazione. La repressione italiana non colpì solo gli oppositori politici: don Pietro Brignoli, italiano, nel suo diario descrisse le donne e i bambini internati nei campi di concentramento italiani, in cui morirono circa 5000 persone, tra cui donne incinte, vecchi, bambini. Il campo di concentramento italiano di Arbe (Rab) registra, nei sei mesi di attività, un tasso di mortalità più alto degli analoghi campi nazisti. Quando gli internati arrivarono al campo di Rab vennero accolti dalla sassaiola della locale popolazione italiana.

La repressione italiana, guidata dal generale Robotti, individuava nei civili dei nemici da uccidere, esasperando i sentimenti di rivalsa delle genti slave. Lo stesso generale ebbe a biasimare i suoi sottoposti scrivendo loro “si ammazza troppo poco”. I civili slavi uccisi dagli italiani in Istria, Dalmazia, Carniola, e durante la lotta contro i partigiani titini, sono circa 45mila. La conta dei numeri è incerta, ma l’intenzione italiana di eliminare la cultura slovena financo “a distruggere la Slovenia stessa” era programmatica. Una “bonifica etnica”, come la chiamò il Duce, oggi diremmo “pulizia etnica” compiuta dall’Italia nei confronti delle genti slave nei territori occupati.

Il delitto: le foibe

L’armistizio dell’Italia, l’8 settembre 1943, coincise con l’invasione nazista dell’Istria. Tra il 9 settembre e il 4 ottobre si assistette a drammatiche rese dei conti private tra italiani e slavi, generate dal desiderio di vendetta, dalle frustrazioni e dal periodo di terrore del biennio precedente. Qui entrano in scena le foibe, termine dialettale che deriva dal latino “fovea”, ovvero fossa, voragini naturali tipiche del Carso.

I primi a immaginare le foibe come luogo di sepoltura del nemico furono i fascisti italiani: Giuseppe Cobol, poi italianizzatosi in Cobolli Gigli, fascista e irredentista istriano, poi ministro, pubblicò un libello nel quale si prefigurava l’infoibamento degli slavi. Avverrà il contrario. La foiba di Vines fu la prima in cui vennero rinvenuti, dalle autorità repubblichine, i primi  cadaveri italiani.

Dopo l’armistizio i nazisti e i fascisti di Salò scatenarono una violenta repressione che portò la provincia di Gorizia a essere la prima per numero di morti nei lager nazisti. L’arrivo delle truppe dell’Armata popolare jugoslava in Istria, nel goriziano e a Trieste portò a violente repressioni, epurazioni, e rese dei conti. Le repressioni colpirono persino esponenti del Comitato di Liberazione italiano, ovvero ideali alleati nella lotta antifascista. Ma il nascente regime titino doveva fare tabula rasa di nemici e alleati scomodi, tutti etichettati come “nemici del popolo“. Si conta che circa 517 furono le vittime triestine, di cui 412 legate al regime fascista (Cernigoi, pag.119) e 665 le vittime nel goriziano, tra deportati e scomparsi. Il numero è più incerto a Fiume, si stimano tra 600 e 1000 gli italiani uccisi. Di questi morti solo una parte venne gettata nelle foibe.

Le foibe divennero il luogo di occultamento dei cadaveri degli italiani uccisi. In alcuni casi le vittime vennero gettate vive nelle voragini. Si trattò essenzialmente di collaborazionisti del regime: podestà, amministratori, giudici, carabinieri, militari e paramilitari ma anche civili accusati di essere spie o collaborazionisti. Non solo italiani, però. Finirono nelle foibe anche quegli sloveni e croati che appoggiarono il regime fascista italiano o quello ustascia in Croazia. Non è da escludere che a venire infoibati fossero anche persone poco o nulla complici dei crimini del regime, ma – come sottolineato prima – il periodo di terrore aveva esacerbato gli animi portando ad associare tutti gli italiani con il fascismo.

Il numero degli infoibati

L’aspetto più controverso è quello del numero di persone infoibate. Per dare corpo alla tesi del genocidio, il numero delle vittime è cresciuto enormemente nel tempo. Un’ipotesi convincente sul numero delle vittime è quella proposta da Joze Pirjevec, storico sloveno, che recuperando le tesi già espresse nel 1945 da Giovanni D’Alò, cerca di individuare un numero realistico delle vittime in base al volume delle foibe. Indicando in circa 500 mq il volume della foiba di Basovizza, e attribuendo tre morti per metro cubo, D’Alò arrivava a contare tra le 1200 e le 1500 vittime. Nel complesso il numero di vittime potrebbe variare tra le 3000 e le 5000 mila persone. Gli inglesi del GMA (Governo militare alleato), quando svuotarono le voragini, parlarono di 4768 cadaveri. Cifre verosimili oscillano tra le 5000 e le 10 mila vittime. Numeri assai lontani da quelli che, in anni più recenti, sono cominciati a circolare, da 50 mila a un milione di persone le quali, fisicamente, non possono essere contenute nelle foibe.

Detto questo, non siamo qui a parlar di numeri (sempre facili di rigirare) ma a collocare la tragedia delle foibe nel proprio contesto storico, individuandone le premesse e le conseguenze.

Il processo (politico)

Quello delle foibe, prima che un evento storico, è un evento politico. Le indubbie responsabilità nell’occultamento della verità da parte delle autorità comuniste jugoslave, il silenzio del PCI italiano, il revanscismo della destra postfascista salita al potere negli anni Novanta, ha fatto delle foibe un oggetto di propaganda e retoriche nazionaliste tramite cui obliterare le responsabilità italiane facendo di tutti i nostri connazionali infoibati dei martiri innocenti obliterando i crimini che gli italiani compirono e che costarono loro quell’orribile morte. Come affermato dallo storico Angelo Del Boca, la Giornata del Ricordo, con la quale si commemorano le vittime delle foibe, serviva alle destre al potere per controbilanciare la Giornata della Memoria, istituita per le vittime della Shoà. Una guerra di “memorie” che nulla c’entra con la storia.

La tragedia delle foibe è così diventata il velo dietro cui nascondere la pulizia etnica, i campi di concentramento, la barbarie italiana trasformando gli italiani da carnefici a vittime. Un’operazione che trova terreno fertile nella convinzione nostrana d’esser “brava gente” e non gli inventori della peggiore ideologia politica della storia, il fascismo appunto, capaci di genocidio e pulizia etnica. Così la Giornata del Ricordo diventa una delle cosmesi più riuscite, un inganno organizzato, un esempio di quanto bene funzioni la retorica patriottarda in questo povero paese senza coscienza. Il fatto che il PCI abbia in passato sistematicamente minimizzato l’accaduto, quando non occultandolo, non può giustificare una manipolazione dei fatti. La tragedia delle foibe non può essere oggetto di una diatriba ideologica tra destra e sinistra, essa merita di essere collocata nel suo contesto storico.

Giova ricordare come nel 2001 la Commissione storico-culturale italo slovena, voluta dai ministeri degli Esteri di entrambi i paesi, dopo sette anni di studi e indagini concluse che “tali avvenimenti si verificarono in un clima di resa dei conti per la violenza fascista e di guerra ed appaiono in larga misura il frutto di un progetto politico preordinato, in cui confluivano diverse spinte: l’impegno ad eliminare soggetti e strutture ricollegabili (anche al di là delle responsabilità personali) al fascismo, alla dominazione nazista, al collaborazionismo ed allo stato italiano, assieme ad un disegno di epurazione preventiva di oppositori reali, potenziali o presunti tali, in funzione dell’avvento del regime comunista, e dell’annessione della Venezia Giulia al nuovo Stato jugoslavo”.

Nessun genocidio dunque, nessuna pulizia etnica, ma una epurazione politica da parte di un regime nascente, quello titino. L’emigrazione in Jugoslavia da parte di molti italiani è l’argomento che più di tutti smantella la teoria del genocidio: perché sterminare italiani e contemporaneamente importarne? La tragedia delle foibe fu una questione politica, non etnica. La presenza di croati e sloveni tra gli infoibati lo conferma. Le argomentazioni patriottarde, ancora venate di antislavismo, che indicano negli jugoslavi la volontà di cancellare etnicamente la presenza italiana nella regione sono dunque prive di fondamento. Tuttavia il governo italiano, pur avendo incaricato la Commissione delle ricerche, non ne accolse mai ufficialmente i risultati lasciando così che la questione diventasse oggetto di opposte, e deformanti, interpretazioni ideologiche.

Conclusioni

Non si può parlare di foibe senza parlare di ciò che è accaduto prima, ovvero delle cause che portarono gli slavi a uccidere e poi gettare nelle voragini dell’Istria i nostri connazionali. Non si possono dimenticare, a fronte delle 5000 vittime italiane infoibate, le 45 mila vittime slave uccise dal razzismo italiano, dall’occupazione fascista, dalla guerra in Jugoslavia. Non si possono dimenticare il campo di concentramento di Rab o la Risiera di San Sabba. Non si può dimenticare una violenza antislava che, da metà ottocento, attraversa sempre più gravemente la comunità italiana d’Istria fino a quella terribile stagione della persecuzione durante l’occupazione fascista. Allo stesso modo, quello che è accaduto prima, e che abbiamo appena elencato, non deve servire a giustificazione delle foibe. Il revisionismo non si combatte con il negazionismo, come molti hanno teso a fare in questi anni. 

Tuttavia gli eventi, inseriti nel proprio contesto storico, assumono una dimensione diversa e quella delle foibe diventa uno dei tanti conti gli italiani hanno dovuto pagare per il loro appoggio al regime fascista. Il successivo esodo degli italiani d’Istria, che svuotò la regione dalla secolare presenza italiana, non fu dovuto tanto alle foibe quanto a un diffuso senso di insicurezza sociale ed economica. Il nuovo regime jugoslavo minacciava interessi economici e di proprietà, e il timore di una discriminazione ha fatto il resto, unitamente alla consapevolezza di poter essere considerati tutti complici del fascismo anche se, ovviamente, si trattava di una generalizzazione errata.

L’esodo degli istriani, dunque, non è un effetto diretto delle foibe e se le due cose si devono mettere in relazione, è però errato affermare un principio di causalità. Come abbiamo detto, alcune migliaia di isontini emigrarono dal Friuli verso la Jugoslavia in cerca di lavoro e abbagliati dal sogno dello stato socialista. Questa emigrazione verso la Jugoslavia dimostra che essi non temevano le foibe poiché le foibe non erano per gli italiani in quanto tali, ma per i nemici politici (non etnici) del nuovo regime titino. Ecco che allora tutta la retorica genocidaria e vittimista sulle foibe si tinge di un nazionalismo che non giova alla comprensione dei fatti ma solo a un uso politico, tutto schiacciato sul presente, di quella tragedia. Un uso politico che manca di rispetto anzitutto alle vittime.

Nota, anche le immagini mentono

397La foto che abbiamo usato per illustrare l’articolo è forse la più utilizzata per rappresentare il massacro delle foibe, si trova sul siti di Rai Storia ed è utilizzata nelle locandine di eventi commemorativi promossi dallo Stato. Tuttavia si tratta di un falso. Come ricostruito da Piero Purini, i fucilati sono slavi e non italiani, si tratta di cinque ostaggi sloveni uccisi da un plotone fascista. Abbiamo volutamente scelto di usare una foto falsa allo scopo di sottolineare quanto grande sia l’inganno che la retorica patriottarda ha ordito su un tema così importante, e delicato, come quello delle foibe.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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