TURCICA: Gli unni tra storia e leggenda

La civiltà degli xiongnu entrò in una profonda crisi all’inizio dell’era cristiana. Il loro impero, benché progressivamente frazionato e minato da divisioni interne ed aggressioni esterne, sopravvisse ancora per due secoli. Attorno alla metà del III secolo d.C. il dominio degli altopiani asiatici passò definitivamente ai proto-mongoli rouran.

Circa un secolo più tardi, un popolo del tutto simile agli xiongnu comparve nelle steppe europee, a nord-ovest del Mar Caspio. I romani li conoscevano come “unni”, e con questo nome essi passarono alla storia. Attorno al 370, guidati da un condottiero chiamato Balimir, attraversarono il Don e cacciarono i popoli germanici e iranici dalle pianure dell’Europa orientale, ottenendo così il dominio su un territorio che si estendeva dal Caucaso settentrionale ai Carpazi. Il loro impatto sulla storia mondiale fu tremendo, se non altro perché contribuirono in modo decisivo a creare le condizioni per la caduta dell’impero romano. Nonostante questo, poco si sa su di loro e molti aspetti della loro civiltà rimangono oscuri.

Gli unni raggiunsero il massimo splendore sotto la guida di Attila, uno dei personaggi storici in assoluto più famosi e allo stesso tempo più misteriosi. Nel 445, alla morte del fratello Bleda con cui condivideva il potere dal 437, divenne il sovrano assoluto degli unni. Grande condottiero, nel 441 aveva dimostrato il proprio genio militare e la propria ferocia aggredendo e razziando l’impero romando d’Oriente. Impresa ripetuta nel 447.

L’immensa fama di Attila è però dovuta alle campagne rivolte contro l’Occidente negli ultimi anni della sua vita. Vistosi rifiutare la pretesa di sposare la sorella dell’imperatore Valentiniano III, nel 451 invase e devastò la Gallia. Fu fermato da Ezio nella famosa battaglia dei Campi Catalaunici, celebrata come l’ultima grande vittoria militare di Roma o la prima della Cristianità contro i pagani. In realtà Attila aveva già raggiunto i principali obiettivi della campagna gallica, e poté ritirarsi con le forze praticamente intatte. Infatti un anno più tardi calò in Italia e la saccheggiò allo stesso modo. Tornato nei suoi domini danubiani carico di bottino e di gloria, morì nel 453. Il suo impero non gli sopravvisse e si smembrò negli anni seguenti, anticipando un destino piuttosto comune per le grandi confederazioni tribali eurasiatiche. Sul suo conto non si hanno praticamente notizie certe al di fuori di queste.

Le devastazioni compiute dagli Unni nel drammatico biennio 451-452 lasciarono un segno indelebile nell’immaginario collettivo degli occidentali. Attila, con il suo esercito e tutto il suo popolo, furono trasformati dalla leggenda nell’incarnazione stessa del male e della violenza, e nella negazione di tutti i valori positivi che il mondo romano-cristiano attribuiva a se stesso. Le fonti romane – a cominciare da Ammiano Marcellino – indugiano spesso a descrivere gli Unni come degli esseri subumani e deformi, ignari di qualunque principio di civiltà, che vivevano esclusivamente a cavallo, si cibavano di carne cruda ed erano dediti all’incesto. Si tratta di un’invenzione letteraria, priva di qualsiasi valore di testimonianza storica, che sviluppa il topos della barbarie contrapposta alla civiltà di Roma.

L’unica fonte attendibile è quella di Prisco, che fu ambasciatore alla corte di Attila tra il 448 e il 449. La sua descrizione corrisponde a quello che doveva essere lo stile di vita dei nomadi del quinto secolo. La “capitale” degli unni era un grande accampamento cinto da una palizzata difensiva in legno. La classe dirigente vestiva di seta e sedeva su tappeti di lana finemente decorati. Attila e i membri della sua corte erano istruiti e poliglotti, conoscevano le buone maniere e sapevano relazionarsi con gli stranieri. Si può immaginare che gli unni eccellessero nell’artigianato – se non nell’arte propriamente detta – e avessero una società stratificata e relativamente complessa.

Le uniche testimonianze della lingua parlata dagli unni ci arrivano dai vocaboli trascritti in greco e latino dai romani. In genere si tratta di nomi di persona o delle tribù appartenenti alla loro confederazione. L’analisi filologica e morfologica del poco che si conosce dell’unno porta alla conclusione che si trattasse di una lingua turca appartenente al gruppo oğur. Ciò è del resto ragionevole, visto che i popoli turcofoni che emergeranno nei secoli seguenti dal territorio occupato dagli unni parleranno anch’essi dialetti di questo tipo.

La somiglianza tra gli unni e gli xiongnu – non solo nel loro stile di vita, ma anche nel suono del loro nome – ha portato gli storici a interrogarsi sui rapporti tra questi due popoli. Un’importante tradizione storiografica, sorta nel XVIII secolo e consolidata tra ‘800 e ‘900, ha semplicemente identificato gli xiongnu con gli unni. Secondo tale prospettiva, gli unni sarebbero lo stesso popolo conosciuto dai cinesi come xiongnu, migrato verso occidente per ragioni sui cui si possono solo fare ipotesi. Anche i due nomi sarebbero dunque trascrizioni diverse di una medesima parola.

Oggi gli storici sono generalmente molto più cauti, riconoscendo che accanto alle molte e innegabili affinità tra le due popolazioni ci sono anche alcune differenze e la semplice somiglianza tra i due nomi non autorizza facili conclusioni. L’identificazione tra Unni e Xiongnu rimane comunque un’affascinante possibilità. Ciò che è certo è che a metà del V secolo i proto-turchi erano già entrati con autorità nella storia asiatica ed europea.

Chi è Carlo Pallard

Laurea magistrale con lode in Scienze storiche presso l'Università degli studi di Torino, con tesi dal titolo "Da impero a nazione. Ziya Gökalp e la nascita della Turchia moderna". È autore, assieme a Matteo Bergamaschi, del volume Dire io. Sulla questione identitaria del mondo post-moderno, Aracne editrice, Roma 2012. Parla turco, inglese e azero. E' nato a Torino nel 1988.

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