SERBIA: Il 5 ottobre 2000, tra rivoluzione e gattopardismo

Il 5 ottobre del 2000, in seguito alle proteste popolari nella piazza dell’allora Parlamento federale di Belgrado, Milosevic riconobbe la sua sconfitta. Fu la fine di un regime politico e di una leadership personale durati oltre un decennio.

Tale episodio storico è divenuto, a posteriori, un simbolo, perché interpretato da alcuni come la prima di una serie di rivoluzioni colorate (supportate dagli USA), giungendo, secondo questa narrazione, a quanto accaduto in Ucraina e in occasione della Primavera araba. Ma come si è giunti a quella rivoluzione (o colpo di stato, come i detrattori lo definiscono)? Perché viene stigmatizzata (soprattutto dalle frange estreme della destra e della sinistra) come il prototipo delle rivoluzioni colorate?

L’opposizione in Serbia

Durante gli anni ’90, in Serbia l’opposizione era debole e, spesso, sorpassava in quanto a nazionalismo lo stesso regime di Milosevic. Le proteste contro di lui già iniziarono il 9 marzo 1991 (represse), e tornarono alla ribalta della scena nell’inverno 1996/97 (con gli studenti). Allora, a parte qualche frase di circostanza, l’Occidente fece ben poco per supportare i manifestanti, occorreva salvare gli accordi di Dayton, “Sloba” era il garante della pace. Solo dopo la guerra del Kosovo, nel 1999, il supporto materiale dell’America e di alcuni Paesi europei divenne sostanziale e visibile.

Il fatto che Otpor e l’opposizione a Milosevic abbiano ricevuto finanziamenti, addestramento e apparati tecnologici (direttamente o indirettamente), dall’Occidente è ormai assodato. Altrettanto assodato è il fatto che varie ONG e non, supportarono il proselitismo anti-regime e la mobilitazione antigovernativa. Così Milosevic nel 2000 emendò in maniera impropria la Costituzione della Repubblica federale di Jugoslavia e indisse elezioni anticipate, sperando, ancora una volta, di battere l’opposizione sui tempi, e giocando sulle loro divisioni interne. Mentre da un lato l’America e l’Europa sostenevano l’opposizione, dall’altro il regime elevò sanzioni salate ai media indipendenti (da Belgrado perlomeno). Per il regime, nell’ennesima mossa di omogeneizzazione nazionale, tutti gli avversari politici erano delle “quinte colonne”, delle marionette in mano all’Occidente. “Sloba” lo disse chiaramente nel suo ultimo discorso prima del ballottaggio (2 ottobre 2000).

In quella fase finale, l’ideologia di Milosevic si era ormai orientata verso una variante dell’anti-imperialismo anti-americano. Fu proprio sul finire del millennio, tra il 1999 ed il 2000, che le frange estreme della sinistra e della destra, inclusi i leghisti in Italia, videro in Milosevic e nel suo regime una qualche dimensione eroica di lotta contro le oligarchie capitaliste, rappresentate dall’America. Questo modello è valido ancora oggi, basti pensare alla questione Ucraina (o Siriana), dove alcuni dei sostenitori di Milosevic sono divenuti entusiasti sostenitori di Putin.

L’inazione dell’establishment

Ciò che avvenne dopo il 5 ottobre 2000 è storia nota. Era evidente fin dall’inizio che supportare V. Kostunica come candidato anti-Milosevic non avrebbe semplificato molto le relazioni all’interno della regione, essendo il costituzionalista serbo un noto nazionalista che non si è mai compromesso con il regime socialista. Le delusioni inoltre non si fecero attendere anche per coloro che si mobilitarono all’interno di Otpor. Con il trascorrere del tempo, in Serbia ci si è sempre più domandati se ne sia valsa la pena di fare quella rivoluzione.
Ci sono stati anche tentativi di delegittimazione, sostenendo che in mezzo alle ruspe, a sfondare i vetri del Parlamento, quel 5 ottobre, ci fossero anche i membri di tifoserie violente, come Ivan “il terribile” Bogdanov, noto per i fatti di Genova. Infine, oltre ai manifestanti delusi e amareggiati per l’esito infelice (si pensi all’assassinio di Z. Djindjic nel 2003, piuttosto che al basso tenore di vita di milioni di cittadini, alle privatizzazioni di dubbia natura ecc.), occorre tenere a mente un fattore forse ancora più strategico rispetto all’aiuto americano ed ai manifestanti nelle piazze, ossia al mancato supporto delle elite della Serbia a Milosevic, ormai frustrate da un decennio di sanzioni e guerre.

Milosevic il 5 ottobre 2000, con ogni probabilità, è stato scaricato dai suoi ormai ex alleati, che ancora oggi rivestono incarichi importanti nello Stato, nell’amministrazione, nell’esercito ecc. I carri armati (a differenza del 9 marzo 1991), il 5 ottobre 2000 non marciarono contro i manifestanti. Avrebbero potuto farlo, ma non lo fecero. I vari personaggi incriminati dal Tribunale dell’Aja vennero utilizzati come merce di scambio per ottenere il consenso e i pacchetti di aiuto Occidentali, cercando di non perdere troppo la faccia con parte dell’elettorato locale che li considera(va) degli eroi. Tutto ciò è di pubblico dominio da anni, tuttavia non ha impedito e non impedisce a certe persone di credere che quanto accaduto il 5 ottobre 2000 a Belgrado sia stato solamente un colpo di stato pilotato dall’esterno. In realtà, sino a prova contraria ovviamente, fu l’abbandono al proprio destino di un politico ormai divenuto troppo ingombrante da parte di coloro che lo hanno supportato e hanno beneficiato delle sue prebende e favori, oligarchi finanziari locali inclusi ovviamente.

Le “frange estreme”, della destra e della sinistra, tendono a svalutare l’apporto ed il ruolo di coloro che hanno protestato conto il regime nel 2000 e negli anni precedenti, bollandoli come burattini nelle mani dell’Occidente. Allo stesso tempo, sopravvalutano l’influenza straniera. Il mito di Belgrado come madre di tutte le rivoluzioni colorate, che deriva da questo modo di intendere, non pare fondato su di una valutazione delle condizioni politiche della Serbia. Da lì, il passaggio alle teorie del complotto, è assai breve. Salvo dimenticare che Milosevic, nel 2000, venne scaricato pure da Putin.

Chi è Christian Costamagna

Christian Costamagna, classe 1979, ha insegnato presso l'Università del Piemonte orientale nell'anno accademico 2014-2015 (corso di Storia contemporanea e dell’Europa Orientale) dove ha conseguito il dottorato di ricerca in Scienze Storiche. Nella tesi di dottorato si è occupato dell’ascesa al potere di Slobodan Milosevic nella seconda metà degli anni ’80. Ha svolto ricerche d’archivio a Belgrado e Lubiana. I suoi articoli sono apparsi su East Journal, Geopolitical Review. Geopolitica – Rivista dell’Istituto di Alti Studi in Geopolitica e Scienze Ausiliarie, Mente Politica, European Western Balkans, e sul “LSE blog about South Eastern Europe”. Costamagna è consulting analyst per Wikistrat.

Leggi anche

mostra tuzla

SERBIA: La mostra sull’eccidio di Tuzla e la memoria latitante

È stata inaugurata a Belgrado una mostra per ricordare l'eccidio della Kapija, a Tuzla, dove nel 1995 furono uccisi 71 bosniaci da una granata lanciata dalle milizie serbo-bosniache. Un atto meritorio e coraggioso in un contesto in cui negazionismo e revisionismo sembrano sempre più diffusi e invincibili

WP2Social Auto Publish Powered By : XYZScripts.com