BOSNIA: Identikit di un jihadista di periferia

Da SARAJEVO  Lo scorso mese il principale esperto di terrorismo a matrice jihadista in Bosnia, Vlado Azinovic, ha pubblicato il report “La Bosnia-Erzegovina e il nesso con il terrorismo islamista”. In questo lavoro è contenuta una dettagliata analisi del processo di radicalizzazione dei giovani bosniaci che partono per la Siria.

Tra la primavera del 2012 e la fine del 2014 Azinovic stima che siano partiti per Siria ed Iraq almeno 192 adulti (156 maschi e 36 donne) e 25 bambini. Almeno 5 bambini sarebbero nati in Siria. Degli adulti dovrebbero essere ritornate in Bosnia 115 persone (83 uomini e 32 donne), mentre 26 (25 uomini e 1 donna) sono stati uccisi: 5 in tutto il 2013 e 21 nel 2014, nei primi mesi principalmente in scontri interni tra l’Isis e il fronte al-Nusra. I restanti dovrebbero essere tuttora in Medio Oriente. L’età media dei combattenti bosniaci è di circa 32 anni.

Nonostante le analisi discordino sui numeri esatti, la Bosnia ha molto probabilmente il più alto rapporto di foreign fighters per milione di abitanti.
Nonostante le analisi discordino sui numeri esatti, la Bosnia è sicuramente in cima al ranking europeo per numero di jihadisti per milione di popolazione.

 

Ma quali sono le motivazioni che spingono ad aderire al jihad? In primis, il sentirsi appartenenti ad una comunità immaginata globale, l’Ummah islamica. L’adesione al jihad odierna è un fenomeno post-moderno, non sovrapponibile alla configurazione del jihad nel Corano. Secondo la tradizione giuridica islamica (fiqh), il jihad si presenta come un intervento militare istituzionale da parte dello stato, dichiarabile da un individuo o da un gruppo, solo nel caso di un’improvvisa minaccia ad una popolazione musulmana, la cui emergenza renderebbe impossibile una dichiarazione procedurale.

Per la prima volta dall’abolizione del Califfato nel 1924 ad opera di Ataturk, l’Isis ha ricreato uno stato islamico. Trasferirsi in Siria può anche essere una esigenza morale: abbandonare stati empi (secolarizzati) e stabilirsi in uno stato finalmente islamico tout court, fonte giuridica primaria la shari’a. Gli abitanti delle comunità neo-salafite, tra cui la celebre Gornja Maoča, che già praticano la hijra (l’auto-isolamento da una società impura), salutano la ricomparsa di uno stato islamico come la possibilità di vivere finalmente in accordo con i propri principi, senza doversi barricare in un’enclave purificata.

Come ricostruito nel video propagandistico rilasciato dall’Isis dedicato ai Balcani, il jihad di oggi sarebbe il proseguimento del jihad di ieri. Gli accordi di Dayton, firmati da Izetbegovic e altri musulmani impuri, avrebbero abortito quella guerra santa che mirava ad instaurare uno stato islamico. La stessa motivazione che aveva spinto ad inizio degli anni ’90 i foreign fighter stranieri ad intervenire in Bosnia richiama vent’anni più tardi quelli bosniaci in Siria.

Per i più giovani si aggiunge l’adrenalina, la ricerca di prove di iniziazione a fini identitari che garantiscano rispetto e accettazione sociale. La partenza per guerre fortemente mediatizzate, come appunto la guerra civile in Siria, rappresenta la prima occasione per diventare padroni del proprio destino.

La radicalizzazione è spesso avviata autonomamente, solitamente attingendo a forum online o social network, dove è possibile chattare con i jihadisti bosniaci già presenti sul campo. In questo è strategico l’utilizzo pervasivo da parte dell’Isis dei propri account social. Si stimano 25.000 account Twitter con un’artiglieria di 200.000 tweet a settimana.

Dei 156 uomini partiti per la Siria circa un terzo di loro (44) aveva precedenti criminali, spesso multipli, per terrorismo, possesso illegale di armi o munizioni, furto, rapina a mano armata, contrabbando di armi, traffico di droga o di esseri umani, stupro e violenza domestica. Il jihad per il Califfato è una specie di Purgatorio accelerato. Convinti di agire nel nome di un Dio, gli autori di queste efferatezze si sentono moralmente assolti, anche retroattivamente. Uno degli slogan propagandistici dello Stato Islamico, “Chi ha il peggior passato può spesso creare il miglior futuro”, sembra rivolgersi proprio a loro.

Infine, molti jihadisti bosniaci provengono da situazioni geograficamente, economicamente, socialmente marginali. Pochi hanno un’educazione scolastica superiore a quella elementare e sono in possesso di specifiche competenze lavorative. In mancanza di entrate stabili, sopravvivevano con vendite occasionali di oggettistica casalinga, rivendita di sigarette o contrabbando di piccoli importi di valuta straniera.  La maggioranza viveva in case deturpate condivise con due generazioni di parenti, distanti dalle vie di transito principali. Per loro ci sarebbero voluti almeno dieci anni per ottenere una casa di proprietà in Bosnia in cui vivere autonomamente. Sposarsi e partire per la Siria significa ottenerla in poche settimane.

Foto: Giulia Stagnitto

Chi è Simone Benazzo

Triennale in Comunicazione, magistrale in Scienze Internazionali, ora studia al Collegio d'Europa, a Varsavia.

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Un commento

  1. Complimenti per l’articolo, scritto oltre tutto in un buon italiano – caratteristica che a volte su alcuni pezzi di EJ latita. Dodici anni fa visitai la Bosnia e a Sarajevo mi resi conto – bastava uno sguardo superficiale – dell’islamizzazione presente e incombente, sostenuta economicamente da Paesi non europei, che non era solo ‘recupero delle radici culturali’.
    Solo due note: 1) ‘convinti di agire in nome di un Dio’, no. Non ‘un Dio’: sono ‘convinti di agire in nome di Dio’, Allah, perché ritengono che non ne esistano altri; 2) ‘case deturpate’ fa pensare alle scritte dei writers sui muri: forse voleva scrivere ‘diroccate’?
    Buon lavoro di ricerca e stesura per la tesi a Simone Benazzo, cordialmente C. Franchi

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