TURCHIA ELEZIONI /4: Capire l’AKP. Un partito alla conquista dello stato.

Il Partito della giustizia e dello sviluppo (Adalet ve Kalkınma Partisi, abbreviato in AKP o Ak Parti) governa la Turchia dal novembre 2002. Per tredici anni si sono susseguiti esclusivamente governi monocolore AKP, seguendo un progetto di egemonia assoluta che – salvo grandi sorprese elettorali – sembra giunto in un vicolo cieco. Sin dal suo esordio sulla scena politica turca, l’Ak Parti ha diviso l’opinione pubblica e gli osservatori politici tra chi vedeva nel partito una forza realmente democratica e coloro che consideravano Erdoğan e i suoi collaboratori dei pericolosi fondamentalisti islamici. La questione è in realtà più articolata e difficilmente può essere riassunta utilizzando categorie generiche, che ci sono familiari ma non adatte a descrivere la realtà decisamente sui generis della Turchia.

Intenzione del partito, fondato nell’estate del 2001, era di prendere le distanza sia dall’islamismo politico – da cui proveniva gran parte della sua dirigenza, compreso lo stesso Erdoğan – che dalle pratiche dei partiti politici tradizionali. L’ideologia ufficiale del partito prende il nome di “democrazia conservatrice” (muhafazakâr demokrasi), i cui caratteri essenziali sono apparentemente analoghi a quelli di qualsiasi partito di centro-destra del mondo occidentale: centralità dell’individuo, difesa dei valori tradizionali e della famiglia, apertura al libero mercato, protezione della proprietà e sostegno all’iniziativa privata. Sia in patria che all’estero alcuni accolsero con entusiasmo il programma dell’Ak Parti, mentre altri videro nella retorica della “democrazia conservatrice” uno specchietto per le allodole volto a nascondere una presunta “agenda segreta” islamista.

L’AKP era in realtà, nel bene o nel male, molto meno rivoluzionario di quanto potesse apparire. L’intenzione mai nascosta dell’Ak Parti era quella di prendere posto al centro dello schieramento politico turco, occupato negli anni ’80 e 90 da due grandi partiti conservatori, cioè il Partito della madrepatria (Anavatan Partisi, ANAP) di Turgut Özal e il Partito della giusta via (Doğru Yol Partisi, DYP) di Süleyman Demirel. Quest’ultimo era l’ennesima incarnazione del conservatorismo emerso negli anni ’50 con il Partito democratico (Demokrat Parti, DP) di Adnan Menderes, il premier vittima del colpo di stato del 1960. L’Ak Parti ha dunque creato una narrazione della storia turca contemporanea dove – dopo Atatürk – si distinguono in positivo i due grandi leader nazional-popolari Menderes e Özal, di cui Erdoğan sarebbe il naturale successore.

La tradizione del conservatorismo turco si fonda su una particolare concezione della democrazia e della sovranità popolare, intese come il diritto del partito di maggioranza a governare al di fuori di qualsiasi controllo. La dialettica con l’opposizione e gli altri poteri dello stato è infatti percepita come un ostacolo alla realizzazione della “volontà nazionale” (millî irade), espressa dai risultati delle elezioni. L’ordine imposto dai militari dopo il colpo di stato del 1980 ebbe come conseguenza un rafforzamento di questa caratteristica del sistema politico, favorendo la presenza di un partito centrale forte che garantisse la stabilità del paese. Se si vuole parlare di “equilibrio dei poteri” nel sistema turco post-1980, si deve innanzitutto parlare di un equilibrio tra il partito di maggioranza e le forze non elettive, esercito in testa. L’AKP, forza politica outsider estranea a questo sistema, ne ha sfruttato le caratteristiche per scardinare gli equilibri di potere vigenti, occupando in diverse tappe tutti i centri nevralgici dello stato, fino a volersi identificare completamente con esso.

Per comprendere la parabola dell’AKP non è dunque utile cercare un momento di svolta nella sua strategia politica, e neppure ipotizzare piani segreti di “islamizzazione strisciante”. L’Ak Parti si è rivelato in modo evidente per ciò che è in realtà sempre stato: il punto di arrivo di una tradizione politica che non ha mai avuto nulla di democratico, almeno nel senso con cui questo termine è abitualmente inteso.

Chi è Carlo Pallard

Laurea magistrale con lode in Scienze storiche presso l'Università degli studi di Torino, con tesi dal titolo "Da impero a nazione. Ziya Gökalp e la nascita della Turchia moderna". È autore, assieme a Matteo Bergamaschi, del volume Dire io. Sulla questione identitaria del mondo post-moderno, Aracne editrice, Roma 2012. Parla turco, inglese e azero. E' nato a Torino nel 1988.

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