SERBIA: Belgrado, la stazione e le storie in sosta

di Nataša Vučković

Stazione di Belgrado, luogo di passaggio nel quale nessuno si ferma più del tempo di un caffè per poi rimettersi in viaggio, è ,invece, un luogo dove qualcuno ha deciso di sostare, sedersi per tirare il fiato nell’attesa di capire dove andare, nell’attesa di decidere dove sia meglio piantare le radici per il proprio futuro ed il futuro dei propri figli.

Così, nel parco che separa la stazione di arrivo e quella di partenza della capitale serba, ma anche in altri numerosi parchi belgradesi, sempre più frequentemente si incontrano centinaia di profughi che quotidianamente vi soggiornano. Si tratta di uomini, donne e bambini provenienti dalla Siria e da altri territori colpiti dalla guerra, come l’Eritrea, la Somalia, l’Iraq e l’Afghanistan. Uomini, donne e bambini dalle gambe affaticate, con gli occhi stanchi e lo sguardo perso nel vuoto, perso in un’infinita attesa di un domani migliore, nella speranza di un gesto umanità.

Una grossa percentuale di queste persone dopo qualche giorno di sosta all’ombra degli alberi belgradesi si incammina nuovamente per raggiungere quanto prima l’obbiettivo comune: i paesi economicamente più sviluppati dell’Unione Europea. C’è, però, chi per giorni, sopraffatto dalla stanchezza, permane più a lungo nella capitale, sommandosi alle centinaia di migranti che varcano i confini di questa città ogni giorno soggiornando qui in condizioni disumane.

Sono tanti nei pressi della stazione: dormono sull’erba bruciata dal sole, dormono sopra cartoni che con qualche goccia d’acqua non hanno bisogno di molto tempo per disintegrarsi, sulle dure e scomode panchine dei parchi, sotto le tettoie dei garage… abbandonati a se stessi e al proprio destino, come se non fossero degni di essere aiutati nella lotta per la vita, che da mesi conducono.

In mezzo a centinaia di profughi siriani, iracheni, afghani e provenienti da altre sanguinose terre, non è difficile trovare qualcuno che ha voglia di raccontarti tutto ciò che ha passato. Senz’altro le loro storie personali fanno luce sulle cause dell’esodo, su chi loro siano, e sulle ragioni del loro faticoso viaggio.

Aisha, una dolce bambina di soli due mesi, ha già visto la sua vita essere messa in pericolo: è nata nella colonna dei profughi; in un gommone ha attraversato le potenti onde del mare riuscendo ad arrivare in Grecia; tra le braccia della sua mamma ha sfidato le barriere della polizia macedone. Oggi dorme per strada, come altri bambini qui, accampata nel parco vicino alla stazione degli autobus di Belgrado.

“È nata in Turchia, un mese dopo che siamo fuggiti dall’Afghanistan. Dorme e cresce, non la sveglierebbero le bombe. Qui c’è anche la bambina di mio fratello. Abbiamo sette bambini; loro adesso sono liberi, perché qui siamo chilometri e chilometri lontani dagli oppressori”, dice Omed Muhrim, un profugo dell’Afghanistan. Nella loro casa non c’è più nessuno. La famiglia Muhrim un passo dopo l’altro è sempre più lontana da Kabul. Due fratelli con le loro mogli, i loro figli, insieme alla famiglia della sorella, sono scappati perché i talebani hanno rapito loro il fratello. Gli sarebbe toccato lo stesso destino, per questo si sono incamminati lungo la colonna dei profughi. “Io e mio fratello siamo orefici, una volta avevamo il nostro negozio. I talebani ci hanno preso tutto, ci hanno sparato, uno dei nostri fratelli è stato ferito, un altro l’hanno rapito, penso che non lo rivedremo mai più”, dice Omed.

Non molto lontano dalla famiglia Muhrim troviamo il siriano Said, preoccupato per il futuro della propria moglie, dei loro tre bambini e degli zii della moglie. Esausti dalla fame, si sono riuniti attorno al primo pasto dopo due giorni a digiuno: “Siamo fuggiti dalle rovine di Damasco. Siamo vivi per miracolo, abbiamo viaggiato per mesi, e poi qualcuno ci ha anche derubati nel campo a Preševo [alla frontiera sud della Serbia, ndr] mentre dormivamo”, dice Said. Ad aiutare lui e la sua famiglia nella raccolta dei soldi per i biglietti dell’autobus, che porti da Belgrado al confine ungherese, sono proprio coloro che non potrebbero meglio capire questo dolore, gli altri profughi.

Nel parco, accanto alla stazione degli autobus di Belgrado, ogni piccola e singola piazzola ha da raccontare la sua storia – si tratta di racconti molto dolorose e ognuno di questi comincia nel medesimo modo: sono fuggiti dalla sfortuna, ma continuano ad andare avanti affinché anch’essi possano trovare, almeno un po’, di fortuna.

Foto: Julia Druelle, Twitter

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