I ragazzi delle Porte Palatine. Storie di migranti a Torino

Poi ti giri un attimo e i tuoi occhi si inondano di bellezza. Tu che ti vanti di aver visto mezza Europa e un pizzico del resto del mondo rimani incantata di fronte alle Porte Palatine, alla Manica Nuova di Palazzo Reale e al Duomo di Torino nel momento in cui la luce del sole si ritira per lasciare spazio a quelle artificiali. Ed è esattamente un secondo dopo che ti chiedi: sarà per loro un conforto vivere in un luogo così bello, proprio nel giardino all’interno del Parco archeologico, i cui cancelli la sera vengono chiusi a proteggere una pace precaria?

È una domanda un po’ stupida, buttata lì per consolarti del fatto che non ancora abbastanza si è fatto per quei 49 ragazzi pakistani, ma due non lo sono, ci sono anche un iraniano e un palestinese, che da luglio hanno stazionato in quella fetta di città. Ci sono voluti alcuni ragazzi, che le burocrazie sociologiche chiamerebbero di “seconda generazione”, a rimescolare le carte due settimane fa.

Una merenda nel prato in un sabato di fine estate per far conoscere la situazione di questi giovani uomini giunti a piedi dal Pakistan, in fuga da un’area occupata dai talebani, dove il rischio di vita era diventato una preoccupazione quotidiana.

In quel giorno di sole sono arrivati in tanti con generi di conforto, abiti, coperte e disponibilità all’ascolto e da quel momento si è formato intorno a loro un gruppo eterogeneo, ma molto compatto, desideroso di trovare per tutti una sistemazione al coperto, cure mediche e un po’ di sollievo nell’attesa di risolvere l’emergenza. Uno sceneggiatore non avrebbe potuto immaginare nulla di meglio: molti giovani e diversi lavoratori, un artista e un leader suo malgrado, tre medici, l’assessore all’integrazione, chi ha voglia di preparare il tè e chi pensa ai libri, chi ha smistato gli abiti e anche il rettore del Politecnico, che ha promesso di trovare una soluzione per due studenti di ingegneria. Alcune presenze silenziose sullo sfondo, fra cui si notano i poliziotti che hanno sede proprio lì accanto, che vigilano, ma hanno anche ceduto qualche sacco a pelo, i medici che hanno atteso alcuni di loro al pronto soccorso, qualche intollerante a parole, che però si è premurato di far pervenire una cena calda per tutti.

Lo stesso sceneggiatore avrebbe, però, accelerato il lieto fine e lo avrebbe predisposto per tutti. Grazie all’impegno profuso, soprattutto dall’assessore, molti dei 49 ragazzi hanno trovato adeguate sistemazioni e nei prossimi giorni altri avranno un tetto sotto cui vivere, ma nuove persone si sono aggiunte al numero di coloro che vivono alle Porte Palatine e la situazione si fa fluttuante e incerta.

Il gruppo di volenterosi ha dovuto scontrarsi con alcuni ritardi delle istituzioni, confusione nella comunicazione dei dati dei ragazzi, slanci di generosità che rischiano di creare intoppi (troppi abiti non si possono sistemare all’aperto), errori di comunicazione (solo pochi di loro parlano l’inglese). Eppure in tutti questi giorni il gruppo non si è perso, sono nate belle amicizie con i ragazzi, a tutti sono state fornite informazioni per muoversi nel complesso tessuto della città, nel rispetto della legalità, non cedendo alla tentazione di scorciatoie burocratiche e umane.

La sfida condivisa è quella di trovare adeguata sistemazione a questi 49 giovani uomini, ma anche di individuare percorsi di orientamento utili per quanti arriveranno in seguito, evitando le strozzature di un periodo all’aperto, senza protezione, favorendo in tempi ridotti le pratiche per il riconoscimento dello status di rifugiati o per il rilascio di un permesso di soggiorno.

Nel caldo pomeriggio di ottobre H. si è seduto in un angolo a dialogare con uno dei suoi nuovi amici. Nessuno direbbe che vive all’aperto da mesi, che ha attraversato quasi due continenti per arrivare nel cuore del quartiere romano di Torino, passando dalla Turchia e dalla Grecia attraverso i Balcani e l’Ungheria, scegliendo l’Italia fra tutti luoghi attraversati. Trascorre le sue giornate nelle aule studio dell’università, gliele hanno indicate due delle ragazze ideatrici della merenda, perché si sta preparando per il test d’ingresso che il Politecnico ha offerto a lui e al suo compagno di avventura.

La sera sta calando, inizia a fare freddo, il panorama si illumina della sua bellezza e tu ti allontani, essendo ben a conoscenza dell’ennesima notte all’aperto che li aspetta. Li affidi alla bellezza del luogo e alla generosità di alcuni e, mentre torni nella tua casa calda e già pregusti la cena alla tua tavola, ti perdi nei sogni che potrebbero essere quelli di una mamma: tra qualche anno tornerò insieme ad H. alle Porte Palatine per una passeggiata, a festeggiare la sua laurea o il suo primo impiego.

Foto: La Stampa

 

 

 

Chi è Donatella Sasso

Laureata in Filosofia con indirizzo storico presso l’Università di Torino. Dal 2007 svolge attività di ricerca e coordinamento culturale presso l’Istituto di studi storici Gaetano Salvemini di Torino. Iscritta dal 2011 all’ordine dei giornalisti. Nel 2014, insieme a Krystyna Jaworska, ha curato la mostra Solidarność nei documenti della Fondazione Giangiacomo Feltrinelli di Milano. Alcune fra le sue ultime pubblicazioni sono: "La guerra in Bosnia in P. Barberis" (a cura di), "Il filo di Arianna" (Mercurio 2009); "Milena, la terribile ragazza di Praga" (Effatà 2014); "A fianco di Solidarność. L’attività di sostegno al sindacato polacco nel Nord Italia" (1981-1989), «Quaderni della Fondazione Romana Marchesa J.S. Umiastowska», vol. XII, 2014.

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