Un numero identificativo sulle braccia. La crisi dei migranti e la banalità del male

Il male è una cosa banale. La sua banalità lo può far sembrare, talvolta, innocente. E l’innocenza del male sta nel fatto che spesso esso è soltanto l’applicazione di una norma, chi lo compie obbedisce a una regola, a un ordine.

Un numero sul braccio

Così avviene che una gentile signora, divisa mezze maniche della polizia di frontiera, cappellino in testa con la scritta “Policie” e pennarello in mano, scriva un numero identificativo sulle braccia dei migranti in arrivo alla stazione di Breclav, nella Moravia del Sud. Niente divise brune, niente passi dell’oca, e il paragone con Auschwitz pare persino eccessivo. Però è bene farlo, questo paragone, tenendo conto del contesto e delle proporzioni.

Scrivere un numero identificativo su un braccio, in Europa, non è un gesto qualsiasi. La memoria non può che andare alla Seconda guerra mondiale e alla barbarie nazista. Certamente il burocrate che ha deciso che era bene scrivere un numero sulle braccia dei migranti, non ci ha pensato alla barbarie nazista, altrimenti non lo avrebbe mai fatto. Evidentemente nemmeno i suoi consiglieri, l’ufficio immigrazione, la polizia di frontiera ci hanno pensato, e la cosa è stata fatta, così, in modo innocente. Ma è proprio non averci pensato il problema. Abbiamo dimenticato? Abbiamo mai davvero ricordato?

Il muro

Il governo ungherese ha deciso di erigere un muro sulla frontiera con la Serbia per impedire ai migranti di entrare nel paese. La difesa, però, non regge e non può reggere. Lo sappiamo da centinaia di anni che i muri non servono. E non serve la polizia a respingere con gli idranti, l’esodo non si può arrestare in questo modo. Al netto del valore simbolico, certo non secondario, quella di erigere un muro contro i migranti è una decisione che rivela, da un lato, l’estrema stupidità del governo magiaro e, dall’altro, la totale mancanza di idee su come gestire questa crisi. L’erezione di quel muro è una manifestazione di impotenza.

I treni verso i campi

Alla stazione di Budapest erano centinaia i migranti in attesa dei treni diretti verso l’Austria e la Germania. La polizia, su ordine del ministero degli Interni, è intervenuta chiudendo la stazione al fine di identificare i migranti e portarli in un centro di accoglienza. La confusione che ne è seguita ha reso impossibile l’identificazione. Allora si è deciso di lasciarli partire, ma era un inganno. Il treno si è fermato poco dopo Budapest, a Bicske, dove si trova un centro di identificazione ed espulsione. I viaggiatori europei sono stati fatti salire su altri treni, i giornalisti sono stati allontanati. La tensione è subito salita e la resistenza passiva dei migranti ha finora reso impossibile il loro trasferimento nel campo. La polizia non interviene e i migranti restano asserragliati sul treno, ma per quanto? Anche in questo caso il paragone con i treni diretti ai campi di sterminio è sicuramente fuori luogo, ma è l’inganno che inquieta. Oggi come allora si fa salire la gente su un treno e la si porta in un campo di detenzione con l’inganno. Un potere che inganna non è un potere democratico.

Il regolamento di Dublino ha fallito

Identificare, raccogliere, valutare le domande e rispedire indietro chi non ha diritto: questo prevede il regolamento di Dublino III, che stabilisce le norme in merito all’immigrazione e diritto di asilo nei paesi membri dell’Unione Europea. Secondo il regolamento è il paese di primo ingresso a doversi occupare del procedimento. Ma molti paesi di primo ingresso, tra cui il nostro, ben sapendo di non essere la meta prescelta dai migranti, hanno chiuso entrambi gli occhi. La stessa cosa hanno fatto i paesi del Balcani, come Macedonia e Serbia, limitandosi a “lasciar passare” i migranti. Un gesto descritto talvolta come pietoso che è invece la massima espressione del menefreghismo.

I popoli europei non ne vogliono sapere di queste persone, 200mila secondo le stime, e appoggiano i loro governi nel rifiutare la redistribuzione dei migranti in base a quote da destinarsi a ciascun paese, così da non gravare su quelli che si trovano maggiormente coinvolti nelle rotte migratorie. La Slovacchia è arrivata a chiedere di ricevere solo “migranti cristiani”. L’Ungheria, per bocca del suo controverso primo ministro, sostiene che il suo paese è già stato governato dai musulmani (ovvero gli ottomani) e la cosa non si ripeterà. Le autorità ceche presentano i migranti all’opinione pubblica come fossero dei criminali invasori, e l’estrema destra è in piazza. Nemmeno l’Europa occidentale è immune da questa isteria collettiva. In fondo un nemico fa comodo, c’è pur sempre una crisi economica che dura da sette anni senza che nessuno faccia nulla per risolverla, meglio che l’opinione pubblica sfoghi i suoi furori altrove.

Le norme scritte sulla carta si possono aggirare facilmente. Lo scaricabarile dei paesi europei dimostra la totale mancanza di responsabilità di quei governi e il loro disprezzo verso la vita umana. Il regolamento di Dublino non basta, non serve, e nuovi accordi andrebbero trovati. Ma non si vuole trovarli. Non c’è da stupirsi, dunque, se si assistono a scene come quelle di Breclav. Il tutto, naturalmente, nel rispetto dei regolamenti.

Conclusione apocalittica

Da anni, su queste colonne, lamento della crisi morale d’Europa. Una crisi che alimenta quella economica, e a sua volta ne viene alimentata, in un circolo vizioso che fa il gioco dei populisti di ogni paese e colore politico. Indignarsi di fronte alle immagini di bambini spiaggiati, nell’affannosa rincorsa a un buonismo che mascheri la nostra indifferenza, serve forse a farci sentire ancora “umani”, ma l’Europa – noi europei – siamo di nuovo dentro una di quelle fasi storiche che si concludono solo attraverso la palingenesi del trionfo del male. Quando tutto sarà poi distrutto, ci rifonderemo su idee nuove chiedendoci, ingenuamente, come è stato possibile? Alla stazione di Breclav i nostri nipoti troveranno forse qualche risposta.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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