La fine del potere politico, l’UE e il capitalismo finanziario

Il nuovo secolo è cominciato da quindici anni ma quello vecchio, con le sue fortissime categorie interpretative, determina ancora il nostro modo di vedere il mondo. Così, tra i molti abbagli che prendiamo quando cerchiamo di descrivere il presente con gli strumenti del passato, c’è quello di pensare alla politica internazionale come a una serie di relazioni tra stati. Questo non è più vero. Non dovremmo più parlare di Francia, Italia, Polonia, India, Russia o Stati Uniti, queste entità non esistono più per come siamo abituati a pensarle, cioè come massime espressione del potere. Esse rappresentano il potere politico ma questo, nel nostro tempo, non vanta più alcuna primazia.

Non si intende qui sostenere che esista un governo mondiale occulto che tutto gestisce nell’ombra, e che abbia un suo disegno totalitario e segreto, una sua teleologia. Sarebbe una spiegazione troppo facile e consolatoria. Consolatoria perché ci priverebbe della responsabilità e necessità dell’impegno individuale nel far sì che il sistema cambi: se è occulto e segreto, è irraggiungibile, e quindi non possiamo farci niente. Possiamo invece fare qualcosa cominciando a chiamare le cose con il loro nome, e un nome in particolare interessa chi scrive.

L’ascesa del capitalismo finanziario

Si diceva che il potere politico degli stati non vanta più alcuna primazia. Il potere reale è quello del capitale finanziario, ovvero di quella parte del capitale destinata alla speculazione e non utilizzato a scopi commerciali o produttivi. Il capitale finanziario è, per sua natura, veloce e transnazionale. Esso ha cioè la necessità di spostarsi da mercato a mercato alla ricerca delle più favorevoli condizioni al suo sviluppo. Rappresentando la quasi totalità del capitale mondiale, esso ha enorme impatto sui governi nazionali. Negli ultimi cinquant’anni il fenomeno del capitalismo finanziario ha assunto proporzioni ragguardevoli: intorno al 1970, circa il 90% del capitale coinvolto nelle transazioni economiche internazionali veniva utilizzato a scopi commerciali o produttivi e soltanto il 10% a scopi speculativi (World Bank). Oggi le cifre si sono invertite e la quasi totalità del capitale mondiale è utilizzato per la speculazione. Questo ha segnato la fine del capitalismo industriale a favore del capitalismo finanziario. 

SI LEGGA: Del come l’economia ha esautorato la democrazia facendo da paravento per le politiche del rigore

Il problema non è il libero mercato ma la troppo libera finanza. Questo per chiarire che il liberismo in sé non è il male né il problema, e che anzi è un sistema economico perfettamente integrabile con il socialismo.Chi scrive, insomma, non vuole riproporre l’usata antinomia “capitalismo vs socialismo che è cosa dello scorso secolo, se non precedente, e in quanto tale non consente una piena comprensione dei fenomeni contemporanei.

Sappiamo tutti che fino agli anni Settanta il capitalismo finanziario era regolamentato. Poi cosa avvenne? Anzitutto la fine del sistema di Bretton Woods, sorto nel 1944, con il quale gli Stati Uniti avevano eletto se stessi a “banchieri” del mondo post-bellico, facendo del dollaro la valuta mondiale e fissandolo all’oro diventando così il punto di riferimento per le valute degli altri paesi. La fine di Bretton Woods aprì la strada alle speculazioni sulle valute e a notevoli fluttuazioni degli scambi finanziari. La caduta del blocco sovietico aprì nuove possibilità a queste speculazioni ma è stata la digitalizzazione degli scambi a segnare il trionfo del capitalismo finanziario. Oggi è possibile trasferire i capitali via rete a velocità impressionanti. Il capitale finanziario, dicevamo, ha come necessità la mobilità. Nell’era digitale le sue capacità di movimento sono divenute illimitate.

Alla finanza non conviene la crescita

In un sistema siffatto la comunità internazionale che gestisce questi investimenti ha un potere di veto su tutto ciò che un governo nazionale può fare poiché è sufficiente portare via i capitali da quel paese per provocare una recessione. Cosa che qualsiasi governante vuole evitare, e per evitarla non ha altra scelta che assecondare le necessità del capitale finanziario. Ecco perché gli stati, come entità di potere, non esistono più. Prima di vedere cosa c’è al loro posto, ancora una digressione.

Il capitale finanziario che specula sulle valute non ama l’inflazione perché fa diminuire il valore del denaro posseduto. L’inflazione generalmente aumenta a causa di misure economiche espansive, vale a dire di stimoli e investimenti pubblici all’economia in modo da farla crescere. Ma al capitale finanziario non piace la crescita la economica perché porta inflazione.

La concentrazione del potere 

Ci chiedevamo cosa c’è al posto degli stati, quali sono gli organismi che oggi detengono una forma di potere. Abbiamo assistito, negli ultimi vent’anni, alla nascita o l’affermarsi di organismi sovranazionali basati su accordi commerciali e finanziari: Nafta, Unasul, Ecowas, Unione Europea e oggi Eurasec sono esempi di questi organismi, unitamente a organizzazioni finanziarie come il Fondo monetario internazionale, la Banca mondiale, la Banca interamericana di sviluppo, l’Organizzazione mondiale del commercio (WTO) e la recentissima New development Bank promossa dai BRICS.

Sono tutti organismi che, in diversa misura, favoriscono gli interessi del capitalismo finanziario e concentrano su se stessi il potere economico sganciandolo progressivamente dalla politica, cioè dalla possibilità da parte dei cittadini di partecipare e determinare le scelte di politica economica. Tali scelte vengono trasferite a livelli più alti, sottraendoli al controllo democratico e, più in generale, al controllo delle popolazioni. Per farlo, queste istituzioni si appoggiano a tecnocrati svincolati da qualsiasi mandato (e responsabilità) politica.

L’Unione Europea, speranza mal riposta?

In Europa stiamo attraversando una crisi che ha molte ragioni, impossibile qui elencarle tutte. Coloro che sostengono che solo facendo più deficit, quindi più debito pubblico, gli stati potranno tornare a crescere risolvendo così recessione e disoccupazione, sostengono implicitamente la revisione dei trattati europei che impongono precisi limiti al deficit. Tali limiti si devono anche (certo, non solo) alla necessità di tenere a bada l’inflazione nemica, anzitutto, del capitalismo finanziario.

Il sistema della moneta unica è forse la più concreta rappresentazione del vincolo che impone agli stati europei politiche economiche recessive ma, date le premesse di cui sopra, non sembra essere la moneta il problema principale. Anche i paesi che hanno valute nazionali, come la Russia, sono vittime del capitalismo finanziario. Lo spazio di manovra da parte dello stato è, anche in quel caso, risicatissimo per quanto agli occhi di un europeo possa sembrare già molto.

La speranza che l’Unione Europea si trasformi in un superstato capace, dall’alto della sua forza economica, di fronteggiare il golem del capitalismo finanziario sembrano mal riposte: se è vero che negli anni il parlamento europeo ha chiesto e ottenuto sempre maggiori responsabilità politiche (comunque ampiamente insufficienti a fare dell’Unione Europea un organismo democratico), è altresì vero che la realizzazione di uno spazio di libero scambio euro-americano, di cui si discute da tempo, potrebbe portare alla ulteriore caduta di barriere a difesa dell’economia cosiddetta reale favorendo le necessità dell’ormai onnipotente capitalismo finanziario.

Conclusione

L’economia non è una scienza esatta, anzi non è nemmeno una scienza. Essa è un modo per rappresentare il mondo, o per spiegarlo. La matematica, cui sempre più spesso economisti a corto di idee si appoggiano, può dimostrare l’esattezza di una proposta ma non la sua utilità per la società. Questa è argomento su cui la politica, cioè l’insieme dei cittadini, deve pronunciarsi e su cui anche un giornalista può ben esprimersi. Essendo l’economia una scienza umana, figlia della filosofia, essa è non solo fallibile ma soggetta all’ideologia, cioè all’insieme di valori e opinioni di un gruppo sociale. Che sia meglio Keynes, Marx o Van Hayek è questione d’opinione, non di matematica. E’ il dogmatismo che uccide l’economia, come ogni cosa. E oggi di quel dogmatismo siamo vittime. Saperlo non è già una soluzione al problema, ma forse un passo in avanti verso la sua comprensione.

Fonti e suggestioni:

  • Luciano Gallino, Finanzcapitalismo, Torino: Einaudi 2011
  • Zygmunt Bauman, Capitalismo parassitario, Bari, Laterza 2011
  • Joseph A. Schumpeter, Capitalismo, socialismo e democrazia, ETAS, Milano 2001
  • Naomi Klein, Shock economy. L’ascesa del capitalismo dei disastri, Milano, Rizzoli 2007
  • Noam Chomsky, I padroni dell’umanità. Saggi politici (1970-2013), Ponte alle Grazie 2014
  • John Maynard Keynes, Sono un liberale? Adelphi 2010

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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3 commenti

  1. Sono quasi totalmente d’accordo sul contenuto dell’ articolo tranne sull’ ultima parte quando cioè il giornalista afferma che l’economia è una ………figlia della filosofia…….ecct Le cause della crisi odierne sono si da ricercare sulla supremazia della finanza sulla politica favorita dallo sviluppo digitale , ma a mio parere la vera ragione della attuale situazione ….è da ricercare sulla sempre piu assenza da parte dell umano dell’ etica cioè di quei valori che garantivano una certa fiducia nei rapport tra le parti.Ora invece assistiamo causa il venir meno dell etica sopratutto nel mondo anglosassone operazioni finanziare speculative totalmente sganciate dal cercare di creare benessere sociale ma invece soddisfare fabbisogni di pochi perche non siamo tutti uguali e se necessario anche scatenando guerre….

  2. Pur avendo 67 anni, da un bel po’ mi applico a cambiare “le mie categorie interpretative”- perlomeno dalle vicende finanziare argentine e dalla privatizzazione della Germania dell’Est e della Russia – e il quadro che lei descrive è lampante perfino per una cittadina qualsiasi come me, che però si… applica, per antica abitudine. Però, anch’io ho dei problemi con la sua conclusione, vaga e anche oscura: “Questa è argomento su cui la politica, cioè l’insieme dei cittadini (?), deve (?) pronunciarsi (? – quando,dove, in che modo..) e su cui anche un giornalista può ben esprimersi (?). Inoltre, “opinione” non vuol dire niente, al di là del gioco di parole con la matematica; si dovrebbe discutere di obiettivi e di mezzi. E penso che sia argomento politico più che etico, anche perché l’etica è campo opinabile. Dogmatismo, vale a dire pensiero imperante: economisti, politici, giornalisti, ognuno ci ha messo del suo per farlo imperare, nel migliore dei casi una bella dose di cecità; e noi cittadini? affaccendati, comodi e pigri, certo, ma in ogni caso impotenti -o incapaci. CHE FARE?

  3. Grazie per questa chiara esposizione, che mette in luce i nessi tra l’abnorme crescita delle transazioni finanziarie e la conseguente pressoche’ totale perdita di potere da parte degli stati sovrani. Proprio alla luce di quantoesposto, resta da chiarire un punto: quale potere resta ai cittadini in questa situazione.

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