TURCHIA: Il gioco sporco di Ankara, colpire i curdi con la scusa dell’ISIS

“Non è possibile proseguire il processo di pace con coloro che minacciano la tua sicurezza” ha dichiarato il presidente turco, Recep Tayyip Erdogan, riferendosi ai curdi colpevoli, secondo lui, di avere violato il cessate il fuoco. Convocando un incontro d’urgenza con i partner della NATO, Erdogan ha cercato un appoggio militare per i raid turchi diretti a colpire le postazioni dell’ISIS. Già lo scorso 24 luglio gli F-16 di Ankara si sono levati in volo per colpire le postazioni dell’ISIS oltre il confine, nei pressi della città siriana di Kilis, ma a essere bombardate sono state soprattutto le posizioni curde.

Nello stesso giorno la polizia turca dava il via a una operazione finalizzata a sgominare le cellule jihadiste presenti sul suolo turco tuttavia, anche in quel caso, a essere arrestati sono state soprattutto persone accusate di far parte del PKK, il partito curdo dei lavoratori che Ankara (ma anche gli Stati Uniti e l’UE) hanno inserito nella lista dei movimenti terroristici.

Il gioco del governo turco è quindi apparso subito chiaro. Colpire l’ISIS non è stata, fin qui, una priorità di Ankara e la mutata strategia serve come schermo al reale obiettivo, ovvero le milizie curde stanziate oltre il confine. La NATO ha masticato la foglia ma ha fatto buon viso a cattivo gioco. Al termine del summit voluto da Ankara, il segretario generale Jens Stoltenberg ha dichiarato che “la NATO condanna fermamente gli attacchi terroristici subiti dalla Turchia, ed esprime le proprie condoglianze ai famigliari delle vittime di Suruc e a quelle dei poliziotti e soldati uccisi”. Quindi l’alleanza atlantica condanna sia gli attacchi dell’ISIS che quelli del PKK, pur non impegnandosi al fianco di Erdogan nell’attacco a questi ultimi. L’accordo raggiunto tra la Turchia e la NATO prevede una cooperazione “primariamente finalizzata all’aiuto dei ribelli arabi siriani impegnati nella lotta all’ISIS e stanziati nei pressi della frontiera turca”. Gli arabi, quindi, non i curdi.

Francis J. Ricciardone, già ambasciatore Americano in Turchia e oggi direttore del Rafik Hariri Center for the Middle East presso l’Atlantic Council in Washington, ha dichiarato che a fare le spese dell’accordo non saranno i curdi siriani, che potranno beneficiare dei bombardamenti di supporto della NATO e del “mutato atteggiamento di Ankara nei loro confronti”, concludendo che il governo turco “sembra aver accettato l’atteggiamento occidentale di differenziare tra il PKK e i curdi siriani”. Il PKK, ha dichiarato, “è un gruppo terrorista mentre i ribelli curdi in Siria sono alleati di Washington”. In parole povere, la NATO ha accettato implicitamente che i turchi bombardino il PKK, purché bombardino anche l’ISIS. Più freddo il commento del primo ministro turco Devatoglu: “i curdi siriani non ci riguardano da vicino come i fondamentalisti islamici e il PKK”. Insomma, per Ankara non sono un obiettivo immediato ma certo il governo turco non li appoggerà, anche perché la creazione di uno stato curdo ai suoi confini è percepita come una minaccia a causa delle ripercussioni che avrebbe sui curdi di Turchia.

Erdogan ha poi intimato il parlamento a “togliere l’immunità parlamentare a quei politici legati ai terroristi”, riferendosi evidentemente ai membri dell’HDP critici verso la rottura del processo di pace. L’HDP, partito democratico del popolo, è stata la rivelazione delle recenti elezioni politiche e rappresentano una spina nel fianco per il partito di Erdogan, che a causa loro ha perso la maggioranza assoluta dei seggi.

Ma quello che preoccupa di più la NATO è che l’impegno militare turco contro i curdi possa, da un lato, indebolire la resistenza curda all’ISIS e, dall’altro, complicare le relazioni di Washington con le milizie curde in Siria. Accettando il gioco sporco di Ankara, l’alleanza atlantica rischia di vedere compromessa la sua strategia. La Turchia, invece, ottiene l’avallo internazionale per bombardare il PKK e, conseguentemente, indebolire i curdi siriani dell’YPG e conquista una posizione di vantaggio rispetto agli alleati costretti ad accettare le pretese turche in cambio di un maggiore impegno militare contro i fondamentalisti.

Solo col tempo sapremo se davvero la Turchia attaccherà l’ISIS o si limiterà a intervenire contro i curdi. Finora ha lasciato che le due parti si ammazzassero a vicenda restando a guardare anche quando la città di frontiera di Kobane cadeva nelle mani dell’ISIS. La richiesta, poi rigettata dalla NATO, di creare una zona cuscinetto al di là del confine suggerisce quali siano le ambizioni turche: un’area del territorio siriano da gestire, magari comprendente anche Aleppo. Un’area in cui l’esercito turco potrebbe piazza pulita dei curdi. Un’area su cui poi esercitare una qualche sovranità, magari sul modello cipriota. Una cosa è certa, l’occidente ha accettato di sacrificare il PKK in cambio dell’intervento turco, e potrebbe non essere una buona mossa per le sorti del conflitto.

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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