UCRAINA: La sfida di Praviy Sektor e il rischio radicalizzazione

I recenti scontri armati nella regione occidentale della Transcarpazia hanno sollevato un ampio dibattito non solo sul ruolo delle formazioni paramilitari estremiste all’interno della nuova Ucraina, ma anche sulla capacità del governo di Kiev di rompere i vecchi schemi criminali che continuano a dominare la vita politico-economica del paese. In assenza di risposte sistemiche al contrabbando, alla proliferazione di gruppi criminali, all’illegalità imperante e alla profonda stanchezza sociale, l’episodio di Mukachevo rischia di avere profonde conseguenze politiche per la stabilità del potere centrale.

Praviy Sektor – Tra movimento politico e gruppo paramilitare

Dal novembre 2013 Praviy Sektor riunisce sotto un unico ombrello diverse formazioni di estrema destra formatesi in Ucraina a partire dalla prima metà degli anni novanta. Il suo zoccolo duro è costituito, infatti, da organizzazioni come Trizub, Assemblea Nazionale Ucraina – Autodifesa del popolo ucraino (UNA-UNSO) e Patriot Ukrainy, tutte formazioni piuttosto eterogenee che in comune hanno il forte nazionalismo dalle simpatie fasciste. Agli albori della propria attività Praviy Sektor ebbe un importante ruolo negli scontri con le forze dell’ordine durante gli eventi di Maidan e fu il principale attore di piazza a rifiutare l’ultimo tentativo negoziale tra l’allora presidente Yanukovich e l’ampio fronte dell’opposizione, controfirmato tra l’altro, dai tre ministri degli Esteri tedesco, francese e polacco.

Finita l’esperienza rivoluzionaria di Maidan, Praviy Sektor si è dotato di una vera e propria struttura politica, creando un proprio movimento diretto da Andriy Tarasenko. Ma il successo dell’organizzazione non è stato sancito tanto dal sostegno popolare quanto dall’attività bellica. Nonostante i pochi voti raccolti da Dmytro Yarosh durante le presidenziali del maggio 2014 e il misero 1,8% percento alle successive elezioni parlamentari, la fama dell’organizzazione è cresciuta principalmente a causa dell’impegno nella guerra nel Donbass. Numerosi membri di Praviy Sektor (compreso il suo leader) presero parte, infatti, alla strenua difesa dell’aeroporto di Donetsk, divenuto ben presto simbolo patriottico nella lotta contro il nemico.

Nel giugno 2014, in concomitanza con la formazione dei numerosi battaglioni volontari su tutto il territorio nazionale, il partito si è dotato di un vero e proprio braccio armato creando il “Corpo volontario ucraino” (DUK). Anche se ufficialmente slegato dal movimento, dato che accoglie al suo interno anche i non iscritti, il corpo ha costituito nell’ultimo anno una vera e propria struttura militare che si è andata a mescolare con l’attività politica di Praviy Sektor. Sul piano legale il DUK continua a rimanere indipendente e svincolato dal controllo statale e risponde all’alto comando del partito. Anche se appare difficile avere certezze sui numeri, almeno due battaglioni rimangono nelle zone dell’attività bellica mentre altri diciotto – secondo quanto affermato da Andrey Stempitsky, comandante del Corpo – sono dislocati di riserva nelle altre regioni del paese.

Cosi strutturato Praviy Sektor continua a mantenere una vaga postura ideologica, barcamenandosi tra l’ultranazionalismo di stampo neo-nazista e il patriottismo forgiato dall’esperienza bellica. Sebbene il nocciolo su cui poggia il movimento è chiaramente collocabile all’interno degli ambienti dell’estrema destra est europea, non tutti i simpatizzanti, più o meno attivi, hanno una base ideologica ben definita. L’organizzazione, infatti, continua ad attrarre perlopiù giovani, scontenti del malgoverno, della corruzione dilagante e delle promesse non mantenute dal potere politico. Il vago scopo ufficiale dell’organizzazione è, in effetti, la costituzione di un “governo nazionale degli ucraini attraverso una rivoluzione nazionale”. Questa rivoluzione, ora è chiaro, deve ancora arrivare.

Rapporti complessi

I rapporti tra il movimento e gli organi statali sono stati sin dall’inizio piuttosto difficili. Primo atto di un confronto che si è andato via via radicalizzando è stata la morte di Oleksandr Muzychko, uno dei leader iniziali del movimento, entrato subito in rotta di collisione con il potente Ministro degli Interni Arsen Avakov. Anche se la versione ufficiale recita che Muzychko si è tolto la vita durante il tentativo di arresto da parte delle forze dell’ordine, i rappresentanti di Praviy Sektor hanno continuato ad accusare Avakov come il principale responsabile dell’omicidio.

Altro punto di frizione è stato, più di recente, il processo d’integrazione dei gruppi paramilitari all’interno delle strutture statali. In primavera, seguendo le indicazioni del protocollo di Minsk-2, Kiev ha iniziato un complesso processo d’incorporazione e di disarmo dei numerosi attori irregolari. Nonostante le pressioni del governo, però, Praviy Sektor ha continuato a rivendicare l’autonomia del proprio braccio armato (DUK), rifiutando di sottomettersi al controllo statale. A metà aprile una delle basi di addestramento del movimento, nella città di Dnepropetrovsk, rimase circondata per svariate ore dalla Guardia nazionale, mentre numerosi attivisti minacciavano un terzo Maidan cingendo d’assedio l’amministrazione presidenziale. La situazione, che rischiava di diventare incandescente, fu risolta grazie all’ennesimo compromesso politico. Dmytro Yarosh fu nominato consigliere del comandante in capo delle forze armate e il “Corpo volontario ucraino” mantenne la propria autonomia, pur integrando alcuni dei propri battaglioni nelle file della Guardia nazionale.

Le sfida politica di Yarosh

La sparatoria avvenuta a Mukachevo non mette, però, solo in risalto la crescente contrapposizione tra Praviy Sektor e il governo. Oltre alle numerose manifestazioni a sostegno del movimento che il 21 luglio sono state organizzate nella capitale e in altre città del paese, a Kiev si è tenuto anche il congresso dell’organizzazione. Secondo quanto riportato da Ukrainska Pravda, una delle principali richieste al governo sarebbe l’annullamento degli accordi di Minsk e la totale legalizzazione di tutti i battaglioni volontari ancora non confluiti nelle forze armate. Ma non è tutto. Yarosh ha proposto un referendum a livello nazionale volto a sfiduciare il Ministro degli interni, il presidente e tutto l’esecutivo. “Se il governo non smetterà di reprimere il movimento dei volontari – ha tuonato il leader – Praviy Sektor continuerà ad organizzare atti di disobbedienza civile.” E non solo, verrebbe da dire.

La sfida lanciata da Yarosh comunque potrebbe non andare solo in favore degli estremisti. Ad avvantaggiarsi dell’instabilità in vista delle elezioni locali saranno anche altre organizzazioni politiche, su tutti il Blocco di Opposizione e Ukrop di Kolomoisky, pronti a trarre beneficio dalla debolezza dell’esecutivo e dalla crescente tensione sociale. Ma a poter subire un contraccolpo è anche la posizione internazionale di Kiev. L’instabilità e gli evidenti fallimenti del governo iniziano lentamente a mettere in discussione il sostegno unanime della comunità occidentale alla causa ucraina, mentre Mosca continua a giocare la carta dell’estremismo per giustificare la propria posizione politica nella crisi.

I problemi reali per Kiev

L’episodio di Mukachevo, infine, getta luce sulle problematiche sistemiche che affliggono il paese. L’effettivo controllo sulle numerose strutture paramilitari da parte degli organi statali sembra ancora piuttosto questionabile, fattore che mette in discussione una delle prerogative di uno stato funzionante, il monopolio sull’uso della forza. L’amnistia e il disarmo volontario promosso negli ultimi mesi hanno avuto risultati solamente parziali, mentre si moltiplicano gli episodi di contrabbando di armi dal Donbass verso il resto del paese. La prospettiva di un lento congelamento del conflitto, in effetti, apre nuove problematiche come il ritorno dei combattenti alla vita civile e la proliferazione e contrabbando di armi da fuoco che, secondo alcuni esperti, ha raggiunto oramai “proporzioni industriali”. Nell’ultimo anno il governo si è ampiamente servito dei battaglioni volontari, tollerandone spesso gli eccessi, sia per far fronte all’impreparazione delle forze regolari (praticamente smantellate nel passato ventennio) sia per allentare la “tensione rivoluzionaria” e distrarre le frange più estremiste. Ora, a causa della loro progressiva radicalizzazione e dello stagnante processo di rinnovamento politico, la situazione rischia davvero di sfuggire dalle mani di Poroshenko e Yatseniuk.

Altro punto cruciale rimane la gestione dei rapporti tra centro e periferia. Fin ora la strategia del governo è stata generalmente quella di mantenere inalterati gli equilibri a livello regionale, puntando sui vecchi rapporti consolidati all’interno dell’élite locale. Il sistema basato su corruzione e infiltrazione criminale all’interno delle strutture governative regionali sembra, però, divenuto ormai difficilmente gestibile. Non solo perché i clan che spadroneggiano in alcune regioni come la Transcarpazia sono sempre meno controllabili da Kiev, ma anche per la comparsa di nuovi attori, armati e organizzati, che stanno rivendicando un ruolo e una fetta della ricca torta. L’episodio di Mukachevo potrebbe, in effetti, essere riconducibile ad una vera e propria lotta per il controllo e l’influenza sugli ingenti traffici illegali, comune anche ad altre regioni occidentali del paese. Senza un approccio sistemico il semplice cambio ai vertici delle strutture regionali difficilmente porterà a risultati tangibili.

Il problema concreto non è rappresentato quindi solo dalla radicalizzazione di formazioni armate di estrema destra libere di muoversi sul territorio nazionale, ma anche dal ruolo che esse potrebbero ricoprire (e stanno già ricoprendo) nella formazione dei nuovi equilibri regionali. In un contesto socialmente instabile, conflittuale e con il governo per ora incapace di far fronte a corruzione, contrabbando e traffici illegali, il pericolo più grande appare un’ulteriore feudalizzazione del paese e la definitiva disgregazione dello stato. Forse parlare di un terzo Maidan è ancora prematuro, ma a Kiev c’è poco da star sereni.

Chi è Oleksiy Bondarenko

Nato a Kiev nel 1987. Laureato in Scienze Internazionali e Diplomatiche presso l'Università di Bologna (sede di Forlì), si interessa di Ucraina, Russia, Asia Centrale e dello spazio post-sovietico più in generale. Attualmente sta svolgendo un dottorato di ricerca in politiche comparate presso la University of Kent (UK) dove svolge anche il ruolo di Assistant lecturer. Il focus della sua ricerca è l’interazione tra federalismo e regionalismo in Russia. Per East Journal si occupa di Ucraina e Russia. Collabora anche con Osservatorio Balcani e Caucaso.

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Un commento

  1. …complimenti, articolo veramente illuminante e, soprattutto, super partes, finalmente. Riuscire ad informarsi sulla situazione ucraina, senza che gli articoli siano mere veline di propaganda dell’una o dell’altra parte, e’ impresa ardua, e questo articolo colpisce positivamente proprio per la sua oggettivita’. Complimenti di nuovo.

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