IRAN: L’accordo della discordia. Israele teme il nucleare, Assad brinda

L’accordo sul nucleare iraniano siglato a Vienna lo scorso 14 luglio ha scatenato la puntuale girandola di reazioni. Il governo di Israele usa parole di fuoco, ma l’opposizione incalza e denuncia una gestione sbagliata dell’intero dossier. Forse in Medio Oriente l’unico a brindare alla rimozione delle sanzioni è il presidente siriano Assad.

È presto per dire se e come l’accordo sul nucleare iraniano siglato il 14 luglio cambierà il volto del Medio Oriente negli anni a venire. Le prime reazioni sono arrivate secondo copione. Ma per il momento i timori di Israele, il respiro di sollievo del regime di Assad e la malcelata ira dei sauditi lasciano il tempo che trovano. Nel prossimo futuro protagonista sarà ancora la diplomazia: con le pressioni israeliane sul Congresso americano, con le richieste di ‘compensazione’ degli alleati regionali di Washington, con il cauto riavvicinamento di Teheran all’Occidente.

I falchi israeliani in trincea

Il premier di Israele Benjamin Netanyahu ha bollato l’accordo sul nucleare come un “errore storico”. In sostanza conferma il giudizio che va esprimendo da tempo e che aveva ripetuto anche lo scorso marzo di fronte al Congresso degli Stati Uniti. Per Netanyahu i negoziati non solo non impediscono all’Iran di dotarsi dell’atomica, bensì al contrario lasciano ampi spiragli alla Repubblica Islamica per mettere a punto la tecnologia necessaria. Il punto su cui è maggiore il disaccordo con i negoziatori del gruppo P5+1 è il meccanismo creato per verificare in itinere che Teheran rispetti i patti. Secondo Netanyahu, la clausola obbliga gli ispettori internazionali dell’Aiea (l’agenzia internazionale per l’energia atomica) a dover attendere fino a 24 giorni dalla richiesta prima di accedere ai siti sospetti permetterà all’Iran di ‘ripulirli’ per tempo e tenere nascoste le eventuali violazioni in corso.

Toni ben più duri sono stati usati dal ministro dell’Educazione Naftali Bennett. Per il leader del partito La Casa Ebraica la minaccia di un Iran atomico non riguarda solo Israele ma l’Occidente intero. “Oggi può capitare a noi, domani potrà capitare in ogni Stato sotto forma di bomba atomica da valigetta [un dispositivo nucleare miniaturizzato, ndr] a Londra o New York”, ha dichiarato a caldo. Per poi aggiungere che Israele d’ora in poi difenderà i propri interessi e “farà tutto l’occorrente per difendersi”. La retorica bellicosa di Bennett è dettata almeno in parte da motivi di politica interna. Infatti il ministro 43enne è il principale candidato alla successione di Netanyahu come figura di riferimento della destra israeliana. Come dimostrato dalla recente campagna elettorale, Bennett prova a imporsi come leader sposando posizioni più rigide di quelle adottate da Netanyahu per ampliare la propria base di consenso. D’altronde per Israele l’intesa significa l’impossibilità di usare un Iran nucleare come spauracchio e giustificazione preventiva delle proprie posizioni.

Sgambetto diplomatico al Congresso?

Mentre in pubblico la politica israeliana denuncia compatta l’accordo, a microfoni spenti alcuni esponenti lasciano trapelare insofferenza per come Netanyahu ha gestito il dossier. Yair Lapid, leader del partito Yesh Atid (C’è un futuro) e parte del precedente esecutivo guidato da Netanyahu, ha sottolineato come il premier abbia accentrato su di sé la questione del nucleare iraniano. “Nei due anni che ho passato al governo, non sono state tenute riunioni su questo tema. Gli chiedemmo – Lieberman, Bennett e io – perché non discutessimo della strategia verso l’Iran. Promise di organizzare una riunione, che non si tenne mai”. In pratica sua la gestione, sua la responsabilità.

L’opposizione israeliana invece punta esplicitamente al lavoro diplomatico per bloccare la finalizzazione dell’accordo da parte del Congresso americano. Il leader del partito laburista Isaac Herzog ha annunciato pressioni per ottenere almeno un pacchetto di misure compensative che garantiscano a Israele la superiorità militare nella regione. Il Congresso a maggioranza repubblicana potrebbe tentare di azzoppare l’accordo votando nuove sanzioni o bloccando il sollevamento di quelle già in atto, una misura che costituisce il maggior incentivo per l’Iran a rispettare l’accordo. Tuttavia, il presidente Obama ha già annunciato che userà il potere di veto contro qualsiasi misura tesa a diminuire la portata dell’accordo sul nucleare. E benché molti deputati repubblicani (e non pochi democratici) portino avanti da mesi queste minacce, la realtà è che l’accordo voluto da Obama, in sé, non ha bisogno dell’approvazione del Congresso.

Fine delle sanzioni e nuove strategie

L’altro nodo fondamentale dell’accordo è il sollevamento delle sanzioni. Secondo il testo siglato a Vienna una prima tranche verrà cancellata a breve (probabilmente entro la fine dell’anno), mentre per la seconda infornata l’Iran dovrà aspettare altri 8 anni e rispettare ogni punto dell’intesa. Le sanzioni in oggetto riguardano banche, finanza, prodotti di vario genere, ma anche asset riconducibili ai vertici militari e transazioni da miliardi di dollari congelate anni fa. Anche su questo tema i più espliciti sono gli israeliani, che temono che questi fondi vengano ampiamente spesi dall’Iran per sostenere i suoi alleati regionali (su tutti Hezbollah in Libano). La notizia non rende felici nemmeno i sauditi. Mentre le tv di tutto il mondo interrompevano la programmazione per diffondere in diretta le dichiarazioni dei diplomatici a Vienna, a Riyadh i media lo ignoravano completamente.

Brinda invece il presidente siriano Assad. Il suo regime è sempre più dipendente dagli aiuti militari iraniani, quindi la riabilitazione di figure di spicco dei Pasdaran e del generale Qassem Soleimani, a capo della forza Qods specializzata nelle operazioni all’estero, è per lui una boccata d’aria fresca. Non solo. Il riavvicinamento fra Washington e Teheran ormai non è più soltanto una questione de facto, come ad esempio la cooperazione militare in Iraq nella lotta allo Stato Islamico. All’indomani dell’accordo, infatti, lo stesso Obama ha sostenuto che l’Iran deve necessariamente essere parte di una soluzione politica alla questione siriana. L’affermazione non significa per forza che gli Usa si siano arresi a lasciare in carica Assad, ma certamente non osteggiano più in blocco il regime di Damasco.

Photo credit @lrozen

Chi è Lorenzo Marinone

Giornalista, è stato analista Medio Oriente e Nord Africa al Centro Studi Internazionali. Master in Peacekeeping and Security Studies a RomaTre. Per East Journal scrive di movimenti politici di estrema destra.

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