STORIA: L'Europa del secondo dopoguerra, il continente selvaggio

Nel corso della Seconda guerra mondiale la modificazione dei comportamenti trasformò le genti di un intero continente. Per la sopravvivenza, quello che nell’epoca precedente era considerato illecito assunse una dimensione di normalità. Ai valori e alle credenze di un tempo subentrò un cinismo immorale. La vita non contava più nulla e con la morte si coesisteva con indifferenza.

La punta dell’orrore venne raggiunta nei campi di concentramento e nei campi di sterminio. Quando vennero liberati, gli alleati rimasero scioccati dinanzi al disinteressato distacco con cui i prigionieri ancora in vita conducevano le loro esistenze.

Un ufficiale medico britannico in Germania scrisse in un suo rapporto: “Una donna troppo debole per reggersi in piedi si appoggiava a un mucchio di cadaveri mentre cucinava il cibo che noi le avevamo dato su un fuoco improvvisato; uomini accoccolati in qualunque posto che si liberavano all’aperto della dissenteria che purgava le loro viscere; una donna in piedi completamente nuda che si lavava con un pezzo di sapone con acqua che scendeva da un serbatoio in cui galleggiavano i resti di un bambino…”.

Un continente di orrori, che si moltiplicano man mano che si andava verso est, in quelle “Terre insanguinate” studiate da Timothy Snyder (Rizzoli, 2011). L’Europa era un “Continente selvaggio”, come dice il titolo di un importante studio di Keith Lowe (Laterza, 2013).

E quando la guerra termina non ritorna la “normalità” – e come sarebbe stato possibile? –, in quell’Europa con decine e decine di città rase al suolo, sommersa dai cadaveri di decine e decine di milioni di morti. Una distruzione che non fu solo fisica, ma anche sociale, politica e morale. Un continente selvaggio in cui la legge e l’ordine erano assenti, in cui non esisteva più alcuna istituzione sociale, in cui mancava il cibo e le vie per trasportarlo; in cui non si poteva più comunicare. “Giusto” e “sbagliato” avevano perso ogni significato. La gente rubava qualsiasi cosa. Non c’era più né vergogna né moralità: c’era solo la sopravvivenza.

Sono alcuni anni terribili, quelli che segnano la transizione tra la fine della guerra e l’inizio della ricostruzione delle società. All’est, così come è stata incommensurabilmente più feroce la guerra, il destino sarà tragico, con le popolazione che all’affrancamento dal nazismo non troveranno la libertà, ma molti decenni di totalitarismo sovietico.

Fame, violenze (e milioni di donne stuprate), saccheggi e furti, vendette, segneranno il dopoguerra. E poi le pulizie etniche nell’Europa centro-orientale (soprattutto le espulsioni forzate dei germanofoni) e la sovietizzazione, con il suo portato di deportazioni e imprigionamenti.

Nel giro di qualche anno l’Europa centro-orientale è sovietizzata e il continente è drammaticamente diviso in due. È la Guerra fredda.

Questo periodo storico viene esaminato nell’incontro dibattito “Il continente selvaggio”, che si terrà mercoledì 20 maggio 2015, alle 17,30, a Trento, nella Sala degli affreschi della Biblioteca comunale (Via Roma 55).

Questo incontro è il sedicesimo (e ultimo) del ciclo “La seconda Guerra dei Trent’anni”, organizzato dal Centro Studi sulla Storia dell’Europa Orientale e dalla Fondazione Museo Storico del Trentino.

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