Puškin, la "bella greca" e lo "splendore meridionale" delle terre del Danubio

Nel 1812 la Bessarabia, regione quasi corrispondente con l’odierna Repubblica moldava, venne ceduta dagli Ottomani all’Impero zarista e Chişinău divenne il capoluogo della nuova gubernia. La città era un luogo di frontiera, lontana perciò dai centri nevralgici della cultura russa: proprio per questo motivo, a partire dal 1820, Aleksandr Puškin qui venne inviato in esilio. Il poeta russo visse il proprio periodo moldavo quasi come un nuovo Ovidio: l’area geografica si prestava a questo parallelo (Ovidio era morto a Tomi, l’odierna Costanza) ed egli reagì in modo virulento e provocatorio verso un luogo che considerava ostile. In realtà Chişinău era divenuta una città con una brillante vita di società a causa dell’arrivo di un gran numero di emigrati russi: Puškin assunse atteggiamenti anticonformisti conducendo una vita sregolata e assumendo la posa del Don Giovanni.

L’incontro tra Puškin e Negruzzi

Nel 1821, proprio in quegli anni nelle vicinanze di Chişinău, nel periodo delle rivolte anti-ottomane nei Principati romeni, trovò rifugio un giovane moldavo destinato a diventare uno dei più importanti scrittori romeni dell’Ottocento, Constantin Negruzzi. Il suo vero cognome era Negruţ ma decise di italianizzarlo a causa della sua ammirazione per la nostra tradizione letteraria. Era il periodo in cui una nuova generazione di intellettuali di lingua romena si apriva all’Occidente europeo prendendo come modelli linguistici il francese e l’italiano ma anche la nuova letteratura russa.

Lo stesso Negruzzi racconta in una sua lettera le giornate trascorse con Puškin e l’amore di questi per una donna greca, Calipso. Le due figure romantiche attirano la sua attenzione: «un uomo giovane di mezza statura, con un fez sulla testa e una giovane ragazza alta, avvolta in uno scialle nero, che incontravo tutti i giorni in un giardino» (tutte le traduzioni qui presenti sono personali). Alcuni hanno messo in dubbio la veridicità dell’incontro e forse Negruzzi ha semplicemente desiderato accentuare la propria autorità di traduttore e imitatore di Puškin in lingua romena.

Il riferimento a Calipso e al suo scialle nero richiama alla mente, infatti, la splendida romanza di Puškin che porta proprio questo titolo e che venne tradotta in romeno da Negruzzi e pubblicata a Bucarest nel 1836. Lo scialle nero è la narrazione in prima persona in forma di ballata popolare di una storia di amore, gelosia e morte sulle acque del Danubio. Negruzzi, nella sua traduzione, inserisce alcune aggiunte e crea, in parte, una poesia nuova e originale. La bella greca è sensuale e mediterranea proprio come Calipso:

Quando ero giovane amavo teneramente
una dolce greca dai capelli splendidi,
con le ciglia nere, il volto rubino
e il corpo armonioso;
allora credevo facilmente nell’amore
e non conoscevo nessuna amarezza.

mentre il giovane assassino vivrà nei rimorsi per il gesto commesso:

Da allora non ho più avuto un minuto, un’ora
di amore, di pace, ma solo dolore;
non possiedo più quegli occhi neri da baciare dolcemente,
la mia vita è un gemito!
Osservo in silenzio quello scialle nero
e la mia anima triste è inconsolabile.

«Ho lasciato la mia Moldavia e sono arrivato in Europa»

La Moldavia fu per Puškin un’occasione per conoscere la cultura gitana: l’esperienza diretta portò alla creazione del poema Gli zingari, che descrive proprio le popolazioni zingare di Moldavia e dove un giovane russo, Aleko, vive una furiosa passione per una gitana giungendo a ucciderla per gelosia. Il mondo della frontiera meridionale dell’Impero russo aveva portato Puškin alla scoperta del contrasto doloroso tra le convenzioni della società russa e la libertà sensuale delle popolazioni del Sud, lontane dal mondo della città.

L’addio a Chişinău nel 1823 venne salutato da Puškin come una liberazione da un luogo ristretto e soffocante. Questo atteggiamento, unito alle pose ovidiane da lui adottate in alcuni suoi versi, portarono a una reazione risentita da parte di un intellettuale moldavo di rilievo quale Vasile Alecsandri. Questi gli rispose con tre quartine al vetriolo:

Sei più nero degli zingari,
tu che hai mendicato da noi per anni,
tu che sei stato accolto
e che non ci hai detto neanche “grazie”.

Con doni di pane e di sale,
col vino della nostra cantina
ti abbiamo ospitato. E tu all’alba
ridendo, ci hai cacato sui fiori.

[…] Lo vedi allora? renditene conto:
non sei stato un cavallo arabo ma un PORCO!

Chi è Federico Donatiello

Sono nato a Padova nel 1986, città in cui mi sono laureato in Letteratura medievale. Sono dottore di ricerca sempre a Padova con una tesi di storia della lingua e della letteratura romena. Attualmente sono assegnista di ricerca a Padova e docente di letteratura romena a "Ca' Foscari" a Venezia. Mi occupo anche di traduzioni letterarie e di storia dell'opera italiana.

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