UCRAINA: Stepan Bandera, eroe o criminale? Ma non è questo il punto

C’è un argomento di cui è difficile parlare a causa del gravame ideologico che lo circonda. E’ quello che riguarda il ruolo di Stepan Bandera, un ruolo significativo tanto nella passata quanto nella recente storia ucraina. Chi è Stepan Bandera? Un nazionalista anzitutto che lottò per l’indipendenza del suo paese, l’Ucraina. Fu il leader di un partito nazionalista radicale chiamato “Organizzazione dei nazionalisti ucraini” (OUN) il cui obiettivo era la creazione di uno stato ucraino che comprendesse sia le regioni occidentali (sotto la Polonia) che quelle orientali (controllate dall’URSS). Nato nel 1909 in un minuscolo villaggio dell’Ucraina occidentale assurse per la prima volta all’onore delle cronache (e della storia) quando nel 1934 fu condannato alla pena di morte per l’assassinio del ministro degli Interni polacco,  Bronisław Pieracki. La pena fu commutata in ergastolo.

Nel 1939 venne la guerra, la Polonia collassò e Bandera riuscì a evadere in circostanze poco chiare. Fino al 1941 lavorò a stretto contatto con i nazisti, poi il 30 giugno del 1941, otto giorni dopo l’attacco nazista all’Unione Sovietica, Bandera proclamò a Leopoli la nascita di uno stato ucraino indipendente. Lo fece senza consultare Berlino, e questo gli costò un nuovo arresto e l’internamento al campo di Sachsenhausen. Vi rimase fino al 1944 quando la Germania, ormai sull’orlo della sconfitta, lo liberò affinché organizzasse una resistenza ucraina all’avanzata sovietica. Gli venne dato un ufficio a Berlino e ricevette finanziamenti dai nazisti con i quali creò l’Esercito di insurrezione ucraino (noto con la sigla UPA).

L’UPA combatté sia contro l’Armata Rossa che contro i tedeschi, ma non si risparmiò nei confronti dei polacchi. Ci furono aspri scontri tra l’Armja Kraiowa (la resistenza polacca) e l’UPA poiché i polacchi combattevano per la ricostituzione di uno stato polacco per come era prima della guerra, comprendente anche i territori dell’Ucraina occidentale. L’UPA si rese responsabile di massacri, anche efferati, nei confronti di civili polacchi ed ebrei (ne abbiamo diffusamente parlato qui e qui). Dopo la guerra Bandera rimase in Germania dove morì nel 1959, ucciso da un agente del KGB.

Prima della crisi ucraina e degli eventi di Maidan, la figura di Bandera era poco nota in Europa. Durante le proteste contro il regime di Yanukovich che si svolsero a Kiev e nelle città dell’ovest, l’immagine di Bandera fu portata in processione dai manifestanti che ne fecero un simbolo, recitando gli slogan e i motti dell’UPA: quella contro Yanukovich e la Russia era quindi una nuova “lotta per l’indipendenza”. Fu il presidente “arancione” Viktor Yushchenko a ristabilire, nel 2010, la figura di Bandera cui fu conferito il titolo di “Eroe dell’Ucraina“. Da allora, ogni primo gennaio, si tiene a Kiev una parata ufficiale per celebrarne il compleanno.

Non tutti gli ucraini vedono in Bandera un “eroe”. Nelle regioni orientali e meridionali dell’Ucraina, dove è numerosa la comunità russofona, c’è un altro mito – altrettanto persistente – che pesca nelle memoria della Seconda guerra mondiale. E’ quello della “Gloriosa guerra patriottica“, come la chiamò Stalin, ovvero il grande sforzo umano e militare dell’Unione Sovietica contro il nemico nazista. In quella guerra morirono milioni di soldati sovietici il cui ricordo rappresenta oggi, al contempo, il rifiuto del nazionalismo e la celebrazione della grandezza della Russia che eredita, nell’entusiasmo popolare, il ruolo di antemurale al nazismo che ebbe l’URSS.

Questi due opposti elementi ideologici si incrociano poi con una strumentalizzazione del passato: da un lato si omettono o nascondono i crimini commessi dall’UPA, dall’altro si dimentica che la “liberazione” sovietica non fu vissuta come tale da quasi nessuno dei popoli liberati. Da un lato si finge che il revanscismo sia “europeista” e dall’altro si confonde la Russia di Putin, a sua volta portatrice di un nazionalismo aggressivo, con l’Unione Sovietica. L’accusa di “fascismo” rimbalza da una parte all’altra, accusando i manifestanti di Maidan di essere “banderisti” e traditori; o stigmatizzando il Cremlino per le sue amicizie con i peggiori partiti neofascisti d’Europa. A ben vedere i due litiganti si somigliano più di quanto non si sospetti.

La riabilitazione di figure come Stepan Bandera non può però essere lasciata alle diatribe da propaganda. Il breve testo divulgativo “Collaborator, no longer a dirty word?“, da cui questo articolo prende le mosse, firmato da Gareth Pritchard, docente di Storia moderna ad Adelaide, e pubblicato su History Today, pone la “questione Bandera” in una più ampia prospettiva europea. Una prospettiva che ci sembra corretta. In molti paesi d’Europa si chiede che controverse figure che collaborarono con il nazismo vengano rivalutate. 

E’ il caso di Jozef Tiso, il prete cattolico che guidò il governo fantoccio della Slovacchia tra il 1939 e il 1945, responsabile della deportazione di circa diecimila ebrei, che i nazionalisti slovacchi esaltano pubblicamente ricevendo in cambio molti voti. C’è poi la questione legata a Miklos Horthy che, secondo i nazionalisti ungheresi (e non solo i neonazisti di Jobbik ma anche lo stesso Fidesz, il partito del premier Viktor Orban) avrebbe salvato gli ebrei ungheresi dalla deportazione evitando, fino al 1944, l’intervento diretto dei nazisti in Ungheria. Horthy era un nazionalista radicale e autoritario, noto per il “terrore bianco” (le persecuzioni verso socialisti e comunisti), che promosse – come riporta lo stesso Pritchard – “la più antisemita legislazione d’Europa” e che fu fedele alleato di Adolf Hitler.

In Lettonia, infine, è nota la parata del 16 marzo, evento che commemora la Legione delle Waffen SS che avrebbero difeso la patria dall’invasione sovietica, come in Estonia i soldati della Wermacht sono ritenuti “combattenti della libertà”. In Croazia la memoria “ustascia” dei fascisti croati di Ante Pavelic è stata riabilitata in chiave anti-titoista; in Serbia i combattenti “cetnici” di Draza Mihailovic (il movimento di resistenza nazionalista serbo), colpevoli di massacri ai danni della popolazione civile in Bosnia Erzegovina, sono stati elevati dal parlamento al rango di “antifascisti” al pari dei partigiani comunisti malgrado la loro collaborazione con i fascisti italiani.

Questa rivisitazione del passato, operata da élite politiche e culturali di stampo nazionalista e appoggiata da larga parte della popolazione, è sintomatica dell’epoca in cui viviamo. Il nazionalismo rimonta in Europa, e tende a farsi aggressivo. Che Bandera sia un eroe o un criminale non conta poi molto. Quel che conta è l’uso politico del passato, la strumentalizzazione della storia in nome del revanscismo, la produzione di maschere da mettere al posto delle facce, di etichette da mettere al posto dei nomi, tutto confondendo e mischiando in un grande calderone che non è più la Storia, “maestra di vita”, ma una cupa leggenda di morte e vanagloria.

Inserire quindi il caso di Stepan Bandera, da cui siamo partiti, in un più ampio quadro europeo, ci permette di capire quale sia la crisi dell’Europa. Non tanto quella economica, ma quella morale. E forse proprio da quella morale deriva quella economica. Senza voler nulla togliere alla Lehman Brothers.

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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6 commenti

  1. Una delle differenze fra gli ucraini occidentali e quelli sud-orientali sta, secondo me, nell’aggressività e nella giustificazione/supporto all’aggressività stessa che vengono attuate dagli occidentali, cosa che si è allargata in misura minore anche al centro, mentre i casi di aggressività spontanea a sud e ad est sono quasi nulli, anzi, la poca opposizione che si è vista è sempre stata nel complesso molto civile, con manifestazioni e raggruppamenti pacifici ad esclusione di taluni episodi delle prime fasi, vedi Odessa ed altri scontri per le strade coinvolgenti ultras ecc., dove comunque la violenza maggiore è stata dalla parte dei nazionalisti. Il governo centrale marca stretto da mesi qualunque barlume di opposizione sotterranea e violenta ed impone “lustrazioni” di chi non è dalla sua parte nelle istituzioni, mentre lascia che le squadracce di “europeisti” abbattano monumenti, uccidano, feriscano, umilino chi la pensa diversamente. Questo è in parte dovuto al fatto che le persone a sud e ad est sono più “sovietiche”, ossia dedite al lavoro, ai figli, alle consuete tradizioni e che fanno parte di un mondo più grande dell’Ucraina, un mondo riferibile alla Russia come impero, insomma, si comportano come cani grandi, quindi senza complessi, sono legati ad una grande maggioranza. Gli ucraini occidentali sono invece meno, con tradizioni, lingua, religione proprie (anche se io continuo sempre a credere che ci sia più differenza fra un napoletano ed un milanese, piuttosto che fra un russo ed un ucraino, ma va bé) che hanno subito delle persecuzioni, questo è vero, e sono quasi sempre stati fuori dal dominio russo fino alla fine della seconda guerra mondiale, per cui sono assolutamente inflessibili e determinati, una comunità fortino, sono insomma come i cani piccoli, che abbaiano solo a guardarli; questo atteggiamento ha in parte coinvolto anche il centro e Kiev, che però vedono e vivono le cose in modo parzialmente diverso, soprattutto rispetto alla Galizia. Riguardo alle celebrazioni della seconda guerra mondiale, sono il chiaro frutto dell’ideologia comunista, questo è indubbio, ma io il Den’ Pobedy l’ho vissuto proprio a Kiev, un paio di anni fa, a parte la parata tristina, molto limitata rispetto a Mosca dove è veramente colossale (vale la pena spendere tutti quei soldi per una parata?), la festa era vissuta con serenità e gioia, le persone passeggiavano, portavano i fiori ai veterani, andavano al parco, si godevano il bel sole sul Dnepr; non si sente quella carica oppressiva, anche se per molti il comunismo lo è stato, ma non finirò mai di dirlo, qual’è il popolo che è stato più martoriato e deportato e ucciso dal comunismo, il popolo russo stesso. Bandera è invece una figura inscindibilmente legata alla violenza, infatti i suoi seguaci girano con torce ed effigi, immagini macabre cui ci è toccato assistere e ci toccherà in futuro, ci mancano i forconi ed è bella e pronta una masnada, per non parlare del fatto che figure pubbliche ucraine esaltino Hitler o i nazisti, è una cosa che non si può sentire….. Ed è bene comprendere l’Europa nel discorso, perchè soprattutto “gli ultimi arrivati”, dei valori europei hanno poco, baltici, polacchi e via discorrendo.

  2. Nell’articolo manca purtroppo il riferimento alle terribili stragi che si sono verificate in questi mesi in Ucraina. Quella davvero orribile di Odessa del 2 maggio, della quale il governo ucraino non vuol sentir parlare e non vuole assolutamente chiarire e tantomeno indagare. La strage di Mariupol, dove le squadracce paramilitari hanno sparato ai civili nelle strade. Le stragi compiute nella guerra contro il Dombass da parte delle milizie assoldate dall’oligarca Koloimoiski, con ritrovamenti di varie fosse comuni (di civili, con donne e bambini), che sembra all’Ue non interessino affatto. Se non si vuole prendere in considerazione la violenza dei bombardamenti per aria (si, addirittura con aerei) e per terra delle città e villaggi con migliaia di morti, almeno si poteva fare un accenno almeno al massacro di quasi cento persone a piazza Maidan che ha dato l’ultimo decisivo colpo per attuare il colpo di Stato (anche questa strage ancora non chiarita e i responsabili non trovati… e neanche ricercati!) Tutti fatti questi che mi sembra indichino la connotazione estremamente violenta delle formazioni politiche che hanno preso il potere in Ucraina dopo il golpe e la cacciata (ricordiamolo, del tutto illegale) dell’allora presidente Janukovic. Questa carica di violenza, che ha anche paurosamente caratterizzato larga parte delle manifestazioni di piazza Maidan (i video su youtube sono lì a dimostrarlo, anche contro tutta la paccottaglia della (dis-)informazione-propaganda dei media occidentali), per organizzazione, modalità di esecuzione, peseveranza ed arroganza nel negare l’evidenza, ricorda immediatamente una sola parola: nazismo!

  3. Ho sempre pensato che il collaborazionismo a favore dei nazisti di varie popolazioni e gruppi dell’impero sovietico (e non solo) andrebbe valutata alla luce della storia. Il potere sovietico era violento ed oppressivo. Chi è oppresso è pronto anche ad allearsi con il diavolo pur di liberarsi. In questo quadro ben si spiega la presenza di molti ucraini tra le file tedesche e tutta la vicenda dell’armata cosacca che, nella sua tragica parte finale, finì per coinvolgere anche la Carnia. Bandera poi non può essere definito un collaborazionista dei nazisti. Egli era un nazionalista ucraino e non a caso finì in prigionia in Germania. Come tutti i nazionalisti dell’Europa orientale era pronto all’eliminazione fisica dei potenziali nemici ovvero a quella che, nelle recenti guerre balcaniche, è stata efficacemente definita “pulizia etnica”. La pulizia etnica è stata compiuta su larga scala in tutta l’Europa orientale. Si tratta di un fenomeno che l’Europa occidentale, almeno in anni recenti, non ha conosciuto. Le minoranze in Europa occidentale sono state vessate, assimilate, costrette all’uniformazione linguistica. Però nel Paese Basco, in Corsica, Tirolo meridionale o in Alsazia non si è arrivati a fare quel che invece è successo in Galizia, Kosovo, Bosnia, Dalmazia, Istria, ecc. In sostanza Bandera è uno dei tanti violenti (e spesso antisemiti) nazionalisti dell’Europa orientale. Il fenomeno potrà essere rielaborato solo quando vi sarà, anche nell’Est europeo, una stabilizzazione dei confini e delle indipendenze nazionali. A quel punto, quando dovessero cessare le minacce vere o presunte all’indipendenza delle varie Ucraina, Kosovo, Macedonia, ecc, il nazionalismo più acceso avrà minor ragione di esistere e si potrà rileggere la storia meditando sulla grave perdita che l’eliminazione delle realtà multietniche che sopravvivevano sotto gli imperi russo, turco e austro ungarico, ha comportato per l’Europa orientale.

  4. Paolo, non vorrei che Lei facesse confusione tra le formazioni che risolsero la contesa in piazza Indipendenza e chi ha oggi il potere a Kiev. In piazza, Svobota e Pravi Sektor ebbero un peso importante. Avendo girato per la città nelle settimane successive alla fine delle manifestazioni anti Yanukovich (ero a Kiev fino allo scorso maggio) ho constato come i movimenti nazionalisti presidiassero fisicamente il centro cittadino. Il potere però l’hanno altri. Infatti il risultato dei movimenti nazionalsti alle elezioni è stato scarso. Quindi, se c’è una connotazione violenta nel nazionalismo ucraino, questa non è condivisa dalla maggioranza della popolazione. La propaganda russa si è sperticata in accuse di fascismo nei confronti degli ucraini, ma appena gli ucraini hanno potuto votare si è dimostrato che di “fascisti” in giro ce ne sono ben pochi.

  5. Buongiorno, mi sentirei di contraddirla: il Narodnyi Front di Jatseniuk è stato votato in massa dai nazionalisti, anche persone che conosco, spesso in accoppiata con Samopomosch (quantomeno nella zona di L’vov, dove Sadovyi, il leader di Samopomosch, è sindaco). Il Narodnyi Front era molto più affidabile, in un’ottica di governo, rispetto alle altre formazioni nazionaliste, ma diciamolo pure, naziste, come Svoboda e Pravyi Sektor, in quanto costituito anche da candidati che hanno sempre ricoperto posizioni di governo e di direzione, persone comunque preparate, come Jatseniuk, ma ciò non toglie che questa gente sia palesemente nazionalista, non facciamoci ingannare solo dal fatto che non li vediamo spaccare la faccia alla gente per strada come fanno gli altri, visto che sono molti dentro Narodnyi Front ad aver avuto ruoli nel colpo di stato, nella guerra nel Donbass, compresi materiali esecutori, come comandanti di battaglioni paramilitari, ad avere ruoli chiave in qualità di fantocci dell’America nella condotta eterodiretta di questo governo senza senso; essere nazisti in doppio petto non vuol dire non essere più nazisti. In secondo luogo, la Radikal’naia Partija di Oleg Liashko, come non citare questo partito che ha preso il 7,44% dei voti, con candidati come comandanti di battaglioni paramilitari, spesso organizzati dallo stesso capo del partito in questione, il quale si è in più occasioni fatto riprendere in prevaricazioni ai danni di prigionieri del Donbass, oltre a tenere una retorica esagerata e fuor dalle righe in senso nazionalista e populista, un leader che ha partecipato a risse e scontri verbali di ogni genere in parlamento, che ha, giusto di recente, avuto un ruolo centrale nell’assalto all’amministrazione di Zaporozh’e in cui hanno fatto dimettere il sindaco “a furor di popolo”. Poi, Bat’kivschina, partito della Timoshenko, nazionalisti erano, nazionalisti sono, ladri ed affaristi erano, ladri ed affaristi sono, poco da dire. Samopomosch è nazionalista senza dubbio, visto che il partito proviene dal profondo ovest, ma è anche, forse, uno dei più europeisti, o forse l’unico, boh, visto che trovare un qualche valore europeo in Ucraina è cosa ardua; è stato votato tanto ad ovest e a Kiev, soprattutto dai giovani nelle città, Sadovyi non è il solito businessman trafficone ucraino, ha anche deciso di rimanere sindaco a L’vov piuttosto che andare alla Rada. Svoboda non è entrata in parlamento, ha preso il 4,71%, che sono comunque 742 000 voti, più che abbastanza per andare a sfasciare monumenti, uccidere, assaltare, razziare e via discorrendo, ma anche lì, Svoboda ha in sè soggetti meno “d’azione”. Il peggiore è senza dubbio Pravyi Sektor, che è come votare i Nar o le Brigate Rosse, non so, gente che veramente fa quello che dice, e considerando quello che dice……. Ha preso il 1,80%, pari a circa 285 000 voti, più di tutti gli abitanti di Verona, tanto per dire, come se fossero tutti pronti a riaccendere i forni, ed è riuscito ad eleggere 2 parlamentari nei seggi uninominali maggioritari, poi uno dei due ha abbandonato Pravyi Sektor di recente ed è ora un indipendente. Quelli che hanno votato Poroshenko sono stati più moderati, infatti il partito ha avuto parecchio sostegno giù al sud, tradizionalmente filorusso, dove la gente si è astenuta in massa, astensione di massa che ha caratterizzato comunque tutto il paese, con un’affluenza pari al 52,42%, praticamente un ucraino su due non si è pronunciato, nel sud e nell’est del paese, tradizionalmente filorussi, ha votato meno di un ucraino su due, con picchi di astensione in certe zone tali da portare l’affluenza al 36 – 38%. Mi sono già dilungato troppo, scusate….