La guerra di Putin (1999 – 2009)

Il periodo di pace fu destramente turbolento per la Cecenia. Anche se le elezioni del 1997 confermarono Mashkadov quale leader indiscusso, facendone il presidente del paese, molte erano le resistenze interne e troppo il potere dei signori della guerra, come Raduev e Basaev. Raduev dichiarò che non avrebbe deposto le armi contro i russi perché “solo Dudaev poteva dargli quell’ordine” e secondo lui Dudaev era ancora vivo. Il fatto è che nelle componenti più radicali della resistenza cecena era il fondamentalismo salafita e non l’indipendentismo a muovere alla guerra. Mashkadov voleva cercare un compromesso con i russi ma non trovò appoggi né all’interno né in Russia, ed anzi divenne sempre più preda dei gruppi estremisti al punto che nel 1999 dovette sciogliere il parlamento ordinando il passaggio immediato alla shari’a in tutta la Cecenia.

E’ in questo contesto che arriva Putin. La scusa è offerta da un attacco ceceno in Daghestan da parte dei gruppi salafiti guidati da Basaev e da un emiro arabo, arrivato in Cecenia a fine anni Novanta, noto come al-Khattab. Gli islamisti erano convinti che il Daghestan si sarebbe unito alla lotta cecena che, per loro, aveva lo scopo di creare un grande stato islamico nel Caucaso. Ma non fu così e le forze di polizia daghestane respinsero l’attacco. L’intervento russo, pianificato fin dal 1997 (almeno secondo le dichiarazioni di Lebed) fu motivato anche da alcuni attentati che portarono al crollo di palazzine in alcune città russe e che vennero ascritti al terrorismo ceceno benché non ce ne fosse alcuna prova. Tanto bastò a convincere l’opinione pubblica del carattere difensivo della seconda guerra cecena. Una guerra che, nelle intenzioni di Putin, doveva durare al massimo 4 mesi ma che si trascinò per anni, ben dieci in tutto e che costò più morti della prima: ben 4000 soldati morti e 13mila feriti sul campo, più del bilancio della guerra in Afghanistan. Con la differenza che, rispetto all’Afghanistan, questa volta i morti civili (quasi 10mila) erano cittadini russi. I metodi della guerra di Putin li conosciamo anche grazie al lavoro di Anna Politkovskaja, giornalista di Novaja Gazeta che denunciò gli abusi, le “sparizioni” di civili, le torture ai prigionieri, le fosse comuni. Una brutalità che ebbe, come risposta, una nuova ondata di terrorismo poiché a brutalità si risponde con brutalità. E’ la ferrea legge della guerra. Si assistette così alla tragedia del teatro Dubrovka a Mosca (2002); all’assalto a un concerto rock a Mosca (2003); all’attacco suicida nel metrò di Mosca (2004) e alla tragedia della scuola di Beslan, nel settembre 2004, che costò la vita a 330 ostaggi, tra cui bambini.

Nel 2005 i russi uccisero Mashakadov ma con lui eliminarono l’unica figura di dialogo che avevano a disposizione. Forse i russi non volevano dialogare. Nel frattempo, nel 2003, il Cremlino cercò di ristabilire un po’ di ordine con delle elezioni che videro la vittoria dell’uomo di Mosca, Akhmat Kadyrov, ucciso quattro mesi dopo. Gli è succeduto il figlio, Ramzan, che ancora oggi guida la Cecenia “normalizzata”. L’obiettivo di Mosca, effettivamente raggiunto, è stato quello di cecenizzare il conflitto: i kadyrovtsy sono gli uomini del presidente, bande armate dedite ai traffici, all’intimidazione, all’eliminazione fisica degli oppositori politici oltre che dei fondamentalisti. Dal 2005 quella in Cecenia è stata una guerra tra ceceni, tra un potere corrotto e brutale e bande armate, non meno brutali, ispirate al fondamentalismo islamico.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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