OCCIDENTI: Italia verso la riforma del senato. Una svolta autoritaria?

Una svolta epocale

L’Italia si avvicina a una svolta epocale, la sua Costituzione potrebbe andare incontro alla più significativa riforma della sua storia: la trasformazione del Senato in una “Assemblea delle Autonomie”. Non sono mancate le levate di scudi dovute al rischio di “svolta autoritaria” cui incorrerebbe il paese.

Ma cosa sarebbe questa nuova “Assemblea”? Come è noto si tratterebbe di una camera composta dai presidenti di Regione, da due membri eletti dai Consigli regionali tra i propri componenti e da tre sindaci eletti da un’assemblea dei sindaci di ciascuna Regione. Il bicameralismo perfetto, che al momento assegna eguali potere alle due camere, lascerebbe il campo a una primazia della Camera dei Deputati. Fin qui, insomma, niente di male. Molti paesi, tra cui la Gran Bretagna (più antica democrazia d’Europa), si reggono su un bicameralismo imperfetto. La questione però è un’altra.

La riforma del 2001 e quella (bocciata) del 2006

La riforma proposta andrebbe a completare, di fatto, la riforma del 2001 (promossa dall’Ulivo) che doveva creare le basi per la trasformazione del paese in “repubblica federale” stabilendo le materie su cui le assemblee regionali e i comuni potevano legiferare in autonomia. Quella riforma prevedeva la possibilità dell’istituzione di un Senato federale che fosse rappresentante delle realtà locali. Nel 2006 si cercò di portare a termine quel processo con un disegno di riforma costituzionale che poi i cittadini bocciarono in referendum. Esso prevedeva un sistema per il quale Camera e Senato potessero votare, indipendentemente l’una dall’altra, leggi su materie di cui erano competenti: un doppio monocameralismo, insomma.

Quella riforma fu bocciata per un motivo sostanziale: l’attribuzione al presidente del Consiglio di poteri “maggiori”, quali lo scioglimento delle Camere e l’istituzione del “premierato” che prevedeva la designazione diretta del “premier” da parte dei cittadini (il presidente del Consiglio è invece proposto dal Parlamento e nominato dal presidente della Repubblica). La fiducia al nuovo governo, infine, sarebbe stata votata dalla sola Camera. Il timore dei cittadini, che portò alla bocciatura della riforma, era che l’istituzione del premierato scavalcasse il parlamento stabilendo una sorta di primazia del governo.

La concentrazione di poteri è cosa da evitarsi in democrazia e gli italiani, troppo spesso considerati beoti appesi all’amo delle retoriche, ebbero allora il buon senso di non correre il rischio.

Il rischio di una concentrazione del potere

Ma il rischio si ripresenta oggi. La riforma del Senato proposta dal governo, abbinata alla proposta di legge elettorale (il cosiddetto “italicum“), profilano uno strapotere della maggioranza. Spieghiamoci: il “nuovo” Senato non potrebbe modificare né proporre leggi né votare la fiducia. L’unica Camera che conterebbe sarebbe quella dei Deputati. Benissimo fin qui. Ma quella Camera si troverebbe schiacciata da una maggioranza di governo che, in virtù della maggioranza relativa dei voti, avrebbe la maggioranza assoluta dei seggi. Già, poiché un partito che ottenga almeno il 37% dei voti otterrà, in virtù di un premio di maggioranza, fino al 55% dei seggi.

Ora pensate a quella maggioranza di governo (che non è maggioranza assoluta nel paese) che può da sola, senza dover cercare il compromesso con le opposizioni, votare quello che vuole. E come quella maggioranza di governo potrebbe essere decisiva (in un regime bicamerale come quello proposto) nell’elezione del Presidente della Repubblica, del Consiglio superiore della magistratura e della Corte Costituzionale. E’ evidente che, prima o poi, arriverebbe quella maggioranza decisa a imporre “uomini fedeli” al governo nelle cariche suddette scardinando una volta per tutte la nostra fragilissima democrazia. Per assurdo (ma è assurdo?) un despota potrebbe democraticamente tiranneggiare, senza violare alcuna legge, nel totale rispetto delle istituzioni e senza che nessuno – nella comunità internazionale – possa accusarlo di autoritarismo.

Il pericolo dell’autoritarismo c’è, dunque, eccome.

Lo svuotamento del Parlamento e la “dittatura della maggioranza”

Il problema dunque non è il monocameralismo o il bicameralismo imperfetto ma “l’uso” che se ne fa. L’attuale riforma si profila come il compimento di un lungo processo di depauperamento dell’istituzione parlamentare. Il Parlamento, a riforma attuata, non avrebbe alcun potere nel limitare la maggioranza, né potrebbe correggerne le leggi attraverso il dibattito e il compromesso (come s’usa in democrazia). Il Parlamento sarebbe l’ancella del governo, un vile esecutore. E lo sarebbe ancora di più se, come “italicum” propone, i deputati non fossero scelti dai cittadini ma nominati dai partiti: è evidente che verrebbe a mancare l’autonomia del parlamentare in nome della “fedeltà” al governo, o al leader che lo ha scelto. Infine pensate a quel partito che, proponendo una alternativa politica rispetto agli altri, non voglia unirsi in coalizione con nessuno: ebbene, questo partito dovrebbe ottenere l’8% dei voti per entrare in parlamento.

Non è peregrino ricordare che in Turchia, paese certo non noto per il suo pluralismo, la soglia è il 10%. In tal modo si tengono fuori tutti quei partiti “alternativi” allo status quo, e i loro elettori si trovano senza rappresentanti (non ci si stupisca poi delle molotov in piazza Taksim). Insomma, il rischio di una deriva di proporzioni inimmaginabili per l’Italia è assai prossimo. E lo è tanto di più alla luce della pochezza del dibattito parlamentare in corso, immiserito da slogan e retoriche, immaturo e incapace di dialogare su un tema tanto delicato.

Il fatto che già oggi il Parlamento – ritenuto incostituzionale nella sua composizione da parte della Corte Costituzionale – sia già svuotato di poteri, tramite l’abuso da parte dei governi della cosiddetta “decretazione d’urgenza” che bypassa il dibattito parlamentare, non significa che questo sia il modello da seguire.

Il tema della riforma del Senato e quello della legge elettorale sono dunque inscindibili: si sta disegnando un nuovo assetto del potere in Italia che, per non tendere alla verticalizzazione e concentrazione del potere, deve elaborare adeguati “contropoteri” che bilancino la possibile “dittatura della maggioranza”.

In nome della governabilità si sacrifica la libertà

Dal punto di vista di chi scrive poco conta chi è il promotore di questa riforma, quali le alleanze politiche che sono a monte. Una simile proposta, da chiunque provenga, è comunque irricevibile per come è formulata. Il monocameralismo (o la riduzione di poteri del Senato) sarebbe certo salutare per il nostro paese, ma non fatta a questo modo. In nome della governabilità, sfruttando le frustrazioni popolari, si rischia di far passare una riforma pericolosa per il futuro del paese.

Legge elettorale e riforma del Senato devono essere guardate congiuntamente. Non si intende qui accusare qualcuno di malafede, ma anche di buone intenzioni è lastricata la strada dell’inferno. Il rischio della “svolta autoritaria”, come l’hanno definita molti costituzionalisti, è reale. Non perché questo governo abbia ambizioni autoritarie ma perché consentirebbe, a chi le ha, di perseguirle tramite riforme siffatte.

Esiste in Italia una larga resistenza a qualsiasi forma di modifica della Costituzione, una resistenza spesso venata di conservatorismo. Il continuo richiamo alla lotta di Resistenza santifica e iberna una Costituzione che ha bisogno di cambiamenti. Ma devono essere cambiamenti volti a garantire (se non aumentare) le libertà democratiche. La nostra costituzione ha radici più profonde, ed è ispirata alla Costituzione della repubblica romana del 1849, la prima e unica esperienza democratica e repubblicana italiana prima del 1947. I patrioti del Risorgimento la fondarono e difesero fino all’ultimo uomo, anche Mameli vi trovò la morte. Dal quel passato occorre trovare le ragioni ideali dell’agire politico affinché sempre sia teso a garantire le libertà poiché, come scrisse Mazzini all’indomani della caduta, “la repubblica romana vive eterna, inviolabile nel suffragio dei liberi che la proclamarono“. E liberi vogliamo rimanere.

 

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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5 commenti

  1. Giancarlo Rinaldo

    Quel titolo “svolta autoritaria” ha un tenore terroristico.
    Mi pare evidente che gli italiani voterrebbero in futuro
    – nel proprio comune
    – nelle propria regione
    – per la camera dei deputati italiani, nominati dal popolo
    – per i deputati al parlamento europeo, nominati dal popolo.
    L’Unione Europea è destinata giustamente ed inevitabilmete ad una struttura federale,
    ovvio che il senato diventi la camera delle autonomie.
    In quanto alla giusta aspirazione alle preferenze, essa dovrebbe essere realizzata semmai alla camera dei deputati.

    “Pericolo dell’autoritarismo”, “depauperamento delle istituzioni” da lei evocati? Solo parole tendenziose… se una maggioranza c’è, perchè essa dovrebbe essere “limitabile dalle minoranze”? Pare a me che i suoi ragionamenti siano abbastanza popolustici e che ci portino alla repubblica delle banane!
    Siamo in UE per seguire le migliori pratiche e non gli intrallazzi del conservatorismo che si richiama alla costituzione della repubblica romana… di acqua sotto il ponte ne è passata tanta da allora, quando nascevano le nazioni e di EU nenanche si parlava.

    Ora è indispensabile ed urgente snellire le istituzioni e la politica, ABBATTERE I COSTI DELLA POLITICA e GARANTIRE LA GOVERNABILITA’
    Lei

    • Egr. Giancarlo

      anzitutto grazie per il commento, provo a risponderle su un paio di punti. Parto dalla fine: ha ragione a dire che bisogna abbattere i costi della politica e garantire la governabilità, e credo che tutti gli italiani lo desiderino. Quello che scrivo io è che, in nome della governabilità, non si deve sacrificare il ruolo del Parlamento che – in democrazia – è depositario del potere legislativo e serve a bilanciare il governo (esecutivo). Il bilanciamento dei poteri è tutto.

      Non ho nulla in contrario che il senato divenga un’Assemblea delle autonomie, o altro. Secondo me l’importante è che, nel nuovo assetto istituzionale, si garantiscano quei “pesi e contrappesi” che evitano la concentrazione del potere in una sola delle istituzioni (in questo caso, il governo).

      Forse “svolta autoritaria” è eccessivo. Sottolineo che non lo uso io ma alcuni costituzionalisti. Tuttavia il termine più corretto è forse “regressione”. Regressione del ruolo del Parlamento ad “ancella” del governo.

      Sul ruolo di garanzia democratica dell’UE sono scettico. Mi spiego: l’UE mette delle regole allorché il paese si accinge a entrare ma, una volta dentro, interviene assai poco nelle scelte costituzionali dei vari paesi. Guardi all’Ungheria: lì un partito (Fidesz) con una maggioranza assoluta in Parlamento, guidata da un uomo carismatico (Viktor Orban), ha cambiato la costituzione, ha occupato i ruoli chiave del potere, e lo ha fatto da sola. Da sola. Nessuno ha potuto contrastare quelle misure perché la maggioranza aveva troppo potere. Fidesz e Orban hanno usato quel potere anche per fare leggi che garantissero loro il mantenimento del potere. Leggi, per molti versi, non pienamente democratiche. Ma l’UE non è mai intervenuta.

      E infine, sì. In democrazia la regola aurea è che le minoranze possano limitare la maggioranza. La democrazia è, per definizione, il governo delle minoranze. Sembra un paradosso ma non lo è. Persino il partito che vince le elezioni è una minoranza rispetto al totale dei voti. Le minoranze si bilanciano, si scontrano, cercano un compromesso. Le minoranze rappresentano tutta la popolazione, la maggioranza solo una sua parte. E la democrazia è l’inclusione di tutte le parti, non il dominio di una sulle altre.

      Lei è libero di non pensarla così, ci mancherebbe. Ma non confonda il suo pensiero con il pensiero democratico. “La maggioranza vince e decide quel che vuole” non è democrazia.

      Cordialmente

      Matteo

  2. Giancarlo Rinaldo

    Egr. Matteo, mi sforzo di esser essenziale

    > …in nome della governabilità, non si deve sacrificare il ruolo del Parlamento…
    Non vedo perchè una camera ove si portino le ragioni delle regioni vada a menomare il giudizio dei rappresentanti del popolo. Ne uscirebbero due giudizi, da due diversi punti di vista diversi, ma non vedo limitazioni

    > … l’importante è che, nel nuovo assetto istituzionale, si garantiscano quei “pesi e contrappesi”…
    Certo, ma non mi pare che manchino, anzi ci si aggiunge il potere delle autonomie

    > … regressione del ruolo del Parlamento ad “ancella” del governo…
    Non vedo un parlamento sminuito, piuttosto lo vedo arricchito nella sua duplice provenienza

    > Sul ruolo di garanzia democratica dell’UE sono scettico.
    Temo che, se non fossimo entrati nel klub dell’UE, oggi saremmo la più importante repubblica delle banane.

    > …Guardi all’Ungheria…Ma l’UE non è mai intervenuta.
    D’accordo su Ungheria, anzi ci aggiungeri l’Italietta dei berlusconi ed altri politici che sciamano soprattutto in Lega, M5S e Forza Italia.
    Ma l’UE è storicamente come un bambino appena nato… neppure è riuscita a conquistarsi uno straccio di costituzione con i simboli comuni. L’UE, oggi come oggi, con le decisioni all’unanimità, non ha i mezzi per fare le grandi politiche sui valori. Insomma l’UE, per i mezzi di cui dispone, fa miracoli! Avrà capito che io sono un federalista europeo.
    Avremmo avuto bisogno di tanti Tommaso Padoa Schioppa!

    > …sì. In democrazia la regola aurea (?) è che le minoranze possano limitare la maggioranza…
    Sì certo – come in ogni buona famiglia – ma poi il capofamiglia una decisione la deve pur prendere

    > … “La maggioranza vince e decide quel che vuole”
    Questo veramente non lo avevo detto… però la maggioranza deve pur decidere.

    Comunque leggo sempre con attenzione i vostri articoli… spesso molto belli… forse fatti da giovani: ma non sempre posso andar d’accordo.
    Alla fine io voglio essere realista … e, malgrado sul ns. Renzi ci sia molto da ridire, penso che in questo momento è capitato giusto. Speriamo che, assieme al nostro re Giorgio ce la facciano.

    Io dedico gran parte del mio tempo all’esperanto e guido la lista di discussione “Eŭropaj Federistoj” in cui partecipano europei di ogni paese: ci parliamo e bisticciamo sull’UE parlando la ns. comune lingua. Ed io, moltri vs. articoli li traduco in esperanto.

    Una domanda: fra i vs. collaboratori c’è un certo Denti – di buana penna. Non è che sia di Roma e figlio di esperantista?

    Buon lavoro e grazie, Giancarlo

  3. Caro Giancarlo

    ci siamo spiegati, poi è normale che ognuno veda le cose in modo diverso. Anzi, la diversità di vedute è sempre una cosa salutare. Non intendevo metterle in bocca quelle parole “la maggioranza vince etc…”, le ho virgolettate poiché è quello che molti credono sia la democrazia. Personalmente non sono affatto contrario alla riforma del senato o alla sua abolizione. Sono preoccupato dal fatto che tale riforma si interseca con quella sulla legge elettorale. Le due cose vanno viste insieme, secondo me. Il nuovo assetto istituzionale dovrà prevedere quei “pesi e contrappesi” che garantiranno l’indipendenza dal governo agli altri poteri (parlamento, presidenza della repubblica, Csm, corte costituzionale).

    Ma veniamo all’esperanto: la notizia che alcuni nostri articoli siano tradotti in esperanto è esaltante! Davvero la ringrazio a nome di tutti. Ho grande stima per il movimento esperantista. Davide Denti è il nostro “vice-direttore”, ma non è di Roma e non credo sia figlio di esperantista.
    Saluti

    Matteo

  4. Vorrei complimentarmi con la redazione per l’articolo, chiaro e diretto nel linguaggio e nei contenuti.
    Troppo spesso, nell’affrontare questi temi, ci si perde in esercizi retorici che non portano ad avere un quadro chiaro della situazione.
    Sono d’accordo con l’autore e mi permetto di aggiungere un ulteriore commento: negli anni, ho notato la riluttanza degli italiani a chiamare le cose con il proprio nome (atteggiamento a volte mascherato attraverso il “politically correct”), mentre credo che l’affrontare con occhio critico e realistico la realtà non potrebbe che portarci beneficio (e se lo avessimo fatto in passato, forse ci avrebbe permesso di evitare o di comprendere situazioni inconcepibili venutesi a creare nel nostro paese). Il termine “autoritario” non mi scandalizza, perché l’autoritarismo è uno degli aspetti da prendere in considerazione quando si ha a che fare con il potere e i governi (e diversi paesi ne sono l’esempio). Quindi, perché scandalizzarsi? Più poteri al Presidente del Consiglio e mancata consultazione del Senato in caso di fiducia al governo e voto di leggi importanti potrebbero portare a una svolta autoritaria e non bisogna aver paura di dirlo. Dico potrebbero perché di possibilità, appunto, si tratta. Come viene giustamente detto nell’articolo, nessuno fa il processo alle intenzioni o insinua una mancanza di buona fede, ma è sempre meglio tener a mente che le svolte autoritarie ci sono state e ci sono anche oggi.
    Anche io sono d’accordo con la riforma del Senato, ma nel rispetto dell’equilibrio dei poteri.
    L’Europa è un bel progetto e io stessa lavoro in questo ambito, ma le particolarità nazionali non vanno dimenticate. Ricordiamo i problemi e le caratteristiche “peculiari” del nostro meraviglioso paese e cerchiamo di proteggerlo.

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