Il dito e la luna, Berlusconi e South Stream

E’ probabile che per un po’ non sentiremo più parlare di South Stream e Nabucco, argomenti balzati all’onor delle cronache a seguito delle rivelazioni di Wikileaks e ripresi in Parlamento dall’opposizione che li ha usati per accusare Berlusconi. Ma di cosa? Che il modus operandi del premier sia poco ortodosso in campo internazionale, non è una novità. Che i contratti di Eni con Gazprom provengano dagli speciali rapporti tra Berlusconi e Putin, non costituisce di per sé reato. Nel polverone che ha preceduto la (mancata) sfiducia, si è persino giunti ad affermare che Nabucco è un progetto americano. Falso! Il Nabucco è un progetto europeo, finanziato con i soldi della Banca Europea degli Investimenti e la Banca Europea per la Ricostruzione e lo Sviluppo. La proprietà è detenuta da sei compagnie energetiche europee, ognuna con il 16,67%. E sono la Botas (Turchia), la Bulgargaz (Bulgaria), la Transgaz (Romania), la MOL (Ungheria), la OMV (Austria), la RWE (Germania).

Questa falsità ha generato in quella parte dell’opinione pubblica che nutre risentimento per la politica americana, un rifiuto del Nabucco. Gli Stati Uniti hanno senz’altro patrocinato il Nabucco  ma non si sono impegnati molto nel coadiuvare gli europei, poiché un’Europa sovrana e autonoma certo non piace a Washington. Il South Stream, costruito da Eni e Gazprom, è ad oggi il progetto migliore dal punto di vista delle forniture: trasporterà più metri cubi del Nabucco e sarà pronto prima del Nabucco. In Parlamento Berlusconi ha replicato che il South Stream era necessario per aggirare l’Ucraina evitando che nuove “guerre del gas” lasciassero al freddo l’talia. Se non fosse che il nostro premier aveva come stalliere Mangano, la sua risposta sarebbe degna di un politico credibile. E Berlusconi, che tutti conosciamo per le sue amicizie con Dell’Utri, condannato a sette anni per associazione mafiosa, e per il caso Mills, non ha verosimilmente ricavato un soldo dalla joint-venture tra Eni e Gazprom, benché li abbia fatti ricavare a molti “amici”, infine utili al momento del voto.

Se East Journal ha seguito, da un anno a questa parte, la questione energetica è per il rischio che l’Europa, soggiacendo all’oro azzurro russo, perda sovranità politica mettendo a repentaglio la sua crescita democratica. E se da queste pagine si è accusato Berlusconi, lo si è fatto poiché la sua condotta alimenta questo rischio. Le opposizioni che in questi giorni hanno utilizzato la questione energetica per svellere la maggioranza, hanno invece puntato l’indice sui rapporti personali tra il nostro premier e quello russo. Quando il dito indica la luna, lo stolto guarda il dito.

La mancata sfiducia conferma la stoltezza di un’opposizone senza argomenti, troppo concentrata sul dito e del tutto ignorante della luna. Il caso Eni-Gazprom lo dimostra: invece di colpire il premier dove è debole (la sentenza su Dell’Utri è uscita poche settimane fa, e la condanna è in via definitiva) gli prestano il fianco. Se Atene piange, Sparta non ride. Anche perché in materia di strategie energetiche l’opposizione non ha proposto alternative, e certo non potrà che proseguire nel progetto South Stream qualora si trovasse a governare prossimamente. Occorre anche ricordare che questa opposizione è la stessa che, in barba al diritto internazionale, bombardò Belgrado accanto agli Stati Uniti e contro al parere dell’Onu. Anche in quel caso, accanto alle fasulle motivazioni umanitarie, c’era in ballo la costruzione di una pipeline.

Ed è la stessa che, a firma dell’allora ministro per lo Sviluppo economico, Pier Luigi Bersani, gettò le basi per la collaborazione con il Montenegro di Djukanovic, certo non un leader democratico e, precisamente, per la costruzione dell’elettrodotto Villanova-Tivat. E se per Berlusconi sono abituali le amicizie con altri leader della sua risma (come Gheddafi, Lukashenko, Putin, Berdimukhammedov, Nazarbaev), diversamente l’opposizione dovrebbe gestire la sua politica estera. Ma ghiotta era l’occasione per l’allora governo Prodi, un elettrodotto val bene un dittatore. Come dire: a ognuno il suo tubo.

Chi è Matteo Zola

Giornalista professionista e professore di lettere, classe 1981, è direttore responsabile del quotidiano online East Journal. Collabora con Osservatorio Balcani e Caucaso e EastWest. E' stato redattore a Narcomafie, mensile di mafia e crimine organizzato internazionale, e ha scritto per numerose riviste e giornali (Nigrizia, Il Tascabile, il Giornale, Il Reportage). Ha realizzato reportage dai Balcani e dal Caucaso, occupandosi di estremismo islamico e conflitti etnici. E' autore di "Congo, maschere per una guerra", Quintadicopertina editore, Genova, 2015; e di "Revolyutsiya - La crisi ucraina da Maidan alla guerra civile" (curatela) Quintadicopertina editore, Genova, 2015.

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Un commento

  1. L’idea che gli affari Eni in Russia (tra cui south stream) siano un prodotto dell’amicizia tra Berlusconi e Putin è sbagliata. Il perché lo spiegano questi articoli:

    http://www.chicago-blog.it/2010/12/04/unovvieta-sulleni-e-berlusconi/

    http://www.chicago-blog.it/2010/12/15/eni-russia-berlusconi-dove-stanno-i-soldi/

    tanto per riassumere: gli accordi eni-gazprom sarebbero stati probabilmente sottoscritti da qualsiasi governo, anche da quelli di centrosinistra, perché l’Eni, in quanto società (di fatto) pubblica, porta dividenti alle finanze dello Stato. South Stream per l’Eni è un affare migliore di Nabucco, perché gli permette di ottenere una grossa commessa per la realizzazione del tubo in profondità (900 km), tramite Saipem. Inoltre, spiega bene Stagnaro, consolida un partner strategico, che di Gas ce n’ha una riserva sicura.

    In tutta questa faccenda l’amicizia Vlad-Silvio è un episodio marginale, che forse può aver portato vantaggi personali (quattrini o voti o altro) al Berlusca. Ma quset’amicizia non è da considerare il “motore” dell’accordo, semplicemente perchè l’Eni fa i suoi affari a prescindere dai governi, e semmai sono i governi che adattano la loro politica agli affari dell’Eni. Il Pd e forse pure anche Vendola, probabilmente avrebbero appoggiato l’accordo.

    Il problema è il solito: nel settore del gas, come in quasi tutti gli altri, in Italia il mercato è chiuso, monopolizzato, con tutte le distorsioni e le ambiguità che ne derivano. Ed è la mancanza di concorrenza trasparente in tutti i comparti dell’economia nazionale a mettere a repentaglio la “crescita democratica” nel nostro paese (e nei suoi rapporti col resto dell’Ue) molto più che un affare (south stream) che, potenzialmente non è così male. In questo forse bisognerebbe fare la distinzione tra il dito (l’affare eni-gazprom) e la luna (un’economia italiana priva di concorrenza strangolata da corporazioni, regolamenti assurdi e intrecci anomali pubblico-privato).

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