UCRAINA: Il parlamento cancella le leggi anti-proteste, Yanukovich apre al dialogo

La situazione a Kiev e nel resto d’Ucraina resta particolarmente fluida, ma la protesta sembra iniziare a raccogliere i primi frutti. Nella mattinata del 28 gennaio, il Parlamento ucraino, su iniziativa del Partito delle Regioni governativo, ha cancellato le leggi anti-protesta passate solo il 16 gennaio con un colpo di mano parlamentare; nel mentre, il primo ministro Mikola Azarov, considerato un falco, s’è dimesso. Nel pomeriggio la Rada dovrebbe discutere di un’amnistia e della possibilità di riforme costituzionali che riducano i poteri del presidente rispetto a quelli del primo ministro, com’era stato nel periodo 2004/2010.

L’opposizione rifiuta le offerte di Yanukovich volte a dividerla

Questo inciucio non s’ha da fare, è più o meno ciò che i partiti d’opposizione avevano risposto in Maidan, di fronte alla folla, alle offerte fatte dal Presidente Yanukovych dopo che quest’ultimo ha avuto un lungo incontro con Arseniy Yatsenyuk, leader del partito “Patria” dell’ex Primo Ministro Yulia Tymoshenko (la ex “lady di ferro” ucraina grida dal carcere di evitare ogni accordo), Vitali Klitschko, leader di UDAR, e Oleh Tiahnybok, a capo dei nazionalisti di Svoboda. In realtà però hanno deciso di prendere tempo, perché se è vero che non è stata accolta la precondizione posta dai manifestanti, le dimissioni del Presidente, d’altro canto sono state messe sul piatto alcune notevoli aperture che meritano di essere prese in considerazione. È stato promesso un rimpasto di governo: ad Arseniy Yatseniuk è stato offerto il posto di primo ministro, in sostituzione di Mykola Azarov che oggi, in segno di fedeltà al Presidente, ha prontamente presentato le dimissioni. Disponibilità anche nei confronti dell’ex pugile Vitali Klitschko, al quale è stato proposto il posto di vicepremier. Chiaro l’intento del Presidente di dividere i manifestanti, che finora ci hanno pensato da soli, evitando di offrire posti al leader di Svoboda Oleh Tiahnybok, persona che sembra lontano dal potersi definire “uomo delle istituzioni”.

Cancellate le leggi liberticide, verso l’amnistia e la riforma costituzionale?

Yanukovich si è detto disponibile, come già in altre occasioni, a proporre la revisione delle leggi anti-proteste. Detto, fatto: durante la seduta odierna la Verkhovna Rada, il Parlamento, ha abrogato 361 voti contro 2 le norme approvate solo alcuni giorni fa. Verrà anche trattata la concessione di un’amnistia, in cambio dell’evacuazione di tutti i palazzi governativi in mano ai manifestanti, per tutti coloro i quali sono attualmente trattenuti nelle carceri per reati connessi alle proteste. Il Capo dello Stato ha anche aperto alla possibilità di riformare la Costituzione proponendo il passaggio da una forma di governo semi-presidenziale, dove è di fatto il presidente a detenere gran parte dei poteri, ad una forma parlamentare nella quale spetterebbe al primo ministro il ruolo di leader indiscusso dell’esecutivo. L’idea sarebbe quella di copiare la riforma approvata nel 2004, durante la rivoluzione arancione, e dichiarata incostituzionale dalla Corte Costituzionale nel settembre 2010 perché adottata in violazione dell’art. 159 della Costituzione.

Queste proposte si possono interpretare in due modi; il presidente, vedendo vicino il punto di non ritorno, vorrebbe riuscire ad accordarsi con le opposizioni per poter proseguire il suo mandato. Certamente verrebbe limitato nelle sue azioni avendo all’interno del suo esecutivo due leader indiscussi delle proteste, ma al tempo stesso potrebbe controllarli ed eventualmente far ricadere sulle loro spalle la gestione di alcune spinose situazioni, prima di tutte la crisi economica, che nei prossimi mesi andranno fronteggiate. Inoltre ciò gli permetterebbe di riprendere fiato dopo queste settimane di proteste aspre, lasciandogli ancora la possibilità di concorrere alle prossime elezioni presidenziali. Un sogno? Chissà!

Yanukovich però potrebbe anche essersi accorto che la forza non porta a nulla: l’Ucraina è ormai sotto l’occhio di tutti i media, lo “stato di emergenza” che alcuni all’interno del governo suggeriscono, inclusa il ministro della giustizia Olena Lukash che si è vista letteralmente occupare la sede del suo Ministero, porterebbe con sé il rischio di numerose defezioni all’interno dell’esercito. Pavlo Lebedyev, ministro della difesa, si dice sicuro che le forze armate seguiranno gli ordini, ma in realtà sa bene, così come ne è conscio il presidente, che ciò non è certo e che qualora vi fossero diserzioni o, peggio, si rivoltassero contro l’Esecutivo, sarebbe la fine, probabilmente cruenta, della Presidenza Yanukovich.

Finora le opposizioni non hanno saputo controllare le folle, a differenza di quel che avvenne durante la rivoluzione arancione del 2004, ed è anche a causa di ciò che la violenza ha preso il sopravvento. Tutti, incluso il presidente, si sono accorti che non si parla più solo di bandiere, manifestazioni, arresti; a Kiev ci si può anche rimettere la pelle. Le opposizioni pretendono dimissioni e nuove elezioni presidenziali. Il presidente non può concederle: ne uscirebbe come il vero sconfitto. Le elezioni anticipate permetterebbero forse, unite alle altre proposte giù sul tavolo, di giungere ad una soluzione.

Chi è Pietro Rizzi

Dottorando in Relazioni Industriali presso l’Università degli Studi di Bergamo, collabora con l’OSCE/ODIHR come osservatore elettorale durante le missioni di monitoraggio in Est Europa. Redattore per East Journal, dove si occupa di Ucraina, Est Europa e Caucaso in generale. In passato è stato redattore ed art director del periodico LiberaMente, e si è a lungo occupato di politica come assistente parlamentare e consulente giuridico per comitati referendari. Ha risieduto, per lavoro e ricerca, a Kiev e Tbilisi.

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