È giusto identificare i poliziotti violenti? L'Italia e l'Europa

RUBRICA: Opinioni ed eresie

Partirò direttamente dalla conclusione: sarebbe meglio che le forze di polizia si dotassero al più presto di un numero identificativo da mettere sul casco o sulla divisa, come strumento di tutela e autotutela. E adesso vi spiego il perché.

Le proteste

Le manifestazioni che hanno recentemente coinvolto l’Italia, ma che in almeno un caso interessavano l’Europa tutta, hanno lasciato strascichi pesanti e la conta finale dei feriti. Al di là delle banalizzazioni che i grandi media ci propinano, in questi casi non esiste il bianco e il nero, il buono e il cattivo. Molti vanno in piazza con lo scopo di creare disordini. È tutto organizzato: si studia il percorso, dove attaccare le forze dell’ordine, dove invece è più facile sfondare un cordone di polizia, come e quando ritirarsi. Chiunque abbia una qualche esperienza movimentista lo sa bene.
Le forze dell’ordine spesso tendono a farsi trasportare troppo, picchiando anche quando non dovrebbero. Giusto? Sbagliato? Lo dico chiaramente: sbagliato. Ma anche comprensibile.
La polizia rappresenta la giustizia, lo Stato. E lo Stato democratico non deve essere punitivo o repressivo. Per questo non è giustificabile l’azione violenta di chi detiene il monopolio della forza. Il motivo per cui capita di assistere a scene come questa, è tutto nel commento che un militare fa nel sito “non istituzionale” poliziotti.it:

Ma perché tutti rimanete indignati quando vedete un criminale pestato dalla polizia mentre a nessuno importa degli atti criminali compiuti da questi “combattenti contro lo Stato”?
Ok! la prima risposta sarà sicuramente quella che un professionista non deve comportarsi in questo modo. Ne sono convinto pure io… ma permettetemi di dire che ABBIAMO LE SCATOLE PIENE!!!

“Avere le scatole piene” non è una ragione sufficiente alla violenza, nessuna ragione lo è in seno a manifestazioni democratiche di dissenso. Esistono però manifestanti che vanno in piazza a cercare lo scontro, e chi cerca lo scontro si può far male. Non si tratta di pacifisti, ma di violenti organizzati contro cui è comprensibile si rovesci la frustrazione, talvolta un po’ vigliacca, di una polizia troppo spesso impunita. Che esista una forma di omertà professionale, che alcuni chiamano solidarietà fra colleghi, è tristemente normale. Succede fra medici, succede fra operai, succede fra giornalisti. Costoro sono però oggetto di un controllo e di una filiera di responsabilità. Qualcuno, insomma, paga.  Fra poliziotti è però diverso: chi controlla i controllori?

Il numero identificativo

Il ministro degli Interni Anna Maria Cancellieri ha recentemente dichiarato che, al fine di individuare i singoli responsabili di soprusi e violenze, si possa “ragionare sul numero identificativo, ma non sul nome, in modo tale da tutelare la sicurezza dell’operatore”. Anche il capo della Polizia, Antonio Manganelli, non è stato aprioristicamente contrario: “Credo che si troverà un punto d’incontro che possa essere un segnale di predisposizione al dialogo”.
Gianni Ciotti, del sindacato di polizia Silp Cgil Roma, ha dichiarato: “Indubbiamente l’identificazione con un codice sgombra il campo da tante illazioni. Noi non possiamo invocare come esimenti condizioni di stress o tensione, perché l’autorità e il prestigio di una forza di polizia e dei suoi appartamenti poggiano su due gambe: il giusto e necessario principio del primato della legge e il consenso dell’opinione pubblica e dunque la generalizzata percezione che proprio gli appartenenti alle forze di polizia siano per primi tenuti al rigoroso rispetto della legge in qualsiasi circostanza”.

Nonostante questo ci sono ancora tanti agenti che sono contrari, anche nei vertici, anche fra i sindacati. Rischi ce ne sono, è indubbio. Se qualche manifestante si mettesse d’accordo per prendere di mira un agente in particolare “colpevole” di qualche affronto? Se semplicemente si sbagliasse a prendere il codice e si incolpasse un collega innocente?
Tuttavia il gioco vale la candela. All’estero già lo fanno. Un numero di riconoscimento sul casco è presente in Grecia. In Svezia viene applicato quando si presentano situazioni potenzialmente difficili, in Francia sta per essere reintrodotto. In Inghilterra il codice identificativo è presente addirittura da oltre un secolo. Per non parlare del Belgio, dove sulla divisa dell’agente c’è il nome.

In conclusione

Introdurre un numero identificativo gioverà anzitutto alle forze dell’ordine. Individuando e punendo i colpevoli si accrescerà il prestigio e il rispetto nei confronti della polizia onesta. E dopo fatti come quelli della Diaz è ragionevole, anzi necessario, intraprendere misure di trasparenza. In un paese democratico i cittadini non devono avere paura delle proprie forze dell’ordine. Allo stesso tempo sarà più facile per la polizia intervenire, anche con l’arresto differito, su quei manifestanti che si renderanno responsabili di evidenti illeciti. Poiché se pure può essere giustificata (in rari casi) la “violenza popolare”, il compito della polizia è applicare una legge che non è lei a decidere. Ecco perché le ingiurie contro le forze dell’ordine sembrano come quando, nell’indicare la luna, si guarda al dito e non alla luna.

Chi è Valerio Pierantozzi

Giornalista professionista, sono nato a San Benedetto del Tronto nel 1980, ma sono pescarese di adozione. Ho passato 20 anni della mia vita a scuola, uscendo finalmente dal tunnel nel 2006 con una laurea in Filosofia. Amo il mare, il sole, le spiagge e odio il grigiore, le nubi, il freddo. Per questo nel 2014 mi sono trasferito in Svezia. Da grande vorrei essere la canzone “Night” di Sergio Caputo.

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Un commento

  1. “Numero identificativo accrescerà il prestigio ed il rispetto nei confronti della polizia onesta” scrive Valerio, ma non potrebbero gli organizzatori di manifestazioni fare lo stesso per i dimostranti?

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